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Editoriale

La retorica del cambiamento nella continuità

Il più grossolano errore in cui incorrere sarebbe considerare il voto delle primarie come un consenso tributato a questo Pd, credere cioè che sia sufficiente riverniciare le crepe, promettere di cambiare verso per replicare nei fatti il vecchio, fallimentare copione, a cominciare dal modello delle grandi opere

L’immagine di un uomo giovane e cordiale che annullasse quella dell’uomo giovane e arrogante: è stata l’arma vincente di Nicola Zingaretti, neo-segretario del Partito a furor di popolo democratico. Le cronache raccontano che il più celebre fratello, Luca, gli abbia dato buoni consigli per migliorare la prossemica nelle performance tribunizie della campagna. La buona comunicazione è importante, anzi necessaria, ma non basta. La rassicurante e bonaria retorica di Zingaretti rischia di cambiare solo la facciata, senza scalfire la linea politica che ha portato il partito allo storico tonfo del 4 marzo.

Ora si faranno i conti con gli equilibri interni al Nazareno e, soprattutto, con proposte politiche capaci di rispondere al paese che non ce la fa, e in grado di sollecitare le nuove alleanze a sinistra per una alternativa di governo. Si può dire che la trasferta torinese in sostegno della Tav e del presidente della regione Piemonte, Chiamparino, va nella direzione opposta.

Zingaretti sceglie la continuità (come coerentemente aveva dichiarato, bisogna dargliene atto, nel chiedere il voto) facendo temere che quel campo largo coltivato da nuove intese con i movimenti e con la sinistra potrebbe invece inaridirsi e restringersi rapidamente. Facendo così risuonare declamatorio il riferimento alla lotta di Greta Thunberg e ai ragazzi che con lei scenderanno in piazza il 15 di marzo per difendere l’ambiente.

Il più grossolano errore in cui incorrere sarebbe considerare il voto delle primarie come un consenso tributato a questo Pd, credere cioè che sia sufficiente riverniciare le crepe, promettere di cambiare verso per replicare nei fatti il vecchio, fallimentare copione, a cominciare dal modello delle grandi opere. Magari nei prossimi giorni assisteremo all’abbraccio con Confindustria sul terreno della politica economica, del lavoro, degli investimenti, del reddito di cittadinanza.

Tra gli illustri sponsor del nuovo corso zingarettiano, insieme a Guccini e Benigni, si è fatto vedere anche Nanni Moretti. Da quel suo disperato appello «D’Alema, dì qualcosa di sinistra!» sono passati tanti anni, ma quell’urlo morettiano è sempre vivo tra noi.


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