Quattro articoli bastano alla destra per scempiare l’impianto normativo della Costituzione. Tema fondamentale è l’elezione diretta del presidente del Consiglio, insieme alla sua stabilizzazione nella carica, istituendo un vincolo ferreo con la sua maggioranza.

La quale, andrebbe formata prevedendo – già in Costituzione – un sostanzioso premio di maggioranza al candidato e alla lista primi arrivati alle elezioni. Tanto, secondo la relazione che accompagna il disegno di legge, per ovviare alla «mancanza di stabilità e di coesione delle compagini governative e del continuum che lega maggioranza parlamentare ed esecutivo».

Gli specialisti hanno ampiamente illustrato le sgrammaticature del disegno: democratiche e di tecnica costituzionale. Tra le prime spicca la possibilità di consacrare quale premier un candidato sorretto da una maggioranza elettorale molto relativa. Tra le seconde rientra la concentrazione nelle mani del premier di una quota abnorme dell’autorità statale, disattivando la figura del capo dello Stato, che perderebbe il potere di nomina del presidente del Consiglio e quello di scioglimento delle camere e che in più potrebbe essere eletto agevolmente dalla maggioranza parlamentare prodotta dalla legge elettorale, rinunciando alla curvatura super partes che i costituenti avevano voluto imprimere alla carica. Un altro effetto sarebbe la definitiva sottomissione del parlamento all’esecutivo.

Ultimo venuto di una sequenza di tentativi condotti dai primi Anni 90 per cambiare le regole del gioco, quello avviato dal governo Meloni accentua e aggrava i vizi dei tentativi precedenti, fortunosamente vanificati dalle divisioni tra i proponenti o dai pronunciamenti referendari degli elettori. Ma è già da tempo che il regime disegnato dai costituenti è stato ridisegnato nella prassi, proseguendo un processo di «razionalizzazione» in origine solo accennato.

La bipolarizzazione della contesa politica, che risale ai primi Anni 90, ha in particolare prodotto una stabilizzazione ambivalente. Grosso modo: quando a vincere le elezioni è la destra, i governi si sono mostrati piuttosto stabili. Quando la destra si è trovata in minoranza, i suoi concorrenti hanno dato vita a governi ben più precari. Si è fatto perciò ricorso a maggioranze improvvisate, spesso inclusive di schegge della destra stessa, o a governi tecnici, propiziati dall’iniziativa del capo dello Stato, con un seguito parlamentare fragile e capriccioso.

L’ipotesi ipermaggioritaria contenuta nel disegno di legge potrebbe ovviare a questo problema, incoraggiando l’offerta elettorale «non di destra» a ristrutturarsi. Ma l’esperienza, anche quella degli enti locali, prova che l’impresa è difficilissima e il disegno governativo ne approfitta.

Ma alle sgrammaticature si somma anche un paradosso. Da un lato il capo del governo concentrerebbe nelle sue mani una quota di autorità statale che avrebbe come unico precedente quella detenuta di Mussolini, dall’altro tale autorità sarebbe sostanzialmente depotenziata e impoverita.

Lo svuotamento dell’autorità statale è stata già dimostrata dalla riscrittura al ribasso del Pnnr. Pensato per colmare il deficit di infrastrutture di cui soffre il paese e aggiornare il sistema produttivo, è stato ridotto all’erogazione di benefici a pioggia alle imprese, confermando, oltre alla soggezione della destra di governo agli interessi forti, l’assenza di strumenti amministrativi idonei a governare un qualsiasi serio processo di rinnovamento.

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Devastate da anni di politiche di austerità, di riduzione indiscriminata della spesa, di dequalificazione e riduzione del personale, le amministrazioni centrali sono in grave crisi di efficienza, nonché incapaci di supplire alle carenze provocate a cascata sulle amministrazioni locali. Una volta rafforzata la figura del capo del governo, di quali leve potrà allora disporre per attuare la promessa di ovviare all’attuale «difficoltà di concepire indirizzi politici di medio-lungo periodo, di elaborare e attuare riforme organiche, di farsi carico, in ultima analisi, delle prospettive e del futuro della Nazione»?

La carenza di leve è destinata ad aggravarsi ove giungesse a compimento il progetto di autonomia differenziata cui sta alacremente lavorando il ministro Calderoli, che prevede la possibilità di attribuire, ove lo richiedano, alle regioni competenze vastissime in materia di sanità, istruzione, università, beni culturali, trasporti, attività produttive, lavoro e altro ancora. Il tutto accompagnato dall’attribuzione di una quota delle risorse fiscali commisurata oltre che alle nuove competenze (secondo criteri stabiliti nazionalmente), almeno in parte, alle imposte raccolte nel territorio regionale. Sconfessato il principio di solidarietà tra le regioni, i cittadini di quelle più ricche legittimamente fruirebbero di più e migliori servizi rispetto agli altri. i mezzi a disposizione dell’esecutivo e del suo capo sarebbero comunque ulteriormente decurtati.

Non è tutto. Il premier assoluto di un paese fatto a tocchi sarebbe infine sottoposto ai vincoli in materia di spesa pubblica e di rientro del debito pretesi dal nuovo patto di stabilità. L’Ue ha concesso al governo in carica l’elemosina di tre anni di dilazione per alleviare le sue difficoltà elettorali. Ma già in questi tre anni il governo avrà margini ridotti: non potrà condurre alcuna politica di crescita e sarà costretto a ridimensionare ancor di più i servizi pubblici. Altro che riforme!

La presidente Meloni non è una sprovveduta. Altri sono dunque gli obiettivi del suo disegno. Sa di non avere il patrimonio e neanche l’appeal di Berlusconi ed è per lei prioritario il consolidamento definitivo del suo potere personale e di quello della sua parte politica. E lo schema applicato da Orban in Ungheria e solo di poco fallito in Polonia. Le costituzioni, si sa, sono stravolgibili costituzionalmente.

Il secondo obiettivo è predisporsi alla retrocessione della statualità al suo originario nucleo coercitivo: ordine pubblico e difesa. La retrocessione è in corso da tempo, non solo in Italia, ma potrebbe accelerarsi e aggravarsi. La repressione poliziesca fa parte del dna di questo governo. Va da sé che, dotato di poteri assoluti, il premier sarebbe agevolato nel prevenire e reprimere qualsiasi protesta suscitata dalle misure di macelleria sociale richieste dalla sua preferenza per i poteri forti o imposte dai vincoli europei, di cui la finanziaria in approvazione sta fornendo un assaggio.