Dopo mesi di bombardamenti incessanti che hanno fatto di Mykolayiv una vera città martire di questa guerra, lo scorso 16 dicembre il sindaco ha deciso di installare un albero di Natale. La peculiarità è che si tratta di una serie di reti mimetiche verdi a copertura dei sacchi di sabbia che da 10 mesi proteggono il monumento a San Nicola. Agli incroci in città si possono vedere anche strutture ricavate da scarti e attrezzatura militare in disuso sistemati nella forma a cono dell’emblema delle feste natalizie. Il che basterebbe forse a far capire che la situazione in città è tutt’altro che rientrata nella norma.

È VERO CHE IL FRONTE si è spostato di 70 km verso Kherson ed è altrettanto vero che il centro urbano di Mykolayiv vive da circa un mese un periodo di relativa quiete, ma i residenti non si fidano. Ne hanno viste troppe. Per mesi i civili di quest’area si sono sentiti dire che erano «l’ultimo baluardo» prima di Odessa, che dovevano resistere ad ogni costo per il bene dell’Ucraina e della libertà. In guerra i concetti possono sia svuotarsi completamente di senso sia assumere un valore quasi religioso. In entrambi i casi si tratta di una necessità, quindi l’unico discrimine reale rimangono le cause. Ad esempio, chi ha perso tutto può arruolarsi perché tanto morire non sembra più così male e in fin dei conti non gli importa. Così come la stessa persona potrebbe desiderare soltanto di farla pagare agli invasori, di vendicarsi costi quel che costi.

NON È SEMPLICE capire e a volte non cambia nulla. Soprattutto se alla fine il risultato è che da quasi un anno le tue figlie di 12 e 13 anni sono costrette a vivere nel sotterraneo di un garage. È il caso delle figlie di Yuri e Svetlana, che dal 26 febbraio quasi non escono più. Svetlana è terrorizzata dal fatto che le figlie potessero trovarsi in uno dei tanti luoghi che sono stati colpiti per sbaglio in questi mesi. «A volte le porto con me a prendere l’acqua, di quella c’è sempre bisogno» ma è raro. Quindi una giornata tipica delle bambine come si svolge? «Ci svegliamo presto in genere, verso le 7» in realtà sembra che la colpa sia tutta di Boris, il gattone nero che ogni mattina svegliava anche noi graffiando la pesante porta di ferro per uscire. «Poi iniziano le lezioni a distanza con la scuola».

SVETLANA DICE di aver ringraziato Dio quasi ogni giorno quando la linea era abbastanza stabile da tenere le piccole impegnate. «Parlano con gli amichetti su internet, i professori ogni tanto gli accennano qualcosa durante le lezioni a distanza e poi le sento che confabulano tra di loro». «Sono arrivata addirittura a ringraziare il Covid, perché senza la pandemia le nostre scuole non sarebbero mai state attrezzate per le videolezioni». Inoltre, il che non è trascurabile, quando le bambine sono collegate la donna può prendersi un po’ di tempo per sé.

SUO MARITO È FUORI tutto il giorno con i battaglioni di difesa territoriale, a volte non rientra neanche di notte, «ma ogni volta che posso torno qui, anche se si tratta di un’ora soltanto. È dura vivere qui, ma non stiamo così male» dice aprendo le braccia per indicare tutti i lavori che ha svolto. Del resto, non si può dargli torto, Yuri ha installato una cisterna con una pompa elettrica per l’acqua, che infatti esce normalmente da un rubinetto. Ha isolato i muri con teli di plastica e polistirolo, fuori dalla pesante porta c’è una tettoia per il generatore quando la corrente salta e in un angolo una vecchia stufa a legna che contribuisce decisamente alla sopravvivenza. Mostra delle foto dell’avanzamento dei lavori, è uno di quegli uomini che amano moltissimo il bricolage e vanno fieri di mostrarti il frutto delle proprie fatiche. Ama anche le armi e, infatti, nel mezzo del suo racconto apre un armadietto di ferro con un lucchetto e ne estrae due Kalashnikov, uno d’ordinanza con il calcio pieghevole, e uno suo. Ci tiene a dire che è suo, che l’ha pagato e che sparerà fino all’ultimo colpo per difendere «la mia terra, la mia famiglia, il mio Paese».

Quando gli chiedo se si considera un nazionalista si altera. «Ti sembro un nazionalista?». L’interprete spiega che la propaganda russa da anni dipinge gli ucraini come nazionalisti, «che è come un sinonimo di nazisti per Putin» e che gli ucraini si sentono molto offesi da questa definizione. Provo a spiegargli che mi riferisco al concetto, non alle categorie di Putin e allora Yuri mi spiazza con una frase che aveva già pronunciato la moglie la sera prima, mentre lui non c’era. «Qui una volta eravamo tutti fratelli, si mangiava insieme, si condivideva la lingua e il resto… ora non è rimasto più niente, ora vorrei che morissero tutti quelli che hanno lasciato la Russia per venire a farci la guerra qui».Gli chiedo come va con le figlie «le bambine non chiedono mai, credo che abbiano capito tutto da sole».

MA YURI IN REALTÀ non ne sa molto di cosa chiedono le figlie poiché lui al garage non trascorre molto tempo. È sua moglie Svetlana che passa le giornate con le piccole. «Il fatto che il padre sia militare le preoccupa molto». Intanto le bambine salgono dalle ripide scale che collegano il garage alla cantina travestite da animali con delle tutine. Ce n’è una terza, «è la figlia dei vicini, a volte dorme qui, altre volte mando le bambine da loro, così cambiano aria». Ma si tratta sempre dell’aria stantia di un garage e Svetlana lo sa.