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Internazionale

Trump alla fine cede: stato d’emergenza e 50 miliardi di dollari

Stati uniti. Il presidente, circondato dai manager delle case farmaceutiche, promette cinque milioni di tamponi. Poi minimizza: «Sono inutili». Domande sul suo stato di salute dopo i contatti con dei contagiati: «Sto benissimo»

Spray disinfettante all’uscita di una casa di cura a Kirkland, nello Stato di Washington

Spray disinfettante all’uscita di una casa di cura a Kirkland, nello Stato di Washington

Usando un tono ben meno minimizzante di quello tenuto fino a pochi giorni fa, Donald Trump ha dichiarato ieri dal giardino della Casa bianca l’emergenza nazionale per l’epidemia di coronavirus.

Già a inizio settimana i senatori democratici avevano scritto al presidente per sollecitare questa dichiarazione, in quanto permette «di mettere a disposizione risorse federali per le comunità e le zone colpite». E così Trump ha stanziato 50 miliardi di dollari per far fronte all’emergenza.

Circondato da dirigenti delle case farmaceutiche e delle maggiori ditte statunitensi, Trump ha annunciato cinque milioni di nuovi test, menzionando quelli della Roche, ma ha sottolineato: «Non vogliamo che tutti facciano questo test. È totalmente inutile».

Trump ha poi nuovamente provato a minimizzare: «Cinque milioni di test saranno disponibili entro un mese. Ma dubito che avremo bisogno di un numero di test anche solo vicino a quello».

Al di là dei ricami retorici di The Donald, la notizia della disponibilità e della produzione dei test e quella dell’apertura del governo nel coinvolgere il settore privato in questo progetto sono quello che gli Usa e le amministrazioni locali aspettavano per fronteggiare la crisi.

A sottolineare l’importanza di questa apertura è stato, a più riprese, Anthony Fauci, a capo dell’Istituto nazionale di allergie e malattie infettive, che per la prima volta ha espresso un’ombra di ottimismo rispetto alla risposta Usa al coronavirus.

Iinterrogato su quanto questa emergenza durerà, Fauci ha risposto spiegando che dipenderà solo «da quanto saremo bravi nel contenere la curva» e ha specificato che chiudere le frontiere è una misura discutibile: non ha nulla a che fare con il contrastare un’epidemia che è già infiltrata all’interno dei confini.

Alla domanda se si stesse assumendo la responsabilità del lento ritmo di rilascio dei test, che Fauci stesso aveva definito «un fallimento», Trump ha risposto: «Non mi assumo affatto la responsabilità, perché ci hanno dato regole, regolamenti e specifiche di un altro momento», ora che le cose sono cambiate «abbiamo cambiato i ritmi».

Anche in questo frangente Trump non ha perso l’occasione per colpire di nuovo l’amministrazione Obama, affermando (erroneamente) che con l’epidemia di H1N1 Obama e il suo governo «non hanno fatto test in questo modo» e che li hanno fatti «troppo tardi». Eppure il numero dei test per l’H1N1 erano esponenzialmente più alti e la dichiarazione di emergenza fu stata molto più immediata.

Dopo tutte le dichiarazioni di Trump che hanno sostanzialmente chiarito che finalmente i test potranno essere effettuati molto più liberamente dalle autorità locali – che dovranno anche occuparsi delle restrizioni necessarie per affrontare l’emergenza – il tycoon ha dovuto affrontare un fuoco di fila di domande dei giornalisti riguardo il suo stato di salute e sul motivo per cui non si sia ancora sottoposto a un test, anche dopo essere stato esposto a più persone o in quarantena volontaria o già risultate positive al test.

Trump ha continuato a sostenere di sentirsi benissimo e di non avere bisogno di sottoporsi a nessuno screening, ripetendo che in assenza di sintomi il sottoporsi a un test non è necessario. Messo alle strette ha dichiarato che, alla fine, a un test si sottoporrà, uno di questi giorni.

Mentre i funzionari della sanità pubblica e gli amministratori delegati attorno a lui sollecitavano grandi cambiamenti nella vita delle persone e le principali istituzioni, Trump ha tenuto a dire: «Questo passerà. Questo passerà, e saremo ancora più forti per questo».