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Editoriale

Una escalation di pulizia etnica

La spoliazione per legge (con Israele che ripete «abbiamo un nostro sistema legale e la Corte internazionale di giustizia non deve intervenire») andrà avanti e altri palestinesi saranno da annoverarsi fra le vittime dirette dell’occupazione

A Gerusalemme gli scontri tra polizia e palestinesi sono andati avanti fino a mezzanotte di venerdì, non solo nel quartiere di Sheikh Jarrah ma anche sulla spianata della moschea di al-Aqsa. E la protesta è continuata nella notte e ieri.

La polizia israeliana, entrata anche nella moschea, parla di 17 agenti feriti negli scontri; fonti palestinesi riferiscono di 205 feriti fra i manifestanti, 88 dei quali hanno dovuto essere ricoverati in ospedale.

L’irruzione della polizia israeliana nella moschea ha scatenato forti reazioni da parte dei paesi arabi – Giordania, Qatar e altri -, e ha sollevato preoccupazioni anche a Washington e nelle capitali europee, che hanno chiesto moderazione a entrambe le parti. Le manifestazioni a Sheikh Jarrah sono significative perché l’espulsione «legale» di decine di famiglie palestinesi dalle case nelle quali hanno vissuto per decenni è la concretizzazione brutale dell’apartheid a Gerusalemme. E anche l’ingresso della polizia nella moschea, la mobilitazione dei circoli islamici e l’eco della vicenda a Gaza evidenziano il carattere esplosivo della situazione.

Il presidente palestinese Abu Mazen, circondato da una leadership problematica e in parte corrotta, non pensava di essere così impopolare e ha «scoperto» che se andasse alle elezioni le perderebbe a favore di Hamas o di esponenti dell’opposizione. Abu Mazen attribuisce a Israele la colpa della necessità di rinviare l’appuntamento elettorale.

Nel sud di Israele la tensione è già enorme. Hamas e Jihad islamica minacciano di riprendere il lancio di missili se Israele continua con l’ebraicizzazione di Gerusalemme. Egitto, Qatar e altri paesi cercano di neutralizzare le minacce. Nel frattempo i palestinesi lanciano palloncini incendiari, a mo’ di avvertimento.
Lunedì Israele celebrerà la giornata di Gerusalemme. In una città divisa da un muro invisibile ma molto reale, gli ultranazionalisti festeggeranno e l’estrema destra riprenderà le sue classiche manifestazioni. Come negli anni passati, la polizia non si impegnerà troppo per fermare gli estremisti che ripeteranno «morte agli arabi» e altri slogan, attaccando i palestinesi, ritenuti invariabilmente «sospetti».

Ma che cosa succede a Sheikh Jarrah? Con il conflitto del 1948, guerra di liberazione per gli israeliani e Nakba (catastrofe) per i palestinesi, Gerusalemme venne divisa. Di lì a poco, venne varata una delle prime – problematiche – leggi, quella sulle proprietà degli assenti, che conferiva a un’amministrazione il compito di gestire le proprietà in questione per un determinato periodo, alla fine del quale sarebbe avvenuta la restituzione ai proprietari legali. Nel 1953, la legge sull’espropriazione delle terre ribadì la condizione; i principali interessati (danneggiati) erano i palestinesi, presenti o assenti.

Specialmente in tre quartieri di Gerusalemme, Talbia, Baka’a e Katamon, si concentrano le proprietà lasciate dai palestinesi, in particolare dall’élite cristiana, al momento della fuga o dell’espulsione. Vicino alla residenza del presidente israeliano si trova la sontuosa villa dei Salameh. Questa famiglia palestinese greco-ortodossa, fra le più ricche del paese, fuggì all’inizio del 1948 ma affittò la villa al consolato belga che vi risiede tuttora. Il resto dei beni palestinesi passava nelle mani dell’amministrazione delle proprietà degli assenti, che man mano trasferiva case e palazzi agli israeliani. Inizialmente alcuni edifici venivano assegnati a famiglie israeliane che vivevano in modo molto modesto, ricevendo una o due stanze. Ma alla fine i poveri venivano cacciati e sontuose residenze passavano in mani private. Nessun palestinese oggi può rivendicare una proprietà confiscata.

A Gerusalemme Est, sono i giordani a rilevare le proprietà degli ebrei fuggiti, e ad affittarle a palestinesi. Dopo il 1967 si consente la restituzione degli immobili ai proprietari israeliani, ebrei. Diverse organizzazioni di estrema destra iniziano un lento lavoro di recupero dei beni, per l’ebraicizzazione di Gerusalemme. Le famiglie palestinesi, ricche o povere, cominciano a perdere le case in cui hanno vissuto per decenni a Sheik Jarrah, Silwan e altri quartieri.

Appoggiati da progressisti israeliani, i palestinesi hanno lottato a lungo invano nei tribunali. Adesso l’estrema destra è l’alleata dei coloni che hanno occupato gli edifici. Gli scontri saranno inevitabili. La spoliazione per legge (con Israele che ripete «abbiamo un nostro sistema legale e la Corte internazionale di giustizia non deve intervenire») andrà avanti e altri palestinesi saranno da annoverarsi fra le vittime dirette dell’occupazione. Netanyahu o il suo possibile successore dovranno affrontare una situazione di caos, fomentata non solo dagli estremisti di destra. Ecco all’opera il sistema legale dell’occupazione. Eventuali cambiamenti di governo non saranno una risposta sufficiente per contrastare l’operato di elementi razzisti e parafascisti, che lentamente ma inesorabilmente continuano la loro guerra contro la presenza palestinese. Nella città – nella quale il governo israeliano domani celebra il «giorno di Gerusalemme». E in tutto il Paese.

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