closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Editoriale

Un giornale per amare e lottare

Il manifesto è un giornale dove l’attualità non viene raccontata con l’ossessione dell’attualità. Forse non siamo più in grado di immaginare un altro mondo, ma almeno possiamo raccontare il mondo che c’è senza il dovere di pensarlo unico.
Il manifesto non sarà mai al sicuro, e forse gli giova essere in bilico. Se fosse un’impresa florida avrebbe la cecità e l’arroganza di tutte le imprese floride. In un mondo in cui la peste del consumo è riuscita a diventare religione di massa, l’unica religione che accomuna poveri e ricchi in ogni angolo del pianeta, in un mondo come questo il manifesto ci vuole e la frase suona assai simile al pavesiano «un paese ci vuole».
Ci vuole un giornale che si muove sull’orlo e che racconta margini, pieghe nascoste, un giornale mai stanco di partorire eresie. Su questo giornale si può scrivere di passioni civili e delle crepe sul fondo della nostra anima. E forse il futuro della politica è proprio qui: intrecciare politica e poesia. Amare e lottare: leggere il manifesto è il miglior modo di tenere viva la gioia della lotta.

  • Francesco

    Intrecciando politica e poesia, insieme ad altre supercazzole sull’amore e sulle crepe sul fondo dell’anima, si finisce falliti economicamente e irrilevanti politicamente.

  • Paolo Liuzzi

    Bho! Che hai detto ?

  • il compagno Sergio

    “leg­gere il mani­fe­sto è il miglior modo di tenere viva la gioia della lotta”: questa frase che conclude l’intervento di Franco Arminio sembra non giustificare il tuo presunto teorema (in realtà vera supercazzola).

  • Francesco

    Sarà, la lotta gioiosa a me sembra roba da intellettuali col sedere al caldo. Con queste lotte gioiose nella azienda nella quale ho lavorato fino a tre giorni fa hanno licenziato migliaia di persone, molte delle quali ora sono in mezzo ad una strada con le rispettive famiglie. Lottare gioiosamente continuando a straperdere è vera lotta?

  • Max lo scettico

    Guarda che la gioia della lotta è una cosa diversa dalla lotta gioiosa (anche se si assomigliano).
    E poi basta con questi luoghi comuni degli intellettuali “col culo al caldo” frutto del becerume populista.
    Gli intellettuali e gli artisti fanno quello che sanno fare, spesso in difficili condizioni economiche.
    Ora sta a vedere che se i lavoratori sono licenziati la colpa,è di Franco Arminio (che si occupa di paesi e paesaggi) e del manifesto.
    In questo piccolo (grande) quotidiano a me sembra che ci sia (da anni, basti pensare ad Arancia blu e alla Rivista della sinistra) un lavoro finalizzato all’unità della sinistra e alla gioia della lotta e dell’impegno sociale e politico.