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Editoriale

La app del manifesto è un giornale. Ma Google non lo sa

Piattaforme. Il gigante di Mountain View ci cancella dai dispositivi Android L’accusa? Non si sa chi siamo. E tira fuori una foto con Translate. Una censura gravissima e ingiustificata. Con tratti perfino surreali. Dopo due giorni di caos, le scuse

Aggiornamento delle 17: Google si scusa

Un portavoce di Google si è scusato per l’errore commesso sulla nostra app: “Abbiamo regole stringenti che definiscono quale contenuto è ammissibile su Play Store, a fronte delle quali rivediamo migliaia di app al giorno e interveniamo laddove necessario. In questo caso, dopo un’ulteriore revisione, è risultato che l’intervento era legato ad un nostro errore e abbiamo prontamente ripristinato la app. Ci scusiamo per l’inconveniente”. (m.ba.)

Aggiornamento delle ore 10: la app ricompare

La app è ricomparsa sul Play Store. Nessuna spiegazione da Google. Vi terremo aggiornati. Di seguito il pezzo oggi in edicola e sul sito. (m.ba.)

il pezzo oggi in edicola e sul sito

Niente. La storica e solidissima app del manifesto non è ancora ricomparsa sul Play Store. Il processo di revisione di Google è ancora in corso e dopo tanti anni gli abbonati che ci leggono su dispositivi Android sono davvero «al buio», come recita la campagna abbonamenti iniziata due giorni fa.

Di fatto il manifesto è inaccessibile sui telefonini di mezzo pianeta. Da Google Italia o dalla sede europea nessun cenno di risposta, neanche di cortesia, su nessun canale, né virtuale, né reale né social né altro.

Lo stesso muro di ignoranza con cui un’entità (non si sa se umana o digitale) dopo 8 anni di presenza sullo Store ci ha chiesto di dimostrare che produciamo effettivamente una «app di news», con contenuti originali, scritti da giornalisti, che abbiamo un sito web (lo abbiamo dal 1995, tre anni prima che Google nascesse), che rispettiamo la privacy, che non facciamo refusi (ahia!), etc.

Nel frattempo, puf, la app è stata cancellata. Stampa Romana, l’associazione regionale del sindacato dei giornalisti, ha emesso una nota molto preoccupata per una decisione che almeno in Italia sembra sia senza precedenti per un quotidiano nazionale.

Sulla nostra «developer console» ci sono tutte spunte verdi, i 6 brevi questionari uno più demenziale dell’altro sono completati e in attesa di valutazione.

 

Le accuse di Google sono due. Le riportiamo testuali: il manifesto «non ha fornito informazioni circa la titolarità dell’editore e dei suoi collaboratori incluso, ma non limitato a, il sito web ufficiale delle notizie pubblicate sulla app, informazioni di contatto valide e certificate, l’editore originario di ciascun articolo pubblicato». E ancora: la nostra app «non fornisce le informazioni di contatto dell’editore». Insomma, sembreremmo proprio una app pirata. Oppure queste richieste sono un copia incolla surreale messo insieme da qualche algoritmo.

LA VICENDA infatti ci mostra subito molte stranezze. Ed è perciò ancora più allarmante.

Per la legge italiana i giornali devono avere una gerenza con tutte le informazioni che Google ci chiede.

Chi ha un iPhone può verificare da solo che in alto a sinistra nella grande “i” della app ci sono tutte le informazioni di contatto che Google sostiene avremmo nascosto.

Per scrupolo, gli abbonati possono andare anche a vedere l’ultima pagina di qualsiasi edizione dove la gerenza è di nuovo riportata a prescindere dalle policy di Google.

Senza contare che Mountain View ha già tutti i nostri contatti, dal mio cellulare e documento di identità alla partita Iva della cooperativa con tanto di Iban verificato, su cui versa mensilmente da anni gli incassi degli abbonamenti.

La nostra identità è sempre stata alla luce del sole. Ci sembra un errore molto strano.

LA TRAMA SI INFITTISCE quando apriamo uno screenshot che secondo Google dimostra la nostra colpevolezza.

L’immagine è la traduzione con Google Translate del «footer» del sito del manifesto in cui all’ultima riga compare un maccheronico «© 2021 the new coop publisher» invece di «© 2021 il nuovo manifesto cooperativa editrice».

Possibile che sia questa traduzione assurda l’incongruenza editoriale rilevata dai potenti mezzi di Google? E se non si sa qual è il sito web ufficiale del manifesto come ha fatto Google a trovare proprio il sito ufficiale? Sta di fatto che questo è l’unico documento che ci viene inviato per spiegare i motivi della rimozione senza preavviso dallo Store.

ALTRA STRANEZZA incomprensibile: il termine per la compilazione dei questionari demenziali in cui dimostrare che la app del manifesto è una «app di news» era fissato al 25 gennaio 2021. Perché siamo stati rimossi il 12 gennaio? E nell’avviso, che ci è arrivato il 15 dicembre, si diceva che non compilare i questionari avrebbe impedito i futuri aggiornamenti, non che avrebbe comportato la rimozione immediata della app mettendo nei guai noi e i nostri utenti.

Confidiamo nell’errore umano o su un incaglio nelle procedure. Alla fine saremo riammessi, speriamo. Forse Google faceva prima a usare… Google per sapere cos’è «il manifesto».

Fatto sta che questa vicenda per noi è una sfida a creare prodotti editoriali per tutti ma sempre più indipendenti dalle piattaforme. È anche un promemoria: l’edicola e il sito sono i primi cardini della libertà. Carta e web non vanno più molto di moda ma se usate il nostro sito non darete né soldi né dati a Google o Apple.

Vi teniamo aggiornati. Ora torniamo ad aspettare che Google si accorga che il manifesto è un giornale. Magari ci riesce.

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