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Internazionale

Condivisione dei saperi e approccio collettivo al rischio coronavirus, l’Africa ci prova

Tradizione e innovazione. Le strategie dell'Unione africana per far fronte a un'eventuale emergenza e l'irruzione del tema dell'epidemia al Congresso mondiale della ricerca scientifica in corso in Etiopia

Di fronte alla clinica di Algeri in cui sono stati sottoposti al test tutti coloro che sono entrati i  contatto con il cittadino italiano risultato positivo

Di fronte alla clinica di Algeri in cui sono stati sottoposti al test tutti coloro che sono entrati i contatto con il cittadino italiano risultato positivo

Il secondo caso di Coronavirus in Africa, riscontrato in un dipendente italiano dell’Eni in Algeria, non è ancora chiaro se sia solo la punta di un iceberg o un caso isolato. Ma, contrariamente all’Europa, l’Africa sembra voler approcciarsi collettivamente al problema.

IL 24 FEBBRAIO ad Addis Abeba la Commissione dell’Unione africana (Ua) ha deciso di rafforzare i partenariati interni e il coordinamento sanitario in tutto il continente. L’obiettivo, secondo il presidente della Commissione Moussa Faki Mahamat, non è tanto intervenire quanto «proteggere il nostro continente». Che, nel momento in cui scriviamo, conta solo due casi accertati e 26 sospettati, risultati tutti negativi. Il problema, ha spiegato Mahamat, è tutelare i sistemi sanitari più deboli nell’interesse comune tramite «investimenti urgenti» e collaborazione: i ministri della salute dei paesi dell’Ua sono stati aggiornati dall’Africa Cdc (il Centro di controllo e prevenzione dell’Ua), ricevendo le ultime informazioni scientifiche su diagnosi e gestione. I ministri hanno approvato, al termine della riunione, una strategia condivisa: approccio comune al monitoraggio, possibili restrizioni dei movimenti delle persone, immediata condivisione delle informazioni.
Sin dall’inizio dell’epidemia l’Unione Africana ha condiviso tutte le informazioni utilizzando riunioni in teleconferenza e i vari dipartimenti dell’Ua e, come dichiarato da Amira Elfadil, commissaria Ua per gli affari sociali, si sta creando una piattaforma on line completamente open access per favorire ancor di più e velocizzare questo scambio di informazioni.

MA ALL’ATTO PRATICO le difficoltà sono molteplici: all’aeroporto di Addis Abeba, tra i principali scali africani e quartier generale dell’unica compagnia aerea africana che continua a garantire tutti i voli da e per la Cina (aerei che secondo diversi testimoni sono quasi vuoti), non sempre vengono effettuati gli screening ai passeggeri in arrivo e in transito dall’Europa. Ma è anche vero che gli screening sono accurati per i voli da e per l’Asia.

Tra il 6 e l’8 febbraio l’Istituto Pasteur di Dakar, Senegal, ha formato il personale di 16 laboratori africani in altrettante diverse nazioni ed altri 19 laboratori sono stati formati in Sudafrica grazie alla collaborazione tra l’Istituto nazionale per le malattie trasmissibili e Roche. L’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’Africa Cdc supportano inoltre i paesi dell’Ua attraverso una rete di laboratori, in Africa, cui è possibile inviare i campioni raccolti nell’ambito degli screening.

«Le scelte politiche devono basarsi su verità scientifiche ma i politici in generale hanno un livello di preparazione scientifica insufficiente» ha dichiarato il senatore ivoriano Ouattara Bakary al VI Congresso mondiale della ricerca scientifica di Addis Abeba: «Purtroppo la ricerca sul Coronavirus si è limitata ai paesi colpiti: occorre che i ricercatori africani vengano coinvolti e formati per poter evitare in Africa ciò che succede altrove».

«NON ABBIAMO GRANDI FONDI per le pubblicazioni, i brevetti, la proprietà intellettuale. L’accesso aperto alla scienza è fondamentale perché a meno che tu non sia un eminente scienziato non è facile trovare la strada per pubblicare», ha spiegato Ghada el-Kamah del Centro nazionale delle ricerche egiziano.

La risposta africana al Coronavirus è un miscuglio di tradizione e innovazione. Tradizione ubuntu, un movimento collettivo e uno sforzo corale per affrontare un problema comune, e innovazione nell’ambito della diffusione delle conoscenze scientifiche.

A livello sociale invece la psicosi è quanto di più lontano si possa immaginare e questo è probabilmente il frutto di una confidenza diffusa con i problemi sanitari, che ha radicato buone pratiche – almeno qui nella capitale etiope – come lavarsi spesso le mani e il non tossire in faccia alla gente. Come anche della consapevolezza, ad esempio, che i residenti ad Addis Abeba che vanno in giro per il mondo sono molto pochi e difficilmente prendono i mezzi pubblici o frequentano i mercati. Dei datori di lavoro cinesi, invece, nemmeno l’ombra.