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Editoriale

Tsipras non è Renzi

Grecia. Un voto ancorato all’Europa

Alexis Tsipras nel comizio di chiusura della campagna elettorale

La vittoria di Alexis Tsipras è un’ottima notizia. Per vari motivi: sul piano personale; per la forza del risultato e per il distacco segnato dal centrodestra. I sondaggi che indicavano un match quasi sul filo di lana tra Syriza e Nuova democrazia, hanno sbagliato clamorosamente le previsioni (che non è una notizia), e chissà quanto in buonafede.

Quasi due milioni di voti e il 35,46% ottenuto al terzo appuntamento elettorale in un anno (dopo le elezioni di gennaio e il referendum di luglio) danno ancor più peso e verità al consenso delle urne: questo voto dice che i greci vogliono ancora il cambiamento e non hanno alcuna intenzione di farsi governare da chi li ha portati sull’orlo del baratro lasciandoceli per tutti questi anni.. Nonostante l’anno orribilis, il popolo rinnova la fiducia a Tsipras riconoscendogli di essersi messo in gioco nel contesto più difficile, di aver combattuto solo contro tutti, di aver perso la prima durissima battaglia ma di voler continuare a combattere la guerra per un’altra Europa.

Il giovane leader è stato stato tra i pochi a credere nel successo anche quando, nei giorni della campagna elettorale, confortava i più scoraggiati tra i suoi, sicuro di dare molti punti di distacco all’avversario. Come è puntualmente successo. Probabilmente recuperando fette di indecisi e voto giovanile. Dunque quella del 20 settembre va considerata anche una vittoria della persona oltre che del leader.

Questo risultato è così ricco e abbondante da essere mal digerito da molti, come evidenziano le reazioni. In Europa e in Italia. Chi enfatizzando la grande astensione (comprensibile alla terza votazione in pochi mesi); chi riesumando la stantia categoria del tradimento; chi sventolando il drappo rosso del memorandum da rispettare.

Per verificarlo è bastato uno sguardo ai titoli degli “opposti estremismi”.

Da una parte l’Unità di Renzi (“Tsipras, di lotta e di governo”) dall’altra Il Fatto (“Tsipras uccide la sinistra”). Facendo pensare ai loro lettori che Alexis e Matteo sono due compagni di merende.

Mistificando sul fatto che il leader (Renzi) che rivendica orgogliosamente al suo Pd il dna blairiano, possa avere qualche cromosoma in comune con un politico (Tsipras) che ha nel suo Pantheon Gramsci, Berlinguer e la battaglia del 2001 contro il G8 di Genova. E che adesso, con un governo e un partito più coesi, si dichiara pronto a ricominciare la battaglia contro l’austerità imposta dalla troika.

Lo conferma la scelta di replicare la strana alleanza di governo con i “greci indipendenti” di Anel, scelti a gennaio per le loro posizioni anti austerità e per aver battagliato, fino alla scissione, contro la corruzione del vecchio centrodestra.

Al mercato politico di Bruxelles, il consenso rinnovato a Tsipras vale come un buon avanzo primario da spendere nelle trattative che lo attendono. I cittadini che lo hanno votato intendono restare ben ancorati all’Europa, non condividono le idee di chi suggeriva un ritorno alla dracma (i fuoriusciti di Unità Popolare hanno preso 150 mila voti e non sono arrivati al 3%), e sono pronti a sostenere il capo del governo nella trattativa sul debito, sul pacchetto Juncker, sull’immigrazione.

Già domani, quando Tsipras andrà a sedersi al tavolo europeo per discutere la questione dei migranti, si troverà di fronte i falchi dell’austerità. Gli stessi che ieri gli hanno mandato messaggi di congratulazioni al veleno (ricordati che devi rispettare i patti).

Sono animali che ben conosce per averne assaggiato gli artigli e la potenza di ricatto, i colpi sferrati sotto la cintola.

Ma Tsipras non è solo un tribuno, ha il fiuto del politico e la stoffa del lottatore. Ha commesso qualche errore? Nessuno è perfetto.