closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Editoriale

Non avere paura di farsi qualche domanda

Brava Ada Colau a convocare subito una manifestazione a Piazza de Catalunya, nemmeno 24 ore dopo l’orribile massacro. Bravi i barcellonesi che a centinaia di migliaia hanno risposto all’appello gridando «no tinc por». E bravi i cittadini globali che si sono uniti a loro, piangendo per la ferita inferta alla città simbolo dell’accoglienza e dell’inclusione, ma anche per le proprie vittime: impressionante la cifra di 35 nazionalità. Hanno espresso, oltre alla pena per i corpi maciullati, la protesta per l’insulto che è stato fatto a quello che viene chiamato il «nostro libero modello di vita».

E però c’è qualcosa che non mi convince nella ormai ripetuta proclamazione dei nostri valori, non sono certa che la nostra idea di libertà sia davvero così acriticamente proponibile ad un mondo in cui la maggioranza degli esseri umani ne sono stati privati.

So bene che a proporre questo discorso si entra su un terreno scivoloso, quasi si volesse negare l’importanza dei diritti e delle garanzie individuali che la Rivoluzione francese ci ha conquistato, così come il sistema democratico-borghese che accorpa oramai quasi tutto l’occidente. Non vorrei scambiarlo con nessun altro sistema attualmente vigente, quale che sia la sua denominazione. Per questo, del resto, penso si debba difendere un’idea di Europa che lo salvaguardi dal vortice terrificante che attraversa il mondo.

E però non posso non chiedermi se questo modello, questa idea di libertà, possono davvero risultare convincenti per chi ne vive la contraddizione, per chi abita l’altra faccia del modello: una moltitudine di esseri umani, quelli che disperatamente attraversano il Mediterraneo e vengono respinti; chi vive nelle desolate periferie urbane e patisce una discriminazione di fatto (no, non «legale», per carità!); chi abita i villaggi del Sahel o mediorientali.

La nostra orgogliosa riaffermazione «non abbiamo paura» ha certamente un senso molto positivo: vuol dire non sopprimeremo la libertà, non ricorreremo ad antidemocratiche misure di polizia, non ridurremmo per garantirci sicurezza le nostre libertà. È un messaggio importante ed è bello che a Barcellona sia stato riaffermato a Piazza de Catalunya. Ma non basta, e, anzi, ripeterlo, se non ci si aggiunge qualche cos’altro, rischia di essere controproducente.

Siamo tutti consapevoli che la disfatta che l’Isis sta subendo sul territorio non rappresenta affatto la fine della minaccia terrorista. Che, anzi, lo smantellamento delle sue roccaforti potrebbe rendere anche più intenso il ricorso alle azioni di gruppo, o persino individuali, che colpiscono senza possibilità di prevedere come e dove. Sappiamo oramai anche che è ben lungi dall’essere esaurito il reclutamento di giovani jihadisti pronti a morire. Che provengono dall’Oriente, dal Sud, ma sempre più spesso anche dalla strada accanto. Contro di loro non c’è polizia che tenga, una sicurezza militare è impossibile.

La sola ancorché ardua via da imboccare sta innanzitutto nell’interrogarsi su cosa muove l’odio di questi ragazzi. Non l’abbiamo fatto abbastanza.

Non ci riproponiamo la domanda con altrettanta forza quando ribadiamo la superiorità della nostra idea di libertà. E così questo nostro atto di coraggiosa resistenza rischia di suonare inintellegibile a chi di quella libertà gode così poco. Perché chiama in causa non solo il nostro orrendo passato coloniale, le responsabilità per le rapine neocoloniali del dopoguerra, il razzismo di fatto, le sanguinose, offensive guerre che continuiamo a produrre con la scusa di portar la democrazia.

Queste sono responsabilità di governi che anche noi combattiamo, anche se dovremmo farlo con maggiore vigore. (Ha ragione Ben Jelloun che si è chiesto perché non abbiamo portato dinanzi alla Corte per i delitti contro l’umanità il presidente Bush, il maggiore artefice dell’esplosione jihadista).

E però c’è qualcosa che tocca a noi, proprio a noi di sinistra, fare: ripensare il nostro stesso, superiore modello di democrazia, ripensarlo con gli occhi dell’altro, dell’escluso, sforzarsi di capire la rabbia che induce al martirio.

Non per giustificarlo, per carità, e neppure per chiudere gli occhi sulle occultate manovre di potere che guidano e finanziano il terrorismo. Ma – ripeto – per capire e impegnarsi a ripensare il nostro stesso modello di civiltà, all’ individualismo che la caratterizza, tant’è che la democrazia la decliniamo sempre più in termini di diritti e garanzie personali, non come rivendicazione di un potere che deve riuscire a liberare l’intera umanità.

Penso che questo bisognerebbe gridarlo nelle piazze, aggiungendo un impegno politico al «non abbiamo paura».

L’Europa, che gli attentati vogliono colpire, è forse il meglio di questo orrendo mondo globale, ma non è innocente, non può essere riproposta semplicisticamente come punto d’approdo del processo di civilizzazione.

  • rocco siffredi

    Ma i terroristi se la faranno qualche domanda?

  • Lele Depascalis

    perche’ non pubblicate la foto del bimbo di tre anni massacrato dai musumani cosi’ come avete pubblicato la foto (piu’ o meno costruita) del bimbo siriano sulla spiaggia?
    qual è la verita ‘ che non avete il coraggio di mostrare?

  • Giacomo Casarino

    Tutto vero e giusto. E tuttavia, quanto alla mancata incriminazione dell’ex-presidente USA, potremmo limitarci a constatare che il mondo ragiona in termini “di due misure”(Bush non è Milosevic). Nel caso dell'”imperatore”, infatti, vale una variante dello “stato di eccezione” o, meglio, il principio universalistico “superiorem non recognoscens”, che spiega anche perché gli USA non riconoscano la giustizia penale internazionale. Comunque, avremmo potuto accontentarci della messa sotto accusa del suo vassallo Tony Blair, peraltro già giudicato criminale. Ma non è accaduto: il procuratore del TPI dorme sonni tranquilli. (Del resto, vogliamo dircelo?, il diritto internazionale è sempre stato nei secoli asimmetrico, del tutto prono ai rapporti di forza ed al potente di turno)-

  • milton56

    Non so se si facciano domande, ma ragionano e dimostrano una conoscenza di contraddizioni e punti deboli delle nostre società che molti di noi sono ben lungi dall’avere. Anche per questo si rivelano così pericolosi. Mi rincuora un po’ che nel bel mezzo del frastuono della retorica politically correct ci sia ancora qualcuno come la Castellina che riesce a pensare lucidamente e radicalmente su problemi che affondano le loro radici anche in casa nostra, non solo in remote plaghe desertiche

  • Lele Depascalis

    ada colau e’ degna della stima del Manifesto.

  • Liliana Boccarossa

    Al di là della retorica “combattente”, tutte/i abbiamo paura. Certo di essere amazzati da terroristi (può capitare a tutte/i, musulmane/i comprese/i)) ma sopratutto paura di un mondo di nuovo avviato sulla strada del “mors tua vita mea”, dei fondamentalismi e dei fascismi di cui il jihadismo è solo una faccia. E paura della nostra stessa impotenza. Di noi, “di sinistra”.
    Il problema dunque non è urlare “noi non abbiamo paura”, con sottinteso “perché siamo più forti, migliori, vinceremmo….” ma noi “di sinistra” che riconosciamo la nostra e
    altrui paura (compresa la paura della vita di chi finisce per scegliere la morte), uniamoci!”.

  • NedCuttle21(Ulm)

    Tutto condivisibile ma ha dimenticato la scimmietta (cit.) della Thatcher: Tony Blair.

    Buona serata

  • itaM84

    […]così come il sistema democratico-borghese che accorpa oramai quasi tutto l’occidente. Non vorrei scambiarlo con nessun altro sistema attualmente vigente…
    interessante proposizione della Castellina, non a caso da molto tempo ormai riformista affermata, altro che comunista.
    La mia domanda, altrettanto banale quanto questo articolo (ma io non vengo stipendiato per fare retorica) è: possibile che nessuno “di sinistra” si sia chiesto, si stia chiedendo, voglia chiedere a chi di dovere, se tutto questo non è forse alimentato da qualche strategia politica? Lungi da me pensare, alla grillina-becera maniera, che sia tutto finto, ma mi viene troppo facile supporre che ci sia qualcosa di più concreto di qualche depravato mentale che vuole portare la parola di Allah con coltello e camioncino.
    Ricordo un articolo uscito tempo fa persino su questo giornale, che ormai di denuncia ha solo l’eco, in cui si mostravano foto di miliziani ISIS patentemente falsi. Purtroppo ho dimenticato il titolo dell’articolo, ma non posso fare a meno di pensare perché non si sia continuato su quella linea. Troppo poco politically correct?
    Insomma ormai le denunce in questo sistema tanto amato dalla Castellina finiscono tutte per fare la fine di un articolo di giornale da vendere o di un film da collezionare (non a caso mi viene in mente Fahrenheit 9/11).
    Dunque lo spirito e il compito della Sinistra, come qui vi piace ricordare, è quello così semplice di attaccarsi alla trenodìa? Solo?

  • Alfredo

    Articolo sensato…in un panorama dell’informazione con l’elmetto.