È stato soprannominato il summit della pace del Cairo, ma la pace non è mai sembrata così lontana. Iniziato poco dopo la breve apertura del valico di Rafah per far accedere insufficienti aiuti umanitari a Gaza, e pensato per evitare un allargamento del conflitto, il vertice partiva azzoppato dalla mancanza di rappresentanti di Israele – nonché degli Usa che si sono limitati a inviare un funzionario diplomatico dell’ambasciata al Cairo.

AD APRIRE i lavori è stato il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, che ha invitato i presenti a trovare un percorso per porre fine alla «catastrofe umanitaria» in corso. L’Egitto ha evidenziato la propria preoccupazione per la prospettiva di uno spostamento forzato dei palestinesi nel Sinai, mentre il re giordano Abdallah II ha condannato «gli incessanti bombardamenti di Gaza», una «punizione collettiva di un popolo assediato e inerme. Una flagrante violazione della legge umanitaria internazionale. Un crimine di guerra».
Fra i presenti rappresentanti di Francia, Regno unito e Germania – non il cancelliere Scholz, il presidente Macron e il premier Sunak ma i ministri degli Esteri Catherine Colonna, James Cleverly e Annalena Baerbock – Cina, Qatar, Russia e Sudafrica. Presenti anche il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis, quello spagnolo Pedro Sanchez, l’alto rappresentante per la Politica Estera della Ue Josep Borrell e il segretario Onu Antonio Guterres. Per l’Italia ha partecipato al summit la prima ministra Giorgia Meloni, che in serata si è spostata a Tel Aviv per l’incontro con Benyamin Netanyahu. Le immagini dell’attacco di Hamas, ha detto, «mostrano qualcosa più di una semplice guerra, mostrano la volontà di cancellare gli ebrei da questa regione ed è un atto di antisemitismo. E dobbiamo combatterlo, oggi come ieri». Senza osare nessun appello al cessate il fuoco, la premier ha sostenuto la sua «piena fiducia» nel modo in cui Israele sta «combattendo il terrorismo»: «Pensiamo e crediamo che voi siate in grado di farlo nel migliori dei modi». Dal canto suo, Netanyahu non ha fatto che ripetere il mantra ribadito con tutti i rappresentanti esteri in questi giorni: «Ci aspettiamo che tutti i paesi che hanno combattuto l’Isis combattano Hamas».

POCHE ORE PRIMA, al summit del Cairo, dopo aver condannato l’attacco di Hamas e sottolineato che il suo scopo era proprio gettare la regione nel caos e attirare la rappresaglia sulla popolazione di Gaza, Meloni aveva affermato che «la priorità resta l’accesso umanitario, che è indispensabile per evitare ulteriori sofferenze della popolazione civile, ma anche esodi di massa che contribuirebbero a destabilizzare» la regione. Al vertice, come nel successivo incontro bilaterale con il presidente dell’Anp Abu Mazen, la premier ha sostenuto che «il modo più serio per ottenere questo obiettivo è la ripresa di un’iniziativa politica» per una soluzione della crisi sulla base dei «due popoli e due stati». «Pace e sicurezza si otterranno attraverso l’attuazione della soluzione dei due stati», le ha fatto eco Abbas durante l’incontro bilaterale, dove ha ripetuto quanto aveva affermato durante il summit: i palestinesi non se ne andranno, «rimarremo nella nostra terra». Anche al Cairo da Meloni non è arrivato nessun appello al cessate il fuoco, a differenza di quanto chiesto invece, fra gli altri, da Sanchez e Gueterres. «Serve un cessate il fuoco umanitario immediato – ha detto il segretario dell’Onu – immediati aiuti umanitari senza restrizioni ai civili di Gaza sotto assedio. E l’immediato rilascio di tutti gli ostaggi».

IL SUMMIT, come largamente previsto, non è riuscito a produrre un comunicato congiunto, nemmeno su istanze “minime” come un corridoio umanitario. Come notano tre diplomatici citati da Reuters, a condannarlo al fallimento erano le diverse posizioni sul cessate il fuoco e in particolare l’assenza, nella bozza di dichiarazione a firma egiziana, «di una menzione dell’attacco di Hamas e del diritto di Israele all’autodifesa».