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Editoriale

Se la forma fa a pugni con la sostanza

Comunarie a 5Stelle. Una giustizia domestica, tutta contenuta nelle stanze del partito, poteva andar bene quando una vera militanza di massa era la prima e vera garanzia delle scelte fatte dagli organi dirigenti

Il giudice di Genova ha dato ragione a Marika Cassimatis, cui era stata preclusa la candidatura M5S. È una decisione assunta in sede cautelare, e ne viene un ginepraio giuridico che pronunce nel merito potranno sciogliere diversamente.

Ma qualche considerazione si impone.

Il tema delle candidature è essenziale per qualsiasi soggetto politico. Oggi come ieri, ha sempre visto contrasti e lotte interne. Un tempo, sarebbero rimasti tra organi collegiali e commissioni di garanzia. Oggi, non di rado si finisce in un’aula di giustizia, civile o magari anche penale.

L’articolo 49 della Costituzione, che si aggiunge alla generale libertà di associazione di cui all’articolo 18, garantisce ai cittadini il diritto di associarsi in partiti «per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». Il principio ovviamente trova applicazione a tutti i livelli istituzionali. A guardar bene, in esso trova centralità l’iscritto: a lui fa capo il diritto di associarsi, e in ultima analisi la facoltà di concorrere a determinare la politica. È in primo luogo il rispetto dei diritti dell’iscritto che dà sostanza al metodo democratico, che poi ovviamente regge anche una lettura relativa al rapporto tra i soggetti politici. E il rispetto dei suoi diritti richiede regole che ne assicurino la partecipazione, e adeguate garanzie per le decisioni che lo riguardano.

Qui vediamo la ragione del volgersi alla sede giudiziaria. Una giustizia domestica, tutta contenuta nelle stanze del partito, poteva andar bene quando una vera militanza di massa era la prima e vera garanzia delle scelte fatte dagli organi dirigenti.

Poi, quando i partiti avevano un bacino elettorale sostanzialmente stabile, contestarne le scelte sulle candidature avrebbe condotto automaticamente a una sconfitta nelle urne. Ma la giustizia domestica non regge più quando le decisioni vengono assunte per accordi tra capi e capetti in partiti feudalizzati, di fronte a un corpo elettorale di orientamento mutevole.

Ancor meno reggono in un partito del leader, quando il carisma del capo si appanna.

L’ordinanza del giudice di Genova ricostruisce – pur nei limiti di una pronuncia cautelare – il mosaico complesso delle decisioni sul caso Cassimatis, dall’investitura da parte dell’assemblea locale, alla decisione di Beppe Grillo come garante, alla convalida da parte dell’assemblea nazionale.

Assumendo che la ricostruzione sia corretta, si esprimono dubbi sulla legittimazione di Grillo, e su quella dell’assemblea nazionale, chiamata a decidere non tra le due liste contendenti, ma tra la lista arrivata seconda e nessuna lista M5S.

In ultima analisi, emerge una violazione dei diritti degli iscritti genovesi M5S e del diritto di Marika Cassimatis di candidarsi.

Non si trae, invece, dalla pronuncia del giudice, un dubbio di principio sulla decisione assembleare in rete. Sembrano piuttosto assumere rilievo alcune modalità della stessa, come il mancato rispetto dei termini volti a consentire la consapevolezza dei votanti sull’oggetto della consultazione. Né si censura di per sé il punto che un’assemblea nazionale in rete si sovrapponga a quella locale. Si sottolinea infatti che la regola ne limita il ruolo a una convalida. Quanto al garante Beppe Grillo, si segnala il debole fondamento della figura, non statutaria né regolamentare.

In sintesi, dalla pronuncia non sembra doversi trarre una invalidità del modello M5S in sé, ma piuttosto una errata applicazione. Va detto, però, che emerge anche la particolare complessità e conseguente fragilità del processo decisionale, che si tradurrà probabilmente in un prosieguo del conflitto in altre sedi giudiziarie.

La lezione che viene dalla vicenda genovese è dunque che gli elementi di novità da riconoscere al Movimento 5 Stelle – soprattutto nella formale valorizzazione della base e nell’utilizzazione della rete nei processi decisionali – vanno semplificati e rivisti, unendo forma e sostanza. Oggi come ieri, il punto focale è: buone regole, correttamente applicate. In questo si risolvono la democrazia interna, i diritti dell’iscritto, il rispetto della Costituzione. I vecchi modelli non servono più, e i fatti lo dimostrano. I nuovi vanno messi a punto. In ogni caso, il turbinio delle carte bollate non fa bene a chi si candida a governare.

  • Sergio Pulitini

    CHI NON STA ALLE REGOLE DI PARTITO E’ GENERALMENTE UN INFILTRATO CACCIATORE DI DI POLTRONE E DI EURO.

  • Federico_79

    Che logica raffinata. Quindi chi invece obbedisce ciecamente lo fa per amore dell’ umanitá? É possibile ragionare senza gridare in stampatello?