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Editoriale

Il dovere di indignarsi

Niente asilo. La scelta giornalistica di pubblicare una foto. La necessità culturale e politica di un titolo. Anche se fa male.

La prima pagina del 3 settembre 2015

È vero, la prima pagina di ieri è stata «un pugno nello stomaco», per noi e i lettori. Voleva esserlo. È stata una decisione sofferta, forse tra le più difficili, perché ha rotto quella «frontiera» morale e deontologica che suggerisce di non pubblicare foto di minori, tanto più se riguarda, come in questo caso, un bambino privo di vita. Ne abbiamo discusso a lungo in redazione, senza certezze assolute sul che fare.

Ma tra tanti dubbi che ci hanno accompagnato fino a un attimo prima di andare in tipografia, alla fine ha prevalso l’idea che non bastava più impaginare freddamente l’ennesima copertina sulle tragedie che si consumano nel Mediterraneo.

Che bisognava insomma indignarsi ma anche provocare indignazione, far discutere e interrogarsi sull’inutilità delle nostre coscienze passive.

Abbiamo visto di tutto in questi anni, e nulla è cambiato. Quasi 3 mila morti annegati nel 2015, oltre 25 mila in venti anni secondo le organizzazioni internazionali.

Nessun immagine o reportage riesce più a dare il senso della realtà. Ci si sente inadeguati, non all’altezza del dramma.

Ecco quindi la scelta di pubblicare la foto del corpo senza vita del piccolo profugo curdo siriano, annegato insieme alla madre e a un fratellino nel mare davanti alla spiaggia turca di Bodrum. Solo a guardarla veniva da piangere.

Che farne? Come ne diamo conto? Non siamo riusciti a considerarla come una delle tante immagini che quotidianamente vediamo senza pubblicare, che mettono sotto i nostri occhi impotenti questa ecatombe senza fine, che grida vendetta.

Pubblicarla è stato giusto. Il turbamento dei lettori è il nostro. La decisione, tra molti dubbi, ha fatto discutere, nel bene e nel male.

Solo in queste ultime settimane abbiamo pubblicato dozzine di prime pagine sull’immigrazione e la reazione durissima nei diversi paesi europei, da Kos a Calais, da Ventimiglia a Budapest, da Milano a Vienna. Scritto decine di editoriali, raccolto appelli e rilanciato iniziative, raccontato centinaia di storie, non tutte tragiche. Spesso in totale solitudine, almeno a leggere la stampa italiana.

Eppure questa copertina ha «bucato» il muro dell’indifferenza. Acqua, terra, carne e null’altro. Senza altre notizie o pubblicità intorno. L’orrore della pura cronaca.

Ciò che ha reso la foto pubblicabile, alla fine, è stato il titolo: «Niente asilo». Due parole di molesto e gelido orrore che senza moralismo indicano un evento e la sua causa, ciò che è e ciò che non sarà. L’assenza di asilo politico e di una gestione ordinaria, non emergenziale, del diritto alla vita di esseri umani innocenti, vittime di guerra e fame, «colpevoli» solo di non avere un visto sul passaporto.

«Niente asilo» riguarda noi e i nostri governi. Noi e le nostre scelte.

Ci ricorda che queste persone sono intorno a noi e ci resteranno per anni. Le loro guerre sono le nostre. E perciò le loro vite dipendono (anche) da noi.

Indignarsi per una pagina di giornale è sano. Doloroso. La grande maggioranza dei lettori, anche i più distratti, ha approvato questa nostra scelta sofferta.

Ma il difficile per noi (voi) inizia oggi. Perché questa storia, purtroppo, non finisce qui.