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Editoriale

L’economia rimossa

Si è trattato di una campagna elettorale per molti versi strana, quasi all’italiana, nel senso che non si sono affrontati adeguatamente i temi importanti, nello specifico quello dell’Europa e quello, in parte almeno correlato, delle strategie per lo sviluppo dell’economia. Ma tali temi torneranno, subito dopo le elezioni, alla ribalta, in particolare con i nuovi negoziati previsti sull’unione bancaria e i nuovi necessari interventi su Grecia, Irlanda, Portogallo. La maggior parte degli elettori sono convinti di star pagando economicamente e finanziariamente dei prezzi elevati per tenere in piedi l’euro e certamente né il partito al governo, né l’opposizione, ricordano invece i grandi vantaggi che il paese ne ricava.

Merkel cerca in particolare di far passare l’idea che l’euro non è costato niente al contribuente, mentre l’opposizione socialdemocratica punta invece a dichiarare il contrario. Il realtà se c’è un paese che, almeno sino ad oggi, ci ha guadagnato sopra è proprio la Germania. Proviamo a fare a questo proposito dei conti sommari. Il bilancio pubblico ha debiti per circa 2100 miliardi di euro, ma esso paga dei tassi di interesse bassissimi, dal momento che, nella crisi e nelle incertezze conseguenti, gli investitori internazionali sono alla ricerca di titoli sicuri, cosa che soltanto la Germania e la Francia possono apparentemente assicurare oggi. Qualcuno ha calcolato che ciò porta ad un risparmio di circa 21 miliardi di euro l’anno per il paese rispetto a dei tassi «normali». Si tratta più o meno della cifra che la Germania sborsa ogni anno come suo contributo al bilancio europeo.Ricordiamo ancora come i piani di intervento finanziario portati avanti in questi anni dalla troika a favore dei paesi deboli abbiano permesso soprattutto alle banche tedesche e francesi di rientrare del grande volume di crediti che esse avevano concesso ai paesi del sud, crediti altrimenti ad alto rischio.

Per altro verso i paesi creditori sono riusciti a scaricare tutta la responsabilità dell’aggiustamento sui paesi debitori, evitando di riconoscere le proprie responsabilità per gli squilibri.Ricordiamo ancora come nel periodo 2002-2009 la Germania abbia goduto di un surplus della bilancia delle partite correnti pari in media al 5,2% del pil annuo e che la parte più consistente di tale surplus è stata ottenuta nei confronti degli altri paesi dell’area, con quelli del Sud Europa che presentano tutti un rilevante deficit in generale e verso la Germania in particolare. Certo, la stessa Germania ha cercato nel tempo di diversificare i suoi sbocchi, in particolare verso la Cina, la Russia, altri paesi asiatici, l’America Latina, riuscendo così a compensare alcune riduzioni di vendite con i paesi del sud.

Bisogna a questo proposito anche sottolineare che la presenza dei paesi del Sud Europa, con le loro debolezze strutturali, mantiene il rapporto dell’euro con le altre valute ad un livello molto più basso che se la Germania avesse una sua moneta e questo le fa guadagnare enormemente in competitività.
Ricordiamo infine come il paese partecipi finanziariamente ai prestiti ai paesi in difficoltà, ma come esso ci guadagni abbastanza, visto che i tassi di interesse su tali crediti si aggirano intorno al 5%. E ci fermiamo qui.

Abbiamo sottolineato come nella campagna elettorale si sia parlato poco dei temi dell’economia. Vediamo meglio con qualche dettaglio.
Non si è discusso abbastanza dei forti aumenti di prezzo dell’energia che devono affrontare i cittadini e gli imprenditori tedeschi per effetto di una cattiva gestione del passaggio dal nucleare. Già oggi la differenza di prezzo con gli Stati Uniti è del 60%.
Non si è parlato delle prospettive di sviluppo dell’economia, che appaiono legate, almeno in parte, alla necessità di grandi investimenti nel settore delle infrastrutture e dell’istruzione, settori che negli ultimi anni sono stati fortemente trascurati dal governo e che oggi si ritrovano con rilevanti problemi. D’altra parte, la Germania ha oggi una delle più basse incidenze degli investimenti sul pil tra tutti i paesi industrializzati. La concentrazione di risorse in tale campo accrescerebbe i tassi di crescita, oggi piuttosto deboli.

Merkel si compiace del fatto che nel 2013 il bilancio pubblico sarà in attivo e non si preoccupa invece di attivare tali progetti, ciò che richiederebbe comunque anche un aumento delle tasse di cui nessuno vuole sentir discutere.
Non si è parlato infine di una strategia di cambiamento nella politica economica del paese, che porti a privilegiare la domanda interna e quindi anche più alti salari, invece del sostegno prioritario alle esportazioni –significativamente la Merkel quest’anno si è recata tre volte in Cina. Neanche l’opposizione ha peraltro innalzato con convinzione la bandiera del “più salari, più investimenti, più Europa”.

Che accadrà dopo le elezioni

Ricordiamo intanto come l’opposizione di centro sinistra abbia da tempo la maggioranza assoluta alla camera alta, ma come, sino ad oggi almeno, non se ne sia servita per imporre mutamenti significativi nella politica tedesca. In sostanza sulle questioni chiave i socialdemocratici e i verdi hanno votato con la Merkel.
Gli ultimi sondaggi, che magari saranno smentiti dai risultati reali, indicano una grande incertezza sull’esito finale del voto. Si possono a questo punto solo fare congetture su cosa succederà nelle varie alternative possibili.

Se vincesse di nuovo l’attuale coalizione Cdu-Csu-Fdp, almeno in un primo periodo non cambierebbe sostanzialmente nulla, come prevede ad esempio Wolfgang Munchau sul Financial Times. La coalizione farebbe soltanto il minimo necessario per evitare ad ogni crisi una rottura immediata dell’euro, ma niente di più. Vedremmo così dei nuovi pacchetti di aiuti ai paesi deboli, ma non ci sarebbe certo quella ristrutturazione del debito dei paesi del Sud che appare per l’autore necessaria per risolvere veramente la crisi. Né succederebbe alcunché sul fronte delle politiche interne.

Ma il governo comunque non avrebbe la maggioranza al Bundesrat e conterrebbe un rilevante numero di euroscettici, in particolare nei liberali e nel Csu. Inoltre, l’opposizione, con il suo controllo della camera alta, potrebbe questa volta farsi sentire.
Si aprirebbe un periodo di incertezza.
Più ottimista invece il grande intellettuale Ulrich Beck, che prevede che dopo delle elezioni da cui uscisse vittoriosa, la Merkel si rivolgerebbe, sia pure silenziosamente, come è suo costume, ad una politica che contemplerebbe un avanzamento significativo verso una maggiore dose di Europa.
Confessiamo di essere d’accordo con Beck; i segni di un possibile accordo Germania-Francia, significativo anche se non clamoroso, su questo fronte, ci sono da tempo. Resta da vedere se tali mosse saranno sufficienti per tenere in vita stabilmente la costruzione dell’euro o no.

La grande coalizione

Se l’attuale coalizione uscisse invece sconfitta dalle urne, gran parte degli osservatori fanno ragionevolmente l’ipotesi del varo di una grande coalizione. Di nuovo per Munchau non succederebbe granché di veramente diverso e la Merkel plausibilmente riuscirebbe a domare il suo alleato come già fece nel 2005-2009. Ma varrebbe ancora di più in questo caso, secondo noi, la profezia di Beck.
Se vincesse invece la coalizione di centro-sinistra, ipotesi al momento comunque improbabile, non si avrebbero subito mutamenti drammatici sul fronte europeo, ma forse lentamente si potrebbe assistere ad un cambiamento di tono e ad un cambiamento significativo, ma forse non decisivo, sul fronte dell’Europa.
Bisogna ricordare a questo proposito che Steinbuck, il leader dei socialdemocratici, appoggia il piano Marshall per l’Europa preparato dal sindacato, che, con tutti i suoi limiti, sembrerebbe una buona base di partenza per un nuovo approccio ai problemi del continente, anche se la sua realizzazione sarebbe soggetta a grandi difficoltà pratiche.

Ma forse ci vorrebbe un ricambio nella classe dirigente del partito, oggi vecchia e con poche energie, perché qualcosa cambi veramente in prospettiva in Germania.

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