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Editoriale

«Occasioni di lavoro» a stipendio zero, nella civile Germania

Germania, ufficio di collocamento

Si chiamano «occasioni di lavoro». C’erano quelle da un euro l’ora e, per l’anno prossimo, nella fiorente città di Amburgo, ne sono previste 500 a retribuzione zero. A offrire queste imperdibili occasioni è il senatore socialdemocratico per gli affari sociali Detlef Scheele. Destinatari del programma sono i disoccupati di lungo corso che percepiscono il sussidio di disoccupazione Hartz IV ( poco più di 300 euro per un single e un contributo all’affitto che può arrivare fino a questa stessa cifra). Buona parte di questi “posti” a zero euro riguardano il servizio nelle mense popolari di quartiere della città.

E’ il segnale di un ulteriore slittamento del welfare germanico verso il cosiddetto workfare, vale a dire l’imposizione di lavoro coatto ai disoccupati, pena la progressiva riduzione del sussidio.
Con il «salario zero» lo spirito di queste politiche, che si nascondono dietro lo slogan «attivare, promuovere, qualificare», si manifesta nella sua forma più pura. Di promozione o di qualificazione nelle «occasioni» di lavoro proposte dagli amministratori non si vede neanche l’ombra. Bontà loro, tuttavia, pagheranno i costi sostenuti per lavorare gratis, come per esempio i trasporti.
Ma non è solo una questione ideologica (il rifiuto di concedere una fonte di sostentamento senza erogazione di lavoro). Si sottolinea infatti insistentemente l’intenzione di inserire questi lavoratori in posizioni immediatamente produttive. Questo significa che il lavoro gratuito finisce con l’essere considerato una componente normale, stabile, e in progressiva espansione, della macchina produttiva. Con l’effetto di sostituire, o di rendere sempre più ricattabile, il lavoro retribuito. Andandosi a sommare alle varie tipologie di stage, apprendistati e percorsi formativi che già ad esso si sostituiscono. E’ il paradosso di una occupazione che incrementerà la disoccupazione.
Questo accade nella ricca Germania, con il suo surplus commerciale e i suoi ordinatissimi conti, e per di più nell’ultraprogressista città anseatica. Qui da noi c’è da aspettarsi molto di peggio.