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Editoriale

Un paio di cose che potrebbe fare Renzi

Ogni volta che viene nominato un nuovo segretario del partito democratico è certo che si tornerà a parlare dell’eterna, necessaria, fondamentale «riforma del lavoro». In questo caso però Matteo Renzi ha fatto un’operazione di prevedibile scaltrezza. Ha lanciato una serie di slogan per sondare il campo. Ha parlato di «Piano nazionale per il lavoro», «Contratto unico a tempo indeterminato», «Sussidio di disoccupazione universale». E poi di «Superamento dell’articolo 18». Sì, ancora lui! Ma non dovevamo parlarne più? Quindi anche un po’ di inglese: flexsecurity e Jobs Act.
Sono parole d’ordine buttate in pasto a un’opinione pubblica logorata dall’ossessione del lavoro e dalla sua mancanza e ancor più dal quotidiano impoverimento economico, che genera sconforto, insicurezza, malumore. Soprattutto sono messaggi diretti alle forze politiche e sociali per sondare il campo, raccogliere consensi e dissensi, in vista di un progetto. Che infatti è rimandato a gennaio.
In parole povere: non c’è ancora nulla sul piatto. Renzi, semplicemente, si diverte a lanciare i sassi di un ancora fantomatico Jobs Act per scalfire le inossidabili certezze che intorno al Moloch del lavoro sembrano sclerotizzate da oltre un trentennio. Tutti hanno reagito con i soliti riflessi pavloviani. Confindustria che santifica l’ennesima eliminazione dell’articolo 18. Landini che invita Renzi a reintrodurre l’articolo 18. Cesare Damiano, oggi difensore dei precari, solo ieri è stato il relatore al senato della «Riforma Fornero sul lavoro» che ha istituzionalizzato le 46 forme di lavoro atipico. Poi c’è Brunetta che lamenta la copiatura dal programma Pdl.
Matteo Renzi sa coltivare bene l’arte della provocazione, mescolando proposte «post-ideologiche» a una sapiente tessitura di concertazioni democristiane che passano per il suo smodato egotismo mediatore. Il segretario Pd è consapevole che dinanzi all’attuale, impresentabile, classe dirigente ha solo da guadagnare nell’azzardare una nuova riforma di sistema. A questo punto vale la pena di provare a fare il punto.
Dalle colonne del Corriere della Sera del 21 dicembre, Maurizio Ferrera ha invitato a fare a un bagno di pragmatico realismo. Suggerisce una politica dei piccoli passi concreti sul lavoro contro le ampie proposte di provocazione e rottura. Altrimenti si finisce bruciati dall’immobilismo italiano. D’altra parte le poche proposte annunciate sembrano prese di sana pianta da un libro del 2008 di Tito Boeri e Pietro Garibaldi, «Un nuovo contratto per tutti» (quando la sbornia berlusconiana del «meno tasse per tutti» produceva mostri, anche nei titoli dei libri). Era il piccolo mondo antico prima della Grande Recessione globale.
Dopo cinque anni c’è ancora chi si domanda: ma di quale contratto, e di quale lavoro, stiamo parlando? Una risposta sarebbe gradita, dinanzi all’attuale tasso di disoccupazione giovanile oltre il 40%, ai milioni di NEET, o a milioni di disoccupati di lunga durata e scoraggiati, sempre più spesso over-quaranta-cinquantenni.
Basterebbe poco per essere concreti e rivoluzionari. A patto però di andare fino in fondo. Se facesse sul serio Renzi dovrebbe tenere insieme un piano per i lavori (al plurale) con quello di un nuovo Welfare universalistico. Dopo sei anni di crisi bisogna partire da quest’ultimo per combattere povertà ed esclusione sociale.
Bisogna prevedere un sussidio di disoccupazione universale insieme a un reddito minimo garantito in modo che le persone si sentano sostenute dalle istituzioni, contro i ricatti del lavoro gratuito o dei pignoramenti degli esattori.
Ci sono le tre proposte di legge sul reddito minimo Pd, Sel e Movimento 5 Stelle giacenti in Parlamento. Le si accorpi, migliorandole, e si proceda.
Infine si possono programmare interventi puntuali per rilanciare tutte le forme di attività lavorativa, stabilendo garanzie di base universali come il salario orario, la malattia o la maternità.
Prima che sia troppo tardi, per tutto e tutti, anche per lo scaltro aspirante «Sindaco d’Italia», quello di cui oggi c’è bisogno è un New Deal di politiche culturali, per l’ambiente, le nuove tecnologie, la cura e la tutela delle persone.