I manifestanti di Pisa «hanno rifiutato ogni mediazione», mentre quelli di Firenze «hanno cercato di sfondare i cordoni di polizia per dirigersi verso obiettivi sensibili». Al consiglio dei ministri di ieri pomeriggio, Matteo Piantedosi ha spiegato i motivi per cui, secondo lui, le manganellate date agli studenti venerdì scorso sono da considerarsi tutto sommato come un evento giustificabile.

A PISA, nello specifico, «non era stato presentato alcun preavviso alla questura» e poi, «durante lo svolgimento del corteo», nessuno avrebbe dato «indicazioni su dove fossero diretti» i manifestanti che si sarebbero inoltre «sottratti ai reiterati tentativi di mediazione da parte di personale della Digos», che voleva impedire agli studenti (duecento in tutto) di arrivare in piazza dei Cavalieri. Da lì il contatto con la polizia sfociato in manganellate selvagge in una stradina stretta e priva di vie d’uscita. A Firenze, dove comunque la questura era stata avvisata, secondo il ministro le cose sono andate così: «Durante lo svolgimento del corteo, dopo aver acceso numerosi fumogeni e imbrattato un esercizio commerciale, i manifestanti hanno cercato di raggiungere il Consolato generale Usa, non rispettando quanto comunicato in sede di preavviso in merito al luogo di conclusione della manifestazione. In tale tentativo, i manifestanti hanno provato più volte a sfondare il cordone di sicurezza posto a protezione dell’obiettivo sensibile».

PRIMA DI INFORMARE il Consiglio dei ministri, Piantedosi ieri ha ricevuto al Viminale i leader dei sindacati confederali e lì si è prodotto in un notevole esercizio di equilibrismo retorico. Da una parte il ministro condivide le parole di Mattarella (che sabato aveva definito gli eventi come «un fallimento»), dall’altra ribadisce la «massima fiducia» nelle forze dell’ordine, «servitori dello stato e lavoratori che svolgono un ruolo fondamentale a presidio della sicurezza e della legalità». E poi tutto si può spiegare con il sempre utile discorso delle mele marce per scaricare le colpe sui comportamenti dei singoli, senza mettere in discussione l’ordine generale. «Siamo di fronte solo a casi isolati in corso di valutazione – ha ribadito Piantedosi ai sindacalisti – e non è mai intervenuto alcun cambio di strategia in senso più restrittivo della gestione dell’ordine pubblico». All’ora di cena, ospite di Bruno Vespa su Rai1, il ministro si è infine dichiarato «turbato» dagli avvenumenti e poi l’ha butta sui numeri: «Rispetto all’anno scorso ad oggi noi abbiamo avuto quasi 13.000 manifestazioni, solo dal 7 ottobre 1070. La percentuale in cui qualche criticità si è verificata è poco più dell’1%». Da qui l’invito a non fare «processi sommari» agli agenti di polizia.

LA PROCURA DI PISA, intanto, indaga, con i carabinieri che continuano a visionare i video girati sia dagli agenti della Digos sia dagli studenti che manifestavano. Il procuratore facente funzioni Giovanni Porpora, in attesa di assegnare il fascicolo, per ora non ha ipotizzato reati né effettuato iscrizioni nel registro degli indagati. A quanto si apprende, in ogni caso qualche elemento su cui lavorare c’è: dall’ordine di carica che non si capisce bene da chi sia arrivato fino alla composizione del reparto mobile che ha materialmente sferrato le manganellate. Nel mirino ci sarebbero quindici poliziotti, i cui nomi sono noti agli investigatori. La loro posizione è appesa alla valutazione che la procura dovrà fare sulla proporzionalità della risposta rispetto ai fatti accaduti in piazza: una violenta carica contro degli studenti che manifestavano a volto scoperto, disarmati e per larga parte minorenni si giustifica con il fatto di non aver comunicato il percorso del corteo? E i contatti che pure ci sono stati tra le prime file e il cordone di agenti potevano valere al massimo un alleggerimento oppure la violenta incursione era proprio necessaria? La partita del fascicolo sulle manganellate si muove intorno a queste due domande e alle risposte che verranno trovate.

LA QUESTURA pisana ha prodotto e consegnato una relazione in procura: all’interno, oltre alla sequenza degli eventi così come è stata verbalizzata dagli agenti in servizio, c’è anche la ricostruzione del piano di gestione della piazza. Un elemento d’interesse per Porpora, che vorrebbe anche capirci di più sulla catena di comando e sul suo funzionamento. O non funzionamento. Perché, ormai lo ammettono tutti, qualcosa che non ha funzionato senza dubbio c’è.