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Editoriale

Non abbassare la guardia

In un clima terrorifico, con le tv impegnate per tutto il giorno a ripetere ossessivamente le parole «incubo manifestazioni», è invece scesa in piazza a Roma, chiamata da Anpi, Cgil, Arci e Libera una marea pacifica di centomila antifascisti e antirazzisti.

Con uno striscione in prima fila a caratterizzare la giornata: «Macerata antifascista e antirazzista». Come a ricordare che il punto di svolta è stato per tutti il 10 febbraio scorso. Quando a Macerata, dopo l’azione squadrista del fascioleghista Traini, in 30mila decisero di scendere in piazza, contro le minacce di divieto di Minniti e la retromarcia iniziale delle stesse forze che l’avevano convocata.

Ieri in piazza c’era tutta la «sinistra». Certo, distante e divisa. C’erano LeU e il Pd, ma anche rappresentanti di Potere al popolo.

C’era anche il governo. A rappresentare il ministro Minniti c’erano quasi 4mila poliziotti schierati; ma sono arrivati anche il presidente del Consiglio Gentiloni e, nascosto dietro il palco, il segretario del Pd Matteo Renzi timoroso dei fischi.

Diciamolo francamente: la loro altro non è stata che una comparsata. E se l’hanno potuto fare, incuranti di chi li ha accusati di «antifascismo elettorale», è solo perché il 10 febbraio c’è stato a Macerata quel vasto presidio della sinistra diffusa che ha fatto capire che c’è una soglia rossa assolutamente invalicabile, ed è l’antifascismo.

La grande manifestazione di ieri è stata la vittoria unitaria di chi è sceso in piazza in tutti questi giorni di clima arroventato, quando dopo i fatti di Macerata, a Roma, Bologna, Napoli, Torino, Pisa, e in ogni periferia del Belpaese si è innescata la provocazione dei neofascisti.

E mentre non smette di andare in onda la nefasta riedizione della teoria degli opposti estremismi. Con giornaloni e media impegnati a rappresentare il teatrino dell’«ultrasinistra» da una parte e dei neofascisti dall’altra.

Come se fossero la stessa cosa. Come se manifestare la propria contrarietà al fascismo e alle sue riedizioni, più o meno mascherate, ma sempre portatrici di violenza, fosse la stessa cosa di chi scende in piazza rivendicando l’eredità del fascismo contro il dettato della Costituzione, come fanno ormai apertamente gli accoliti di Casa Pound e Forza Nuova. Che pure vengono premiati e tranquillamente ammessi alle liste elettorali, ricevendo sempre più spazi di agibilità politica.

«Essere antifascisti vuol dire impedire di manifestare ai neofascisti»Sandro Pertini, Genova 1960

Non un «violento» ma Sandro Pertini dichiarava che «essere antifascisti vuol dire impedire di manifestare ai neofascisti».

Senza dimenticare che a scatenare il clima strutturale di violenza e odio xenofobo e razzista che attraversa queste elezioni sono le forze politiche di destra, impegnate in una ideologia della revanche.

Da Fi che sveglia la mummia Berlusconi, a Fratelli d’Italia che riaggiorna la parole d’ordine del Msi di Almirante (fucilatore di partigiani ma celebrato in un convegno patrocinato con vanto dal governatore della Puglia Emiliano); e in particolare della Lega di Salvini che ha sdoganato in chiave etnico-razzista i contenuti suprematisti del neofascismo.

Altro che «fascismo morto»: l’onda nera riscrive la storia e pesca nel torbido del disastro sociale dell’Occidente europeo che alimenta paura, rabbia e rancore in primo luogo contro i migranti e contro tutti gli ultimi.

E non finirà con le elezioni, anzi. Non abbassiamo dunque i toni e la guardia.