Quando un nuovo farmaco arriva sul mercato italiano, c’è chi può utilizzarlo subito e chi deve attendere: tutto dipende dalla Regione di residenza e la differenza tra una e l’altra può superare i dodici mesi. Lo rivela uno studio appena pubblicato dalla società di analisi e consulenza PharmaValue e dell’Associazione dei Professionisti Public Affairs in Sanità (Appas), presentato alla recente conferenza annuale della sezione italiana della International Society for Pharmacoeconomics and Outcomes Research. La differenza nel tempo di accesso ai farmaci tra una regione e l’altra si traduce in disuguaglianze in termini di salute e qualità della vita. E dovrebbe fare riflettere sull’impatto del regionalismo in sanità due decenni dopo la riforma costituzionale che l’ha introdotto.

Lo studio ha riguardato 91 farmaci autorizzati per il commercio in Italia negli ultimi tre anni, dopo un percorso regolatorio a più livelli. Inizialmente, l’Agenzia europea del farmaco (Ema) valuta efficacia e sicurezza dei nuovi principi attivi per tutto il continente. Successivamente, l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ne stabilisce la rimborsabilità a livello nazionale. Prima che il farmaco arrivi ai malati, però, serve un passo ulteriore: spetta alle Regioni organizzarne la distribuzione, cioè individuare gli ospedali che potranno somministrare il farmaco e indire le gare per le forniture. È in questa fase che il Servizio sanitario nazionale si rivela per quel che è: la somma di 21 sistemi regionali e provinciali, pesantemente influenzati dalla politica e in concorrenza tra loro.

Secondo i dati di PharmaValue e di Appas, la procedura regionale ha esiti assai diversificati: dura appena 20 giorni in Lombardia, oltre cinque mesi in Abruzzo e Basilicata e fino a 298 giorni in Molise, quasi un anno. Va un po’ meglio se si tratta di un farmaco contro una malattia rara, dove al massimo si aspettano otto mesi in Val d’Aosta, comunque moltissimi rispetto ai 22 giorni della Lombardia. Va peggio, invece, per i principi attivi «non innovativi». Dai 47 giorni della Lombardia si arriva agli oltre 7 mesi di attesa per Calabria, Basilicata, Val d’Aosta e agli astronomici 476 giorni, quasi un anno e quattro mesi, per il Molise.

L’origine di queste differenze risiede in procedure diverse da regione a regione, nonostante i farmaci siano gli stessi per tutti. «Ci sono regioni che hanno una commissione dedicata ai farmaci e altre, come la Lombardia, che non ce l’hanno e passano direttamente la palla agli ospedali per l’approvvigionamento», spiega Valeria Viola, fondatrice e direttrice di PharmaValue.

I ritardi con cui i pazienti accedono ai farmaci sono uno dei temi più citati dalle aziende farmaceutiche, che preferirebbero uno snellimento delle procedure burocratiche a spese di controlli ritenuti eccessivi. È uno degli slogan che ha motivato anche la discussa riforma dell’Aifa, per ora arenata sulla questione delle nomine dei nuovi vertici. Eppure, questi dati mostrano che non è all’Aifa il collo di bottiglia dell’accesso ai farmaci. D’altronde secondo i dati più recenti raccolti dalla Federazione Europea delle Associazioni e delle Industrie Farmaceutiche, l’Italia è tra i Paesi più rapidi a ratificare le autorizzazioni dell’Ema. Al 1 gennaio 2022, il 79% dei farmaci approvati dall’Ue tra il 2017 e il 2020 era stato inserito nelle fasce di rimborsabilità anche a livello italiano. Solo Germania e Danimarca hanno una percentuale superiore.

La crociata contro i controlli in campo farmaceutico ha quindi un carattere ideologico ed è alimentata dai gruppi imprenditoriali che vorrebbero mani più libere. Soprattutto durante la passata direzione del farmacologo Nicola Magrini, l’Aifa è stata accusata di ostilità nei confronti dell’industria farmaceutica italiana, leader in Europa con oltre trenta miliardi di fatturato. L’accusa è sfociata nella defenestrazione di Magrini, nella riforma e nell’arrivo del nuovo presidente, il virologo veneto Giorgio Palù gradito alla Lega di Matteo Salvini. Lo stesso scontro si sta ripetendo a Bruxelles, dove è in discussione una riforma del mercato farmaceutico che intende far pagare alle aziende il ritardo nella disponibilità di nuovi principi attivi.

I numeri però smentiscono che i controlli rigorosi sui farmaci siano in conflitto con l’accesso ai farmaci. E suggeriscono che spezzettare ulteriormente la sanità con l’autonomia differenziata genererà nuove disuguaglianze di salute.