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Editoriale

La rivoluzione passiva

Riforme. Il caso italiano conferma che all’introduzione o al cambiamento di Costituzione si arriva solo in momenti gravissimi, quando vi si è costretti dalla pressione di eventi straordinari

Nella discussione intorno alle riforme istituzionali in corso in Italia lo schema conservazione-innovazione si è sostituito da tempo alla coppia antica destra-sinistra. Così si è giunti all’esito di definire conservatori i critici delle proposte del governo Renzi, anche se qualcuno ha ricordato (come un dato negativo) che si tratta di figure appartenenti alla «sinistra radicale»: radicali inguaribili, attardati professionisti dello scontento.

Inutile, davanti al vento di tempesta che sospinge le vele dell’opinione pubblica, ricordare che non tutto ciò che è nuovo è bene e tutto ciò che è conservazione è male: anche se tutti sappiamo quanto sia necessario conservare beni come l’ambiente, i beni culturali, i diritti umani, la memoria del passato, e così via.

Polemiche a parte, la discussione di merito si è svolta prevalentemente tra esperti di diritto: ogni parte ha sfoderato i suoi costituzionalisti. E tuttavia davanti all’importanza dei mutamenti oggi in via di ratifica ma anche alla lunga discussione e alle molte polemiche che li hanno preceduti negli anni scorsi, vale forse la pena di fare qualche riflessione sulla genesi storica delle costituzioni.

È noto che da sempre le Costituzioni, materiali o scritte che siano, sono figlie di tempi agitati: guerre e rivoluzioni . Senza bisogno di risalire alla Costituzione di Atene, basta considerare la storia medievale e moderna degli stati europei: dalla Magna Charta e dal Bill of Right del Parlamento nella lotta contro la monarchia inglese del ’600 fino alla Costituzione degli Stati uniti d’America e a quelle della Francia moderna, si è trattato ogni volta di interventi regolatori dei rapporti formali di potere resi necessari da profonde trasformazioni nei rapporti sostanziali.

Il caso italiano conferma che all’introduzione o al cambiamento di Costituzione si arriva solo in momenti gravissimi, quando vi si è costretti dalla pressione di eventi straordinari. Non avremmo avuto la nostra Costituzione se non ci fosse stata una guerra perduta, seguita dalla perdita della sovranità nazionale e dall’auto-cancellazione delle istituzioni statali vigenti ratificata dal referendum istituzionale del 1946. Senza una feroce guerra civile, senza la Resistenza non ci sarebbe stato quel fermento di volontà innovativa che sopravvive ancora nella Costituzione repubblicana dandole un valore di esortazione ad andare al di là dell’esistente.

Si pensi a quel fondamentale secondo comma dell’art.3 sulla necessità di rimuovere gli ostacoli di ordine economico che limitano di fatto libertà e uguaglianza dei cittadini e impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione dei lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Mai come in questi tempi si è avvertita tutta l’importanza e l’angosciante attualità di questo testo, bandiera di una battaglia che riguarda ancora e sempre i lavoratori tutti intesi come persone, ma oggi soprattutto chi per non avere lavoro o per averlo precario e revocabile a piacere scivola nella categoria delle non persone.

E tuttavia non va dimenticato che alla nascita della Costituzione repubblicana si arrivò non per una rivoluzione popolare contro il regime precedente ma per effetto della ricezione del nuovo ordine mondiale in cui aveva finito per trovare collocazione lo sconfitto stato italiano. Questo aiuta a capire la debolezza e l’inefficacia della Carta costituzionale una volta ripartita la vita del paese sotto il saldo controllo di forze moderate e di apparati ereditati dallo stato fascista. Fu allora che, invece dell’alternanza al potere di forze diverse e di una dialettica sana del conflitto sociale e politico, si aprì l’epoca del partito unico al potere e dell’opposizione bloccata da una insormontabile esclusione. L’Italia di allora fu uno dei paesi dove un solo partito aveva accesso al governo dello Stato: una delle uncommon democracies, secondo la definizione di T. J.Pempel evocata di recente da Sabino Cassese in Governare gli italiani. Storia dello Stato (Il Mulino). Dunque, se rivoluzione ci fu con l’avvento della Costituzione repubblicana, si trattò ancora una volta di una specie particolare di rivoluzione.

Nella storia italiana si materializzò di nuovo un fantasma antico, quello della «rivoluzione passiva». Un concetto che Vincenzo Cuoco nel Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799, introdusse nel vocabolario politico italiano. Ricordiamolo: secondo lui quella rivoluzione napoletana era stata «passiva» perché importata da fuori e attuata da una minoranza , un’élite intellettuale, senza che ci fosse stata una coscienza,una partecipazione diffusa in mezzo al popolo. Quel fallimento dimostrava, secondo Cuoco, che nessuna rivoluzione poteva calare dall’alto, da «un’assemblea di filosofi» o essere imposta con «la forza delle baionette». Una Costituzione autentica come patto durevole di un popolo poteva nascere e mantenersi solo se adeguata alle caratteristiche, alla storia e alla cultura di quel popolo.

L’appuntamento per una nuova Costituzione si presentò alla metà dell ’800. Fu nel 1848 che prese forma lo Statuto albertino, un documento fondamentale della storia d’Italia. Era una costituzione octroyée, concessa dal sovrano sabaudo ai suoi sudditi, non conquistata da una rivoluzione popolare, ma dettata dal timore dei movimenti che agitavano l’Europa e in modo speciale la Francia. Ancora una rivoluzione passiva, dunque. E così si entra in quella stagione della storia d’Italia che è stata chiamata Risorgimento quando, per la prima volta sulla scena europea, prese forma un stato italiano unitario. Lo Statuto albertino fu esteso senza modifiche a tutta l’Italia di cui fu la Carta fondamentale dal 1861 al 1944 (con la cesura del Fascismo). Fu un fenomeno singolare: lo potremmo definire una fusione fredda, lontana come fu dal calore e dal rumore di popoli in rivolta, anzi compiuta proprio allo scopo di evitarne il rischio. Perché avvenisse questa trasformazione in punta di piedi ci volle la paura dello «spettro rosso» del comunismo, decisiva nel convincere le classi dominanti della penisola a rifugiarsi sotto la bandiera sabauda. Così quello Statuto fu non il frutto di una rivoluzione ma lo strumento di una restaurazione. E proprio così – restaurazione – la definì un appassionato osservatore della realtà italiana, Edgar Quinet. Bisognava – come ha scritto Giuseppe Tomasi di Lampedusa – che tutto cambiasse perché tutto restasse com’era.

Sulla questione della «rivoluzione passiva» doveva riflettere in prigione Antonio Gramsci in pagine che restano fondamentali e da rileggere in questo nostro presente. Il Risorgimento secondo lui era stato una «rivoluzione passiva», una «restaurazione»: una «reazione delle classi dominanti al sovversivismo sporadico e disorganico delle masse popolari con ‘restaurazioni’ che accolgono una qualche parte delle esigenze popolari». Era mancata l’ iniziativa delle masse popolari , c’era stato ancora una volta lo scollamento con l’élite intellettuale del paese.
Uno scollamento che oggi emerge di nuovo pur se in condizioni storiche e sociali diversissime: il titolo di «professori», con la variante peggiorativa di «professoroni» ne è l’espressione più popolare. Le esigenze di mutamento sostanziale nell’assetto della catena di comando e di organizzazione del consenso nascono ancora una volta dall’esterno: dopo il crollo del muro di Berlino c’è stato quello degli assetti statali davanti alla globalizzazione come governo del mondo da parte della finanza internazionale. Da qui la necessità di rendere liquida la società e permeabili gli esseri umani ai rapidi riassetti di un sistema produttivo funzionale all’illimitato arricchimento di pochi .
Avremo dunque ancora una volta una «rivoluzione passiva». Se ne fa portatore un governo di emergenza sostenuto da un Parlamento di nominati e da un presidente della Repubblica da tempo convinto che il ritorno alle elezioni sia un male da evitare, una «sciocchezza». Quello che sulle riforme costituzionali proposte fa aleggiare il sospetto di una restaurazione è il fatto che manca in tutto il disegno una parola importante: la parola Partito. Se c’è oggi una realtà costosissima e che si è resa odiosa alla popolazione attraverso innumerevoli scandali è proprio il sistema attuale dei partiti. Macchine di potere refrattarie a qualunque disciplina di legge e sorde al referendum dell’abolizione del finanziamento pubblico, assistono adesso a una sotterranea rinascita. È il Partito che vincerà le future elezioni con l’Italicum (il nome lo lasciamo alla fantasia dei lettori) l’entità che si cela dietro la proposta di un Senato-fenice che muore e rinasce dalle sue ceneri come Camera delle autonomie. Camera non elettiva, beninteso, che invece di cancellare il Senato, come dice la vulgata demagogica, lo vorrebbe riciclare come pensionato di lusso per quel ceto di amministratori politici locali e regionali che si affolla in cerca di altri incarichi pubblici e non vuole passare attraverso altre elezioni. Una piccola preghiera, dunque: si elimini pure il Senato, ma senza resurrezioni sospette. Altrimenti la definizione di conservatori sarà meglio usarla per i «rinnovatori».