Se i risultati delle elezioni sono oggetto di ampia circolazione mediatica, meno lo sono quei rituali, che variano di paese a paese, che permettono l’assunzione dell’incarico da parte del presidente eletto. Credo sia importante scrivere questo articolo oggi, sia per tentare di pensare un nuovo futuro arco temporale per la società brasiliana e sia per esorcizzare quello passato. Quest’ultimo caratterizzato da un governo repressivo e autoritario, che personalmente mi ha quasi scoraggiato dallo scrivere in modo diretto sulla politica brasiliana e quello futuro, che nonostante molte difficoltà e contraddizioni si afferma con una proposta di unità nazionale e democratizzazione.

Da domenica, seguendo il consueto impianto rituale, il nuovo presidente della repubblica, Inácio Lula da Silva, é di fatto il nuovo presidente. Molte le immagini fortemente iconiche che potrebbero essere distaccate: dal duro discorso proferito di fronte alle camere, dove sono state sottolineate le esigenze di discostarsi sia da un modello di economia neoliberale e sia dalla pratica dell’amnistia che storicamente ha caratterizzato la politica brasiliana, in relazione a possibili crimini politici.

E, dopo la decisione dell’ex presidente Jair Messias Bolsonaro, di viaggiare negli Stati Uniti, dispensando se stesso dal dovere di passare la fascia presidenziale al suo successore, il campo aperto in questo momento della cerimonia ha permesso di montare un’immagine perfetta dal punto di vista poetico, composta da membri di gruppi di popolazione storicamente subalterni, che hanno composto il “soggetto” che ha passato la fascia di presidente a Lula: neri, donne, operai, diversamente abili e indigeni.

Nonostante questa immagine dovrebbe essere vista come una pietra miliare, necessaria per distanziare la societá brasiliana da future sofferenze, radicate nelle diseguaglianze sociali e dalla separazione di gruppi contrapposti, i grandi media la leggono come qualcosa di totalmente incompatibile da un progetto economico possibile, nel mondo contemporaneo. La scelta di Fernando Haddad come  ministro dell’Economia, rappresentante di alcune delle riflessioni contemporanee più rilevanti per una possibile società socialista e internazionalista è forse una delle sfide più ambiziose per il nuovo governo Lula, che parte con uno svantaggio molto forte rispetto al passato, con una base parlamentare particolarmente ridotta.

E nonostante l’euforia che ha invaso la sfera sociale del progressismo, quello che il governo Bolsonaro e le ultime elezioni, hanno reso particolarmente chiaro è la divisione quasi arcaica della società brasiliana che, nonostante le sfumature, legge quell’immagine di unità nazionale in modi radicalmente diversi. Da un lato la si considera come la strada maestra che necessariamente deve essere percorsa. Dall’altro lato è percepita come un progetto inattuabile che si concluderà con un collasso economico e con conflitti endemici. Un nuovo momento chiave della traiettoria di Lula, che si riafferma come uno dei più importanti statisti contemporanei, e che da sempre si trova a negoziare contro i privilegi, tipicamente coloniali, che caratterizzano la società brasiliana.

Lo slogan del nuovo governo “unione e ricostruzione”, si contestualizza in questo panorama, e nella sfida di una mediazione tra gruppi sociali fortemente impari, a livello politico e economico.