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Editoriale

Strage di Bologna. 40 anni dopo di fronte alla verità

L'anniversario e la nuova inchiesta. Pier Paolo Pasolini scriveva: «Io so..Io so i nomi dei responsabili... della strage di Milano del 12 dicembre 1969, della strage di Brescia...ma non ho le prove». Stavolta le prove decisive sono sotto i nostri occhi

Come ricorda la Camera del Lavoro di Bologna è indimenticabile l’immagine del presidente Sandro Pertini, accorso nel 1980 tra le macerie della strage del 2 agosto, che piangendo disse: «Siamo di fronte all’impresa più criminale che sia avvenuta in Italia». Dopo 40 anni l’immagine del presidente Mattarella che incontra i parenti delle vittime della strage della stazione di Bologna rappresenta in modo paradigmatico l’anomalia democratica vissuta dall’Italia nel suo primo trentennio di vita democratica.

In nessun paese d’Europa, infatti, si è mai vista una scena simile: le associazione dei familiari delle vittime di una «strage di Stato» che incontrano il capo dello Stato anch’egli con un fratello ucciso dal terrorismo. La strage di Bologna segna un punto di congiunzione, un architrave di vicende storiche centrali per la vita del Paese. Essa connette, attraverso personaggi di spicco del terrorismo neofascista, degli apparati di forza dello Stato e delle organizzazioni eversive come la P2, la prima fase della strategia della tensione, nell’arco di tempo che va dal 12 dicembre 1969 fino all’attentato sul treno Italicus del 4 agosto 1974 alla delicata e drammatica transizione dell’Italia nella fase post-Guerra Fredda.

Nell’ultima inchiesta della magistratura, infatti, i rinvii a giudizio coinvolgono, tra gli altri, da un lato Paolo Bellini, ex fascista di Avanguardia Nazionale, reo confesso dell’assassinio del militante di Lotta Continua Alceste Campanile e poi implicato nelle cupe vicende delle stragi di mafia del 1992-93 che lo videro a contatto con il boss Antonino Gioè in Sicilia; dall’altro Domenico Catracchia, amministratore degli immobili di proprietà dei servizi segreti di via Gradoli a Roma dove nel 1978 (in pieno sequestro Moro) le Brigate Rosse avevano costituito la loro base operativa ed in cui poi nel 1981 trovarono alloggio esponenti dei gruppi fascisti dei Nuclei Armati Rivoluzionari, condannati per la strage alla stazione del 2 agosto 1980. Le accuse per coloro che vengono considerati i mandanti della strage di Bologna, se confermate, chiamano in causa gli apparati dello Stato e soprattutto quella classe dirigente di governo dell’epoca.

Che con esponenti come Federico Umberto D’Amato, Licio Gelli, Pietro Musumeci, Francesco Pazienza e Giuseppe Santovito ha «fatto politica» per decenni in chiave anticomunista e contro la Costituzione della Repubblica.

La condanna del gennaio 2020 dell’esponente dei Nar Gilberto Cavallini, aggiungendosi a quelle definitive di Fioravanti, Mambro e Ciavardini, conferma non solo la sostanza della pista nera ma apre scenari finalmente importanti sulle responsabilità di più alto livello istituzionale che permisero ai neofascisti di colpire di nuovo il cuore democratico del Paese. È questo il punto centrale, oltre che alla individuazione degli esecutori materiali, in cui si concentra il nodo storico-politico intorno alla strage di quarant’anni fa che si colloca in quel peculiare contesto italiano descritto senza mezzi termini dall’ex capo di Stato maggiore dell’esercito, il generale Mario Arpino che di fronte ad una commissione parlamentare dichiarò: «Piaccia o non piaccia, ancora negli anni Ottanta, per noi un terzo del Parlamento italiano era il nemico».

Il progressivo approfondirsi di ricerca storica e indagini giudiziarie segnano in questo modo il venir meno di ogni ipotesi «alternativa» come la cosiddetta «pista internazionale» alimentata in primis da articoli di quel Mario Tedeschi, direttore de Il Borghese e poi senatore del Msi, che oggi viene indicato dalla Procura come uno dei mandanti-organizzatori dell’attentato e poi dal depistaggio tentato nel 1981 (la «operazione terrore sui treni») per il quale sono stati condannati in via definitiva Gelli, Musumeci, Belmonte e Pazienza.

Una falsa pista mirante ad attribuire le paternità della strage ad un «anello debole» che sia l’ex leader libico Gheddafi, ormai morto, o gruppi palestinesi, oggi politicamente isolati – dimenticando chissà perché di chiamarla casomai «pista del Mossad», visto il fatto, come ha ben raccontato Eric Salerno, che in quegli anni l’Italia diventa la «base operativa» di quel servizio segreto.

Comunque una pista estera funzionale ad una campagna volta ad affrancare dalle responsabilità di quella stagione, grazie ad una mescolanza di omissioni, oblii pubblici e convenienze politiche, non solo gli esecutori materiali ma soprattutto quei settori niente affatto marginali della società italiana delle classi dirigenti, militari e proprietarie responsabili del tradimento della Repubblica. Pier Paolo Pasolini scriveva: «Io so..Io so i nomi dei responsabili… della strage di Milano del 12 dicembre 1969, della strage di Brescia…ma non ho le prove». Stavolta le prove decisive sono sotto i nostri occhi.

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