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Editoriale

Facciamoci dare i dati della rete

Lettera Aperta al Governo italiano e alle Istituzione Europee. Senza la collaborazione degli OTT e delle piattaforme brancoliamo nel buio e il virus è incontrollabile. L’appello dei giornalisti per mobilitare i data base del paese: la viralità della rete contro la viralità dell'epidemia

Siamo un gruppo di giornalisti, che vuole ad aggiungersi allo sforzo del paese contro il contagio.

Abbiamo capito che proprio il nostro mondo, quello delle informazioni e delle relazioni digitali, è oggi il terreno di battaglia principale.

Vogliamo mettere a disposizione del paese l’esperienza di una professione che, nel bene e nel male, ha sempre avuto un ruolo nell’emergenza nazionale, rendendo trasparente e condivisa l’informazione vitale.

Oggi apprendiamo dal capo della Protezione civile Borrelli che almeno 10 infettati reali girano per le nostre città per ogni singolo contagiato che è intercettato dal sistema sanitario.

Questo differenziale si traduce in ricoverati, intubati e, terribilmente, in decessi.

Non possiamo continuare ad andare alla cieca a caccia degli asintomatici.

Il Governo Italiano, l’Europa hanno aperto il fronte tecnologico.

Ci vogliono progetti, idee, soluzioni per circoscrivere l’infezione.

Ma come operatori dell’informazione sappiamo bene che tutto questo sarà lettera morta se non avremo i dati per alimentare questi strumenti.

Senza dati si muore.

Bisogna che Governo ed istituzioni europee chiedano a chi ha questi dati di metterli a disposizione di autorità sanitarie e amministrative per limitare i danni.

I grandi service provider: Google, Facebook, Amazon, Twitter, sanno molto, se non tutto, circa le relazioni sociali, la mobilità, lo stato d’animo, le condizioni fisiche, di milioni e milioni di italiani, parliamo di quegli italiani delle aree più dinamiche e competitive, che vivono in rete, che parlano costantemente con la rete.

Dobbiamo sapere cosa è successo a febbraio, come è possibile che sia esploso il vulcano in Italia, e soprattutto dobbiamo ora recintare le aree di contagio, identificando i gruppi più pericolosi proprio nel passaggio da nord a sud dell’ondata del coronavirus.

Solo i data base di queste potenze della profilazione ci permetterebbero di combattere con speranza questa guerra.

Come sostiene la Commissione Europea, non si tratta di espropriare nessuno.

Chiediamo a queste grandi corporation una collaborazione, vogliamo che le istituzioni ottengano l’attenzione per una cooperazione concreta.

Vorremmo che il governo ottenesse risposte positive da chi è partner della pubblica amministrazione, dalle aziende che stanno raccogliendo masse inestimabili di dati per lo spostamento sulle loro piattaforme di e learning e smart working di gran parte della popolazione.

Abbiamo letto che Mark Zuckerberg paventa un collasso dei suoi server per l’eccesso di utenza da parte dei cittadini costretti in quarantena. Allora anche lui faccia uscire di casa queste persone accorciando i tempi dell’isolamento, aiuti i governi a georeferenziare le aree di trasmissione reale del virus.

Una piattaforma che raccoglie quasi la metà della popolazione terrestre è di per sé un bene comune, un servizio universale.

Si guadagnino questi grandi marchi tecnologici l’onore di essere ormai parte imprescindibile delle nostre vite usando la viralità della rete contro la viralità della malattia.

Loro sanno molto, se non tutto. Sanno dove, come e quando si sono create le occasioni di contagio, si è accelerata la corsa del virus.

Tutto questo può essere messo a disposizione del paese subito?

Proprio i titolari di queste piattaforme possono elaborare, tracciare calcolare i punti di crisi, sviluppando grafi che ci facciano capire nel Lazio o in Campania o in Sicilia cosa sta per accadere.

Siano loro, autonomamente, a darci i risultati di questa elaborazione.

Non vogliamo mettere le mani nei loro cassetti. Siano i proprietari di questi cassetti a farci vincere questa battaglia, a risparmiare vittime, a limitare sofferenze, a salvare i loro utenti.

Sappiamo che si può. Sappiamo che loro possono.

Noi non vogliamo rassegnarci oggi alla constatazione che, come scrive nel suo testo Capitalismo della Sorveglianza Shoshanna Zuboff, questi gruppi tecnologici “Sanno troppo per essere liberi”.

Noi vogliamo sperare di poter condividere con loro la visione per cui questi gruppi sono liberi perché noi possiamo sapere tutto.

Del resto gran parte di questi colossi sono nati in California, in una straordinaria stagione di sogni e creatività, in cui il software divenne linguaggio della libertà e della condivisione di un’unica intelligenza connettiva. Come possono dimenticare proprio loro da dove vengono?

Come predisse un grande italiano come Adriano Olivetti, nel 1959: l’informatica è una tecnologia di libertà. Crediamoci, pratichiamo quella lezione che ci annunciava come software e data base sono strumenti di libertà dalla minaccia della morte e della sofferenza.

Chi può mai nascondere queste speranze dietro la futile ragione, soprattutto in questo momento, degli interessi privati?

Speriamo che le istituzioni italiane ed europee possano, alla fine di questa avventura terribile, dimostrarci che le grandi potenze del calcolo sono libere proprio perché tutti noi possiamo con il sapere essere felici.

Dimostrateci voi protagonisti di questa stagione di meraviglie della scienza e della tecnica che abbiamo ragione.

Dateci oggi i dati che servono al Ministero della Sanità e alla protezione civile per reggere la spallata dell’epidemia. Analizzateli, decifrateli, spiegateci come usarli.

Vinciamo tutti insieme questa battaglia d’umanità.

E conveniamo insieme che, come diceva Albert Einstein “non sempre le cose che contano si possono contare e non sempre le cose che si possono contare contano davvero”.

Primi firmatari

Michele Mezza, Marco Mele, Lazzaro Pappagallo, Giorgio Balzoni, Alessio Buzzanca,Vanna Palumbo, Morena Mancinelli, Paola Bergami, Vincenzo Campo, Mario Fatello