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Editoriale

Un timoniere nella burrasca

Alexis Tsipras

Nella notte più lunga e più nera dell’Unione europea, la giacca gliel’hanno lasciata, ma il tentativo di Tsipras di mitigare la ricetta di lacrime e sangue si è scontrato con un muro. Come era prevedibile, inevitabile. Al giovane leader greco è stata risparmiata solo l’umiliazione di collocare il “fondo di garanzia” di 50 miliardi nel paradiso fiscale di Juncker, il Lussemburgo.

Il piccolo paese devastato dai cinque anni di austerità dovrà ancora sopportarne il peso, percorrendo una strada tutta in salita. La Grecia finisce sotto amministrazione controllata, soprattutto dalla Troika, che torna ad Atene con il compito di vagliare ogni legge nazionale. Inoltre il nuovo memorandum prevede mano libera sui licenziamenti collettivi. Non due rospi da ingoiare insieme agli altri punti dell’accordo, ma il ritorno allo statuto di colonia tedesca. Con tutte le conseguenze facilmente immaginabili in un paese destabilizzato, con le banche ancora chiuse e le destre nazionaliste in ebollizione.

Ma se è vero che la materia del contendere a Bruxelles non era di natura economica (una questione che vale il 2% del Pil europeo), se la partita giocata fin dall’inizio è stata squisitamente politica – togliere di mezzo l’inaffidabile leader di Syriza e l’anomalia del suo governo – allora se oggi Tsipras lasciasse il campo si realizzerebbe anche quest’ultimo diktat di Bruxelles.

Il presidente del consiglio greco, finché potrà, dovrà tenere il timone ben fermo per tentare di guidare la sua nave in mezzo alla grande burrasca, e se nell’accordo capestro c’è tuttavia il riconoscimento dell’insostenibilità del debito, e 35 miliardi di fondi europei per gli investimenti oltre a un prestito di 86 miliardi, non è garantito che il timoniere riesca a raggiungere un porto sicuro.

La minoranza interna, con i parlamentari e i ministri che la rappresentano, ha buone ragioni per non votare “l’atroce elenco” (Der Spiegel) e a criticarlo è lo stesso ex ministro Varoufakis che rimprovera a Tsipras di aver firmato l’accordo e di non aver messo sotto controllo la Banca centrale innescando così il piano B. Ma chi garantisce che un gioco al rialzo avrebbe ottenuto risultati migliori?

E comunque c’è anche il rovescio della medaglia, e cioè la “follia vendicatrice” della Germania, come la chiama Paul Krugman, non è a costo zero. Il suo oltranzismo, fino alla esplicita volontà di umiliare la vittima, ha impressionato molti ambienti tedeschi, oltre ad aver messo in evidenza una frattura con la Francia. Per il futuro è in discussione lo strapotere della leadership germanica.

L’Italia non ha certo giocato un ruolo da protagonista. Renzi venerdì scorso pronosticava che il summit finale non sarebbe stato necessario perché l’accordo si sarebbe trovato facilmente.

Comincia ora il secondo tempo del dramma greco.

Un paese che ha sconfessato i governi dell’austerità, un popolo che ha dimostrato una grande dignità, i giovani che hanno dato fiducia alla sinistra mandandola al governo devono affrontare una navigazione perigliosa. Senza voltare le spalle al loro leader, consapevoli dell’impossibilità di praticare la via della giustizia sociale in un solo paese.

  • RossoVeneziano

    Insomma Tsipras è stato sconfitto su tutta la linea, come facilmente prevedibile. Il referendum, celebrato come la Rivoluzione d’Ottobre, non è servito assolutamente a nulla. Doveva ascoltare Varoufakis e rischiare l’uscita dall’euro. Da lì in poi le cose sarebbero andate male, probabilmente malissimo, ma almeno avrebbe conservato la dignità. In politica anche per bluffare ci vuole il coraggio di andare fino in fondo. Lui si è spaventato troppo presto perché non ha la stoffa.

  • http://www.domusdejana.org Michele Fiori

    Aveva tutte le grandi opposizioni europee con sé, il referendum è stata una grandissima scelta, e poi ha bruciato tutto il suo vantaggio chinandosi ad un patto più scellerato di quello che il referendum ha bocciato.. Qualcuno mi spieghi perché??

  • Paolo

    Come si può scrivere un articolo senza un minimo di autocritica! Elezioni chiare per una politica alternativa, sei mesi di trattativa inconcludente, un referendum stravinto, e poi un piano lacrime e sangue accettabile solo perché gestito da noi o dai nostri amici? Suvvia! riconosciamo l’errore, non esiste in politica un’unica via, occorre togliersi il paraocchi perché l’occhio piano piano si abitui a vedere il mondo a 360°. Le direzioni che la Grecia può ancora intraprendere sono diverse (Varoufakis ne ha indicato solo una), la situazione internazionale è effervescente e i BRICS ne sono una componente fondamentale. Forse l’uscita dall’euro è la soluzione migliore.

  • Stefano

    La situazione internazionale è drammatica e non effervescente. I paesi BRICS si coalizzano per fare, giustamente dal loro punto di vista, a meno del FMI ma creando un’altra sovrastruttura identica e parallela, non certo alternativa e discontinua dalle politiche economiche, d’altra parte parliamo di paesi ad avanzato e feroce capitalismo, non mi pare adottino politiche virtuose e differenti dagli altri stati capitalisti. La Grecia è evidentemente un caso a parte, piccolo e povero paese satellite da sempre succube e ai margini nell’unione europea che ha saputo con orgoglio scegliere un governo di sinistra a matrice popolare dopo decenni di governi succubi e truffaldini, che ha provato a proporre una via alternativa e più umana alle politiche economiche basate sulla finanza e non sulle economie reali, sui bisogni reali dei cittadini. È stata inevitabilmente schiacciata. Ed è questa la colpa maggiore, essersi illusi, ancora una volta, che il sistema capitalista fosse governabile e migliorabile dal suo interno. È storia. In maniera diversa di volta in volta il Cile di Allende, Cuba, Venezuela, il Portogallo dei Garofani e ogni piccola rivoluzione terzomondista sono state spazzate via dal mostro capitalista. Solo una grande rivoluzione internazionalista potrà cancellare per sempre il capitalismo e dalle ceneri rifondare una nuova umanità. Ma a questo non saremo mai pronti.

  • Vittorio Marchi

    ma perché uno poi deve portarsi la responsabilità di aver distrutto l’europa .. stiamo dicendo in tutti i modi che il capitale globalizzato non è confrontabile a livello nazionale e noi propendiamo per una soluzione nazional popolare ? Non diciamo siocchezze, la battaglia ha un senso solo in europa, non in Italia o in Grecia. Se no che differenza c’è da Salvini ? La sinistra italiana continua a ragionare in romano, e non funzica ragazz. Per aiutare la grecia ci vuole una sinistra diversa. La stessa francia dovrebbe riformare per competere alla pari con la germania, se non ne rimarrà sempre succube e dipendente dal suo supporto economico. Per l’Italia poi non ci sono parole, veniamo da un ventennio che la dice tutta.

  • Paolo

    Drammatica o effervescente dipende da come la si guarda (le guerre ad alta e a bassa intensità non sono mai mancate). I BRICS cercano di creare un’alternativa al FMI e alla Banca Mondiale (ma per dirla tutta anche la finanza islamica spesso si è mossa in modo alternativo al Washington consensus). Mi pare poi che non intendano proprio fare la stessa politica dei prestiti degli occidentali (quindi non sono identici e paralleli). Comunque più alternative ci sono meglio è. Anche senza arrivare alla rivoluzione internazionale basterebbe solo il piccolo passo di uscire dall’euro per mescolare tutte le carte.

  • O. Raspanti

    Hai altro da dire che “uscire dall’euro” (cosa che ripeti in ogni post) ?
    Ciò che è vero non è semplice e ciò che è semplice non è vero, diceva Paul Valéry.
    Ma ce ne sono che non hanno ancora afferrato il concetto.

  • TapleyUlm05

    Quando su alcuni blog leggo i commenti degli anti-Tsipras, dei pro-Troika, dei filoteutonici, degli adepti del darwinismo sociale, della feccia classista, dei teologi del PIL, dell’austerity, della crescita infinita, dei legaioli renziani -cioè quelli del: “Prestali tu i soldi alla Grecia!”, invito che fa il paio con: “I migranti ospitali a casa tua!”… ecco, quando leggo i commenti di questi viscidi tarzanelli col bazooka discriminatorio ora puntato sui “fannulloni” greci e non più su quei rom “brutti, sporchi e cattivi” -non sapevo che noi italiani fossimo un popolo di stacanovisti integerrimi-, mi sale la “bolscevite”.
    Cia’

  • Harlock

    Qualcuno preferirebbe che la Grecia uscisse dall’euro sapendo che resterebbe in mutande ma conservando la dignità niente di meno, che sarebbe poi quella di chi standosene comodamente in Italia la propone. L’autrice parla di 2 % del PIL europeo come fossero i bruscolini del suo aperativo serale e ignora che sono un’enormità rispetto al PIL della Grecia, parliamo di oltre 350 miliardi esclusi gli 80 di aiuti. In una cosa Tzipras ha fatto bene sicuramente: non si è fidato di Varoufakis e del suo staff economico e lo ha ritenuto inadeguato a guidare il paese durante l’eventuale Grexit, a quel punto il bluff è stato scoperto e ha ceduto. Tutto lì. Qualcuno potrebbe anche riflettere sul fatto che avrebbe avuto bisogno di uno staff tecnicamente più preparato che avviase un bail in facendo pagare anche agli azionisti delle banche il costo della crisi, nazionlaizzandole.
    Si è affidato a un caballero descamisado, un esibizionista in maglietta; Un gambler esperto in Teoria dei giochi. Chiunque conosca un minimo la teoria dei giochi sa che in economia è poco più che un divertissment, che offre sempre un ventaglio amplissimo di soluzioni possibili. Praticamente inservibile in termini pratici. Esattamente quanto Varoufakis. Mollarlo è stata l’unica scelta giusta di Tzipras fatta in queste ultime drammatiche settimane.

  • Giacomo Casarino

    Fuori dalla rottura con la governance UE, per l’Europa e per i suoi popoli, specie per i PIIGS, non c’è salvezza. Si deve rompere per poi ricostruire su nuove basi, ovviamente non nazionalistiche. Esiste un’area euromediterranea, teniamone conto.

  • Giacomo Casarino

    Campa cavallo: tesi tanto ovvia quanto lontana, per l’oggi, dall’essere praticata/bile. Quando non si a come muoversi nel concreto, ci si appella ad una redenzione rivoluzionaria: il dottrinarismo e la prospettiva storica non districano (eludono) i problemi dell’hic et nunc

  • Giacomo Casarino

    Bisogna rimettere in discussione i trattati intergovernativi europei (ormai lo sostengono quasi tutti), e quindi anche quello relativo all’euro. MA PER POI RIGETTARLI.

  • Stefano

    Hai ragione a dire che dipende da che punto di vista si guarda la situazione, io la guardo sempre dal punto di vista dei bisogni reali dei cittadini che non coincidono mai con quelli della finanza mondiale. Il mondo è fatto da miliardi di esclusi, male minore necessario per questo capitalismo marcescente. Sarà logico e consequenziale per te. Per me le disgrazie altrui non saranno mai un’opportunità, un effetto collaterale o un male minore, un’opzione da tenere in considerazione. Per me questo cancro chiamato capitalismo (in tutte le sue forme, islamico, di stato, governabile, negli esempi che porti tu) rimarrà sempre una cosa inaccettabile perché crea INEVITABILMENTE guerre, esclusione, povertà e diseguaglianze. Continuerò ad indignarmi

  • Kobayashi

    Tutti a parlare di Tsipras, quando il vero problema e i veri responsabili di questa tragedia sono la Merkel e i suoi portabricchi.
    La situazione mi ricorda tanto quella dei trattati versagliesi, dopo la prima guerra mondiale, con l’accanimento francese ad affossare la Germania.
    Sappiamo come poi è andata a finire.

  • triscele

    A questo punto pare evidente che Tsipras ha sbagliato il quesito da porre al referendum; forse più correttamente andava chiesto al popolo greco se intendeva restare a ogni costo nell’euro oppure no. Sulla base di quell’eventuale risultato Tsipras avrebbe avuto il mandato di accettare le condizioni che ha accettato oppure passare la mano ad altri le cui politiche si adeguassero più coerentemente ai risultati emersi dalle trattative. Credo che Tsipras abbia pagato la atroce difficoltà di sopportare la duplice minaccia di segnare il collasso del suo paese o, viceversa, essere additato come l’artefice del collasso europeo. Onore all’uomo che ha combattuto ma che esce certamente sconfitto.

  • manuel buccarella

    anche tsipras si è dimostrato un vero e proprio dilettante allo sbaraglio. Prendere in giro il popolo greco ci è risucito, con quei marpioni europei purtroppo non aveva la stoffa nè le condizioni economiche di partenza. Per me Tsipras ha fallito, questo deve essere chiaro a tutti!

  • Paolo

    Repetita iuvant! Si vede che non senti bene, te lo ripeto:USCIRE DALL’EURO, USCIRE DALL’EURO. Quando ci arriverai sarà passato il momento, ma meglio…..

  • fabnews

    a me sembra che assieme ai politici gli altri veri responsabili siano Goldman sachs e associati, che hanno fatto indebitare inverosimilmente la grecia a botte di derivati finanziari… La Commissione e il Consiglio europeo dovrebbero richiamare Goldman a dare spiegazioni come ha fatto la Fed…. ma di Goldman qui non se ne vuole mai parlare abbastanza

  • Paolo

    Anche l’Argentina è uscita dalla dollarizzazione e non ha rimborsato i creditori (in parte), un paio d’anni e si è ripresa. La Grecia non ha le risorse dell’Argentina, ma ha una posizione geopolitica da far pesare.

  • Alfredo

    18 CONTRO 1….NORMALE CHE FINISSE COSì!

  • Dino Ballarin

    è inconcepibile, solo lui potrebbe cercare di spiegare cosa gli è passato per la testa, aveva imboccato la strada giusta , non pagare i debiti fasulli a chi ha solo speculato , ricordiamo che le banche speculano e guadagnano ma non hanno capitali propri con cui rischiano i rischi sono a carico dei risparmiatori e dei cittadini visto che i governi pensano solo a salvare le banche per il loro tornaconto personale

  • Harlock

    Si è ripresa, eh. Ma se stanno ai piedi Cristo. Se c’è una cosa che ha indotto Tzipras a restare nell’euro è proprio la crisi Argentina. Ma soprattutto la Grecia non ha le esportazioni dell’Argentina. Un po’ di olive e un po’ di feta. Per il resto turismo, logistica e tanto “nero”.

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/07/08/argentina-a-rischio-default-unaltra-volta/646006/

  • Stefano

    Certo, ovvia per benpensanti presuntuosi e saccenti come te, per quelli che dalla loro postazione privilegiata e artificiale sono sempre pronti a pontificare e hanno l’unica plausibile risposta giusta. Perché non ti proponi come prossimo primo ministro alle probabili (purtroppo) prossime elezioni greche?
    n.b. il tuo “latinorum” di donabbondiana memoria incanterà forse qualche Tramaglino di tua conoscenza, ammiccando ai baroni come te. Io ho la fortuna di avere studiato poco perché figlio di operai (che avrebbero voluto ‘un figlio dottore’ come stigmatizzava Pietrangeli) per andare subito a lavorare perché di soldi in casa non c’è n’erano. Stop.

  • Codadilupo

    I Greci non hanno votato per Tsipras, ma per il Programma di Salonicco prima, e contro il terzo memorandum poi solo pochi giorni fa.
    A Tsipras hanno conferito il mandato a trattare sulla base di quei programmi.
    Una volta constatata la natura assassina dell’eurozona, Tsipras avrebbe dovuto assumersi le proprie responsabilità avviando l’uscita della Grecia dall’euro come già proposto da autorevoli esponenti di Piattaforma di sinistra, tra cui in testa il Professor. Lapavitsas.
    Default gestito dai debitori:
    1) Controllo della banca di Grecia, e nazionalizzazione delle banche del paese. Ritorno alla sovranità monetaria con la stampa di Dracma stabilendone il cambio
    1 a 1 con l’euro per la conversione, così da poter favorire il rientro dei depositi prelevati negli ultimi mesi, ed usare l’arma della svalutazione in seguito. Tenere aperta la finestra di convertibilità dell’euro in dracma per un numero di mesi predeterminato.
    2) Nazionalizzare immediatamente tutte le grandi industrie in mano all’oligarchia, come condizione necessaria per ristrutturare l’economia greca.
    3) Varare un piano di investimenti pubblici per ristrutturare e modernizzare l’economia del paese, favorire la ripresa degli investimenti privati, creare occupazione e così sostenere la domanda aggregata.
    4) Riformare radicalmente il sistema fiscale, attraverso l’introduzione del criterio della forte progressività nella tassazione, conducendo una seria lotta contro l’evasione.
    5) Estendere il controllo dei capitali per i primi anni, regolamentando efficacemente i flussi di capitale con l’estero, in maniera tale da gestire il commercio con l’estero secondo una scala di priorità prevista dalla politica economica ed industriale.
    6) Introdurre un regime di controllo dei prezzi e la contrattazione collettiva fissando il salario minimo.
    5) Dichiarazione risoluta e decisa in cui si annunciava unilateralmente la cancellazione del debito, salvo che per i piccoli risparmiatori, e apertura di una conferenza sul debito ad Atene con i creditori responsabili.
    6) Orientamento della politica estera verso i Brics, la turchia e l’america latina.

    Attendere le elezioni in Spagna, e gettare le basi per la rideclinazione dell’ideale europeista su basi socialiste.
    Non il socialismo in un solo paese, ma un paese che si avvia al socialismo, dimostrando alle masse europee che esiste una sola via per edificare l’Europa dei popoli, la quale passa dalla rottura radicale con quella del capitale!

  • fabnews

    i Greci in queste ore stanno bruciando la bandiera di syriza fuori dal parlamento, perche’ si sono accorti di chi e’ Tsipras…. Invece qua c’e’ ancora gente che ha il coraggio di dire quanto bello, onesto e figo e’ quest’Alexis….

  • Harlock

    Debito dei piccoli risparmatori ce n’è ben poco ormai. E’ tutto in mano a ESM, Stati nazionali, FMI e BCE. Investimenti pubblici con quali soldi ? Con i coriandoli stampati dalla zecca greca.
    Qunto la si fa facile. Basta una pc una tastiera e zac, tutti economisti, tutti socialisti. Peccato che la situazione sia un tantinp più complicata. Tzipras lo sa è ha abbozzato.

  • Codadilupo

    Innanzitutto il Professor Lapavitsas non è un economista della tastiera.
    Il punto 2 precede il punto 3. L’esproprio e la nazionalizzazione precede la riorganizzazione produttiva ed il varo di una politica industriale di piano.
    In secondo luogo lei tenga presente che la Conferenza sul debito dovrebbe prendere le mosse dalla relazione finale dell’inchiesta sulla verità del debito greco, condotta dalla commissione parlamentare. In modo trasparente dovrebbe aprirsi nel paese un dibattito sul debito, e si dovrebbero invitare i creditori responsabili a sedersi al tavolo per negoziare la ristrutturazione del debito contra investimenti produttivi. Gli interessi dei creditori di ritornare in possesso del proprio capitale, e quelli dell’economia greca potrebbero conciliarsi, se a dettare le condizioni fosse Atene. Ciò sarebbe opportuno anche per non perdere completamente la fiducia da parte del mercato di capitali, dove comunque la Grecia nel giro di qualche anno tornerebbe a testa alta, perché la sua economia tornerebbe a crescere…
    Vogliamo discutere dell’arma negoziale rappresentata dalla posizione geopolitica del paese?

  • Harlock

    Amerei la nazionalizzazione delle banche con Bail in di azionisti e obbligazionisti subordinati, e anche l’economia di piano per i settori fondamentali . Non mi pare che Tzipras abbia mai pensato a nulla di tutto questo. Tzipras non è socialista. Non si capsce manco cos’è.
    Forse un personaggio magari molto ben intenzionato ma scarsamente preparato alla bisogna. Il controllo dei capitali andava imposto subito, piuttosto che continuare a fare solo predicozzi su quanto è sbagliata l’Europa non prima di aver chiesto altri soldi a quella stessa Europa Matrigna. La posizione geopolitica è un’arma negoziale senz’altro. Dubito profondamente che Tzipras controlli l’esercito per cui lo è ma sino ad un certo punto. Anche perchè i russi hanno gli hanno fatto capire che gli fa simpatia ma non sono interessati. Stanno con le pezze al culo pure loro con il petrolio ai minimi.

  • AquiloneSchritttempo

    Come i liberisti desiderano, ecco ora tutti noi a sinistra a scannarci sul fatto che Tsipras ci abbia tradito o meno. E per un momento (giusto il tempo di far strillare alcuni giornali) dimentichiamo chi sia il nostro vero nemico e avversario politico.
    Non facciamoci fregare per l’ennesima volta, vi prego.
    Tsipras ha sbagliato? Può darsi. Ma ha lottato in un contesto molto, molto complicato e in una posizione di tremendo isolamento europeo.
    Dobbiamo riconoscergli il merito. E non abbandondonarlo difronte a questo enorme peso.
    Siamo o no compagni? Con idee diverse, certo, ma con lo stesso sogno.

  • ales

    Non è un traditore, ma un pusillanime e un incapace. Non c’era bisogno di votare Syriza per arrivare ad un accordo del genere. Tanto valeva lasciarci Samaras o il Pasok. Siamo alla follia più totale. Ogni qualvolta la sinistra si trova a governare combina solo i peggiori disastri. Meglio che rimanga in eterno all’opposizione, se non è capace di produrre qualcosa di buono per i ceti che sostiene di rappresentare e difendere.

  • Harken

    «Varoufakis […] Un gambler esperto in Teoria dei giochi. Chiunque conosca un minimo la teoria dei giochi sa che in economia è poco più che un divertissment, che offre sempre un ventaglio amplissimo di soluzioni possibili. Praticamente inservibile in termini pratici.»

    Tutt’altro. A parte il fatto che, a suon di teoria dei giochi, tanto gli strateghi americani che quelli sovietici sono andati avanti per quasi cinquant’anni a tenere il mondo in equilibrio sul filo del rasoio, senza tuttavia farcelo cadere sopra: oggi la teoria dei giochi è ABBONDANTEMENTE applicata nell’economia “pratica”, per esempio nel progetto di aste pubbliche (l’asta per la telefonia 3G tenuta nel 2000 dal governo inglese fruttò, alle casse dello stato, 22.5 miliardi di sterline, cioè a quanto pare più dell’ammontare complessivamente raccolto negli Stati Uniti nei sei anni precedenti, per analoghe concessioni di licenze all’uso dello spettro EM; il tutto, proprio perché l’asta inglese fu accuratamente progettata da alcuni fra i migliori esperti di teoria dei giochi applicata).

    E infatti: nell’utile articolo di Wikipedia sulla teoria dei giochi, si legge ad un certo punto [cito]: «Game theory is a major method used in mathematical economics and business for modeling competing behaviors of interacting agents. Applications include a wide array of economic phenomena and approaches, such as auctions, bargaining, mergers & acquisitions pricing, fair division, duopolies, oligopolies, social network formation, agent-based computational economics, general equilibrium, mechanism design, and voting systems; and across such broad areas as experimental economics, behavioral economics, information economics, industrial organization, and political economy.»

    Quindi, il punto non è se sarebbe stato meglio che Varoufakis s’intendesse di biologia molecolare anziché di teoria dei giochi, ma piuttosto: quanto è opportuno che la squadra di negoziatori per affrontare una trattativa così delicata sia GUIDATA da un accademico, per giunta con una visione abbastanza rigida e un’impostazione di partenza poco incline al compromesso?

    Sulle competenze teoriche di Varoufakis, io continuo ad essere dell’idea che siano molto buone: di certo, non peggiori di quelle di un qualunque docente di teoria dei giochi in un qualunque corso di microeconomia in una qualsiasi buona università italiana.

    Col senno di poi, però, mi domando se non sarebbe stato meglio porre a capo della delegazione un buon diplomatico di lungo corso, di quelli abituati a trattative lunghe ed estenuanti, anziché un teorico puro – per giunta con un’impostazione più da filosofo dell’economia politica che da economista applicato.

    Ma forse, Tsipras non si poteva permettere alcun diplomatico nella propria squadra di governo…

  • Harlock

    Se tutto quello che sa sulla teoria dei giochi è quello che ha trovato su wiki, stiamo a posto. La studi e se ne faccia un’idea propria. E scoprirà che quella dell’Equilibrio di Nash e l’quilibrio di potenza è una favola buona per il cinema e altro non è che un modo diverso per definire il teorema “del punto fisso”. Il tentativo di rimodellare l’equilibrio economico generale in termini di Teoria dei giochi è risultato completamente fallimentare, un programma di ricerca ormai abbandonato. Nella stragrande maggioranza dei casi non offre soluzioni che abbiamo le tre proprietà fondamentali in economia:
    a) Unicità ;
    b) Stabilità ;
    c) Efficienza ;
    Se non sotto stringenti condizioni, al limite dell’assurdo, assolutamente prive di rilievo economico pratico.
    Quanto alle competenze di Varoufakis non saranno mediamente migliori o peggiori di tanti accademici, buoni magari in una lezione d’aula ma del tutto inadeguati a ruolo assegnato. Come anche in Italia avevamo sperimentato.

  • Harken

    «Se tutto quello che sa sulla teoria dei giochi è quello che ha trovato su wiki, stiamo a posto. La studi e se ne faccia un’idea propria.»

    Ma, caro amico, Wikipedia era solo “for the record“: mi serviva giusto per dire «Vede? C’è ALMENO UNA fonte pubblica aggiornata, nella quale si citano parecchie applicazioni PRATICHE della teoria dei giochi». Nel pannello dei commenti ad un articolo di quotidiano, cos’avrei dovuto citare: Fudenberg & Tirole?

    Quanto all’invito a farsene un’idea propria, la ringrazio per il prezioso consiglio: ma un’idea in tal senso me la sono già fatta.

    Ed è questa: che la teoria dei giochi (la quale, da Von Neumann & Morgenstern, e poi Nash, ha fatto UN BEL PO’ di passi avanti, eh?) è – come sostiene il marxista Herbert Gintis – proprio quel “collante metodologico” che consentirebbe di unificare l’intero corpo delle scienze sociali, concentrandosi sull’essenza delle questioni, e lasciando perdere il “verbiage narrativo” di cui altri marxisti, quelli di scuola europeo-continentale, riempiono tomi e tomi da decenni, senza arrivare al punto.

    «E scoprirà che quella dell’Equilibrio di Nash e l’equilibrio di potenza è una favola buona per il cinema e altro non è che un modo diverso per definire il teorema “del punto fisso”.»

    Se posso: NON CREDO PROPRIO.

    Se volessi virare sull’accademico, a questo punto potrei dire: certo, il punto fisso del teorema di Kakutani (posso far vedere anch’io che ho letto qualcosa di più di Topolino e l’Intrepido?), mediante il quale si dimostra l’esistenza di un equilibrio di Nash, NON È PERÒ l’equilibrio stesso, bensì solo un metodo formale mutuato dalla matematica pura per arrivare più velocemente ed elegantemente a dimostrare un teorema di economia matematica; analogamente a come il teorema del punto fisso di Banach-Caccioppoli è il metodo topologico con il quale si dimostra l’esistenza ed unicità della soluzione di un problema di Cauchy per equazioni differenziali ordinarie, sotto determinate ipotesi, più velocemente ed elegantemente di quanto non si faccia col metodo delle approssimazioni successive. Ma questa, appunto, sarebbe solo accademia: e per mia fortuna io non sono un accademico.

    La questione invece è: l’equilibrio di Nash è un concetto soltanto formale, buono tutt’al più come citazione in un articolo mandato a Econometrica per tentare di farsi una carriera nell’accademia, oppure serve a qualcosa – e si osserva da qualche parte – nella realtà?

    Che probabilmente serva, lo prova l’ampio spazio dedicatogli – ad esempio – in “Dynamic noncooperative game theory“, un trattato scritto da un ingegnere elettronico turco trapiantato negli Stati Uniti, dove si occupa di ricerca operativa applicata alle reti (i.p., di dati e di comunicazione). Ma non solo: lo prova anche il fatto che se uno cerca, via Google Scholar, “Nash equilibrium computation“, trova parecchi articoli recenti: il primo dei quali è del 2008, annovera – ad oggi – più di 700 citazioni, ed è scritto da tre matematici applicati che si occupano, come il succitato ingegnere elettronico, di informatica teorica. Come mai?

    Be’, perché nella teoria matematica delle reti di (tele)comunicazione, quello di equilibrio di Nash è un concetto cruciale, per esempio per progettare algoritmi di “routing“, oppure meccanismi per la negoziazione del “roaming” nelle reti di telefonia cellulare.

    Se poi gli equilibri di Nash esistano, e si osservino, da qualche parte nella realtà “reale“, oltre ad usarsi in quella virtuale dei modelli matematici, è a tutt’oggi motivo di grande dibattito: soprattutto da quando la teoria dei giochi è diventata strumento con cui analizzare anche problemi che con l’economia c’entrano poco o punto – tipo, quelli della biologia evoluzionaria (vedere, ad es., la ricerca di Martin Nowak, della Harvard University).

    «Il tentativo di rimodellare l’equilibrio economico generale in termini di Teoria dei giochi è risultato completamente fallimentare, un programma di ricerca ormai abbandonato.»

    Può darsi. Il punto, però, è che in realtà l’intero concetto di equilibrio economico generale come “faro” con cui guidare ogni ulteriore ragionamento sui sistemi economici mi pare che ormai resista solo negli articoli da Econometrica e conseguente costruzione di carriere all’interno dell’accademia.

    Ma qui, appunto, stiamo di nuovo scadendo nell’accademismo più sterile.

    Torniamo invece a Varoufakis: fu proprio lui, in un articolo pubblicato dal NYT il 16 febbraio u.s., che non a caso s’intitolava «No Time for Games in Europe», a mettere in guardia gli osservatori meno smaliziati dal pensare che, in virtù dei suoi trascorsi accademici da teorico dei giochi, egli si sarebbe messo ad applicare pedissequamente modelli da libro di testo.

    In quell’articolo, quindi, che invito chiunque a rileggersi, egli adottava una posizione del tutto simile alla sua: dicendo proprio qualcosa del tipo «togliamoci dalla testa che questo negoziato possa affrontarsi come un esercizio da esame di microeconomia».

    Quindi, la domanda è: che cosa, poi, è andato storto?

    Perchè qualcosa deve essersi inceppato, e qualche ingranaggio deve aver grippato, nel meccanismo apparentemente perfetto che Varoufakis descriveva il 16 febbraio.

    Cosa possa essere stato, ce lo diranno gli storici e i cronisti: oltre, ovviamente, agli stessi protagonisti della vicenda – se e quando si decideranno a parlarne francamente e mettendo da parte i rancori.

    Guardando all’esito della vicenda col senno di poi, l’ipotesi che – come ripeto – mi permetto di avanzare, è che in realtà – competenze tecniche a parte – egli non fosse l’uomo giusto al posto giusto: oppure che la “chimica” fra lui e gli altri membri del governo non abbia funzionato; e che comunque sarebbe stato meglio affidare la guida del negoziato, da parte greca, ad un diplomatico, magari assistito da uno o più economisti. In tal modo, infatti, credo che si sarebbero ottenuti risultati più proficui per la Grecia, probabilmente in meno tempo, e comunque con meno “vittime”.

    Questo, ferma restando la stima per l’intellettuale Varoufakis…

  • Harlock

    Benissimo, rallegramenti, adesso che si è risposto da solo e che abbiamo capito che ciò che sarà buono per le reti informatiche in economia dove agiscono le personcine al più ti farà vincere un nobel ma serve a poco di più in termini applicativi. Che la teoria neoclassica è fallace. Che il Prof. Varoufakis è un ottimo battutista perfettamente cosciente dei limiti della sua preparazione specialistica nell’affrontare problemi concreti posso dire di concordare con Lei, servivano scafati negoziatori. Quanto alla stima, liberissimo. Io trovo il personaggio totalmente inadeguato tremendamente interessato al suo ego, narcisista ed esibizionista. Tutte qualità ottime in un personaggio televisivo, pessime per un negoziatore. Concordo anche che l’intero staff fosse inadeguato alla missione. E’ mia opinione che ciò sia legato alla natura di Syriza come partito.
    Quanto ai passi avanti nelle teoria dei giochi consistono, anch’io sarò breve, nel complicare il pane in modo sempre più sofisticati. Non si cava sangue dalle rape quell’impostazione è scintificamente epistelomgicamente, gnoseologicamente insensata. Non siamo macchine calcolanti.

  • Harlock

    Se herbert Gintis è marxista io sono Fidel Castro. Quello che lui verbiage è l’essenza del marxismo che è una critica del sistema capitalistico fondata sull’analisi del concetto di lavoro e sul feticismo della merce. Marx che è persino stato un fine critico della nascente analisi matemaitca non amava gingillarsi troppo con strane formulette.

  • Giacomo Casarino

    Se può interessare il tuo tono aprioristico e sarcastico: 1) non sono barone universitario, per far politica e per altri motivi non ho mai puntato a ruoli di potere; 2) sono anch’io di umili origini e la mia famiglia ha fatto i salti mortali per farmi studiare. Ho espresso il mio pensiero coltivando sempre la virtù del dubbio, quindi non vedo come si possa accusare di presunzione chi ha maturato in questo momento un giudizio certo netto, ma che può rivelarsi sbagliato. Se tu in questo momento sei adeguatamente informato, come credo, saprai che la Direzione di Syriza ha bocciato il diktat “europeo” e così ha fatto la maggioranza del Comitato Centrale (109 componenti su 201). Come vedi, convergendo il mio modesto parere con quello del partito Syriza, non hanno certo bisogno in Grecia di artigiani della politica come me. Attento alla bile, statti bene.

  • Harken

    …mah… lei forse sarà pure Fidel Castro, ma Gintis È marxista, o per lo meno LO FU alle origini del proprio percorso intellettuale; e se proprio si fosse in fregola di attribuzione di etichette, tale lo si potrebbe considerare anche oggi, a condizione di piantarla di pensare che essere marxisti significhi continuare a perdere tempo nell’esegesi infinita (talmudica, l’ha chiamata un altro marxista di quelli che a voi fanno venire l’orticaria, John Roemer) di Das Kapital, dei Grundrisse, e di tutta l’altra opera della Marx-Engels-Gesamtausgabe che ancora fosse sfuggita all’occhio del filologo (soprattutto le opere minori, mi raccomando! perché potreste esservi persi qualcosa di cruciale).

    Del resto, pure Yanis Varoufakis si definisce “marxista atipico“: e pure qui, quando cinque mesi fa lo feci notare in una discussione analoga a questa, ricevetti più o meno lo stesso tipo di replica («Se Varoufakis è marxista, io sono…»). Tanto per YV, quanto per Gintis o Bowles, o per Roemer, o per Elster o Przeworski o Cohen, obiezioni del genere non mi spostano di un millimetro: poiché, infatti, per me il problema non è quello di evitare che il marxismo diventi roba per lettori di rotocalchi, ma quello di riuscire a fare dell’economia marxiana un paradigma REALMENTE alternativo a quello neoclassico “mainstream” – cosa che in questo momento NON È -, CHIUNQUE ci provi, e DOVUNQUE attinga gli strumenti per farlo, m’importa poco. L’importante sarebbe riuscirci.

    Quanto poi a “Marx e la matematica“: Marx sarebbe «persino stato un fine critico della nascente analisi matematica [e] non amava gingillarsi troppo con strane formulette»? MA TUTTO IL CONTRARIO!

    Se per “fine critico” dobbiamo intendere un – come lo si chiamerebbe oggi – “filosofo della matematica”, che provava a discutere del senso e dello scopo di quel che altrove avevano creato o stavano creando Leibniz, Newton, Cauchy, Lagrange, Laplace e compagni, può anche darsi. Ho sott’occhio l’indice dei “Manoscritti Matematici” (che si trovano in giro, sul web), ed effettivamente vedo articoli del tipo “Sul concetto di differenziale“, “Sul concetto di funzione derivata“, e simili: ora, conoscendo Marx, temo purtroppo che si tratti di altrettanti tentativi di ricondurre il calcolo differenziale entro la cornice metodologica della dialettica – il che sarebbe tempo perso: ma potrebbe comunque considerarsi epistemologia della matematica. Amen.

    Se però per “critico” intendiamo uno che ripudiava l’idea stessa di fare uso della matematica nella propria opera economica, ebbene: NON È VERO! E piantatela di credere di poter tenere testa ai neoclassici da Econometrica ed equilibrio generale dinamico stocastico (a.k.a. “Real Business Cycle Theory“: quella che impregna il ragionare economico del centro studi della BCE, e alla quale dobbiamo la situazione economica attuale qui in Europa) senza ALTA matematica.

    Non è vero, anzitutto perché egli stesso sembrerebbe aver sostenuto L’ESATTO CONTRARIO: e cioè, che [cito da un lavoro di John Roemer] «Una scienza diventa REALMENTE sviluppata SOLO quando arriva al punto di poter fare uso della matematica».

    Secondo, perché DI FATTO, in tutto Das Kapital, che è un opera – anzi: la PRIMA opera – di macroeconomia, Marx USA ANCHE le famose formulette, quando lo ritiene opportuno: ma poiché il suo livello di competenza non arrivava molto oltre quella che oggi si chiamerebbe “algebra elementare” – cosa di cui mi pare di ricordare che egli si dolga ripetutamente, nella corrispondenza con Engels -, non riesce mai a far fare il VERO salto di qualità alla sua opera.

    Cosa sarebbe successo se, invece, Marx fosse stato padrone dell’analisi infinitesimale, della teoria delle funzioni analitiche, della meccanica analitica di Laplace e Lagrange…?

    Semplice: che oggi, ad Harvard e all’MIT, invece di studiare la teoria dell’equilibrio economico generale walrasiano, si studierebbe quella dell’equilibrio marxiano! Punto.

    Prima lo capite, meglio sarà per la “causa”.

  • Harlock

    CI sarebbero un mucchio di cose da dire:
    Io non so cosa sia per lei una scienza e nemmeno comprendo pur dovendo maneggiare per lavoro procedure numeriche complesse, perchè l’economia debba essere una scienza e non un disciplina morale come sarebbe più logico essendo il suo oggetto di indagine la società, con le sue complesse e non formalizzabili sovrastrutture giuridiche, politiche, sociali, culturali e religiose. E nemmeno cosa intenda per salto di qualità. Non so neppure di che causa Lei parli. Di sicuro non è la mia.
    A ogni buon conto, non ci si oppone all’uso della matematica: l’economia è fatta di prezzi e quantità, ma all’uso feticistico della matematica quando non serve, quando ci allontana dalla realtà rinchiudendola dentro schemi formalmente eleganti ma inservibili. Quanto a Marx così come Sraffa adottano la matematica quel minimo che serve. Sraffa addirittura diffida della matematica e imposta volutamente il suo ragionamento sul piano dell’astrazione logica pura. Non di meno ottenendo risultati notevoli sul piano critico e col minimo impiego, ribadisco minimo impiego e non assenza, di chincaglieria formale possibile. Il lettore di Sraffa è subito messo sull’avviso.
    Infine non si capisce quali motivazioni ci siano nell’assegnare a modelli matematici fondati su ipotesi per lo più irrelalistiche se non del tutto assurde una primazia rispetto a un ragionamento rigoroso ma condotto utilizzando il linguaggio naturale o al più l’algebra elementare che in economia basta e avanza.
    Io lavoro per grandissime aziende, facciamo analisi complesse, soprattutto data l’enorme mole di dati contabili da analizzare. Bene, uso le quattro operazioni note dalla scuola media inferiore: somme, differenze, prodotti, quozienti e proporzioni. A farla difficile una volta abbiamo dovuto utilizzare un metodo di ammortamento complicatissimo: c’era da fare una radice quadrata! Poi, per carità, le grandi aziende un ufficio studi in cui mettere un po’ di gente a gingillarsi con strani modellini lo hanno. Sappia che, normalmente, vengono considerati un costo di cui a stento si riconosce l’utiità e non un valore aggiunto quantificabile.
    Ora la risposta alla domanda cosa sarebbe successo se Marx avesse conosciuto..eccetera? Avesse conosciuto cosa, il teorema di Perron Froebenius ? Niente, assolutamente niente di rilevante, perchè il cuore dell’analisi di Marx non è quantitativo. Del resto la teoria del valore lavoro non l’ha nemmone inventata lui, pare che se ner rinvengano tracce persino in alcune tavole assire. Il nucleo dell’analisi di Marx è una critica eminentemente logica ed esposta fondamentalmente con il linguaggio naturale. Non è dalla teoria dei giochi con cui si gingillano a Santa Fe che ci si può aspettare il cambiamento ma da una riflessione sull’uso feticistico della tecnica. Che non c’entra nulla col talmud. Anche se ho idea che il talmud molto di più avrebbe avrebbe da insegnarle. Non sottovaluti le religioni, quasi tutte hanno un deposito di conoscenza e saggezza sconosciuta a molti accademici presuntuosi.
    Molto di più,comunque, del lambiccamenti matematici di Gintis e compagnia calcolante. In ogni caso: “Je ne suis pas marxiste” per dirla col filosofo di Treviri. Un cordiale saluto,
    v.

  • Harlock

    CI sarebbero un mucchio di cose da dire:

    Io non so cosa sia per lei una scienza e nemmeno comprendo pur dovendo maneggiare per lavoro procedure numeriche complesse, perchè l’economia debba essere una scienza e non un disciplina morale come sarebbe più logico essendo il suo oggetto di indagine la società, con le sue complesse e non formalizzabili sovrastrutture giuridiche, politiche, sociali, culturali e religiose. E nemmeno cosa intenda per salto di qualità. Non so neppure di che causa Lei parli. Di sicuro non è la mia.

    A ogni buon conto, non ci si oppone all’uso della matematica: l’economia è fatta di prezzi e quantità, ma all’uso feticistico della matematica quando non serve, quando ci allontana dalla realtà rinchiudendola dentro schemi formalmente eleganti ma inservibili. Quanto a Marx così come Sraffa adottano la matematica quel minimo che serve. Sraffa addirittura diffida della matematica e imposta volutamente il suo ragionamento sul piano dell’astrazione logica pura. Non di meno ottenendo risultati notevoli sul piano critico e col minimo impiego, ribadisco minimo impiego e non assenza, di chincaglieria formale possibile. Il lettore di Sraffa è subito messo sull’avviso.

    Infine non si capisce quali motivazioni ci siano nell’assegnare a modelli matematici fondati su ipotesi per lo più irrelalistiche se non del tutto assurde una primazia rispetto a un ragionamento rigoroso ma condotto utilizzando il linguaggio naturale o al più l’algebra elementare che in economia basta e avanza.

    Io lavoro per grandissime aziende, facciamo analisi complesse, soprattutto data l’enorme mole di dati contabili da analizzare. Bene, uso le quattro operazioni note dalla scuola media inferiore: somme, differenze, prodotti, quozienti e proporzioni. A farla difficile una volta abbiamo dovuto utilizzare un metodo di ammortamento complicatissimo: c’era da fare una radice quadrata! Poi, per carità, le grandi aziende un ufficio studi in cui mettere un po’ di gente a gingillarsi con strani modellini lo hanno. Sappia che, normalmente, vengono considerati un costo di cui a stento si riconosce l’utiità e non un valore aggiunto quantificabile.

    Ora la risposta alla domanda cosa sarebbe successo se Marx avesse conosciuto..eccetera? Avesse conosciuto cosa, il teorema di Perron Froebenius ? Niente, assolutamente niente di rilevante, perchè il cuore dell’analisi di Marx non è quantitativo. Del resto la teoria del valore lavoro non l’ha nemmone inventata lui, pare che se ner rinvengano tracce persino in alcune tavole assire. Il nucleo dell’analisi di Marx è una critica eminentemente logica ed esposta fondamentalmente con il linguaggio naturale. Non è dalla teoria dei giochi con cui si gingillano a Santa Fe che ci si può aspettare il cambiamento ma da una riflessione sull’uso feticistico della tecnica. Che non c’entra nulla col talmud. Anche se ho idea che il talmud molto di più avrebbe avrebbe da insegnarle. Non sottovaluti le religioni, quasi tutte hanno un deposito di conoscenza e saggezza sconosciuta a molti accademici presuntuosi.

    Molto di più,comunque, del lambiccamenti matematici di Gintis e compagnia calcolante. In ogni caso: “Je ne suis pas marxiste” per dirla col filosofo di Treviri. Un cordiale saluto,

    v.

  • Harken

    Caro ‘v.’, poiché anch’io per mestiere mi occupo di analisi quantitative, credo di sapere di cosa parlo. Ma chiudo qui la diatriba, che si è spinta già molto più in là di quanto originariamente intendessi, perché questo in fondo non è un blog di matematica applicata. Credo che chi legge si sia già annoiato abbastanza.

    E, no: non sto parlando (solo) della “famigerata” questione del teorema di Perron-Frobenius (che peraltro è alquanto più tardo dell’epoca di Marx). Sto parlando, appunto, di tutto un approccio all’analisi dei problemi economici: che Marx non aveva, e Walras e Pareto invece sì.

    E, certo: sul piano metodologico, è vero, ci sarebbe MOLTISSIMO da dire. Poiché però è chiaro che viaggiamo su direzioni mutuamente ortogonali, temo che potremmo andare avanti per altri dieci anni a scambiarci queste minuzie, senza venire a capo di nulla. Fa niente: sarà per un’altra vita.

    Ad ogni modo – e poi, come si suol dire, chiudo – tutta la precedente discussione in realtà rischia di suonare – e anzi: è – decisamente astratta e disancorata dalla realtà.

    La VERA risposta alla domanda che mi ponevo un paio di post fa, «che cosa, poi, è andato storto?», infatti è: Matthieu Pigasse. Amministratore delegato di Lazard France, è «l’uomo [cito dal Sole 24 Ore del 2 febbraio u.s.] che per conto di Lazard consiglia il Governo di Atene nel negoziato con Bruxelles e i partner europei sulla ristrutturazione del debito».

    Una volta appresa quest’informazione, TUTTO – ma proprio TUTTO – diventa improvvisamente di una chiarezza cristallina…

    Il famoso senno di poi.

    Cordialità,

    a.a.

  • Harlock

    Un marxista walrasiano, questa mi mancava. Grande la confusione sotto i cieli diceva quello….