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Editoriale

Il capopopolo e la grande firma

Che le consultazioni telematiche del Movimento 5 Stelle siano una caricatura della democrazia e della politica lo sanno perfino non pochi di quelli che vi hanno partecipato. L’attendibilità non è molto diversa da quella di un videogioco. Nonostante questo il pronunciamento favorevole all’abolizione del reato di immigrazione clandestina, un modesto sondaggio nell’area politica grillina, qualche significato lo riveste.

In primo luogo perché contraddice quello che il leader maximo riteneva essere l’ “umore del popolo” e in base al quale aveva orientato contenuti e toni della sua propaganda. Non aveva forse sostenuto che se l’abolizione del reato di clandestinità fosse stata inclusa nel programma del movimento questa scelta lo avrebbe precipitato verso percentuali irrisorie? Il presunto umore della gente è spesso una invenzione dei capipopolo, più qualcosa da sollecitare sulla base dei propri pregiudizi, che non una domanda diffusa da raccogliere. E può accadere che eventi drammatici, come il naufragio di Lampedusa, riescano a fare breccia nel muro dell’indifferenza e del cinismo e a contrastare gli effetti della propaganda.

Poteva immaginare la Lega che dietro il cliché del padano duro e puro, lavoratore indefesso e severo padre di famiglia serpeggiassero aperture alla liberalizzazione della cannabis? Che l’esperienza di vita finisse col minare la purezza dell’ideologia? Così, più che nella disputa astratta sui pricipi della democrazia, è sulla concretezza di determinati contenuti che l’eterogeneità dei cosìddetti movimenti populisti esplode in vere e proprie contraddizioni, forse insanabili. E la questione dell’immigrazione è, da questo punto di vista, tra le più decisive.

Se nel mondo a 5 Stelle il problema è posto dalla forte presenza di iscritti ed elettori delusi da partiti e movimenti di sinistra, ma che hanno comunque ereditato da quell’esperienza un certo tipo di sensibilità, per la Lega, e per la destra più in generale, il problema sono i cattolici ed ora, con il pontificato di Francesco ancor più che in passato, anche i vertici della Chiesa.

Se ne lamenta sulle colonne del Corriere della Sera dello scorso lunedì, Angelo Panebianco, modesto ideologo di parte padronale che però in questo caso mette crudamente e utilmente in scena, con l’intento di celebrarla, la miseria della ragion mercantile. Secondo Panebianco la compresenza di due principi inconciliabili, quello dell’ “accoglienza” e quello della “convenienza”, impedirebbe all’Italia di adottare una politica coerente dell’immigrazione. Il primo principio deriverebbe, appunto, dal mondo cattolico, anche se «non tutto», si consola l’editorialista del Corriere (potremmo escludere senz’altro i lefevriani amici del vecchio Kappler). Questo sentimento solidaristico e irresponsabilmente umanitario, senza ordine né argine, indifferente ai bisogni del nostro paese e ai profitti che i suoi imprenditori si attendono, andrebbe senz’altro escluso a favore del secondo.

Una siffatta idea di “coerenza”, che non contempla mediazioni né correttivi, è caratteristica delle ideologie totalitarie tra le quali, anche grazie alle delucidazioni del politologo del Corriere, si può ormai senz’altro annoverare quella liberista. Impressiona, comunque, sentire una destra, solita sbandierare la dottrina cattolica in ogni questione “eticamente sensibile”, reclamare l’autonomia dello stato dalla chiesa solo quando si tratti di immigrazione.

Quanto al principio della “convenienza”, si tratterebbe di importare selettivamente, quando serve e nella quantità desiderata, forza lavoro con i requisiti, tecnici e antropologici (meglio i cristiano-ortodossi degli islamici troppo prolifici). Ma mettiamo pure da parte l’uso nazionalpatriottico del “noi” con le insorgenze razziste che alimenta, ivi compresa la campagna di intimidazione condotta dalla Lega e dal suo quotidiano contro la ministra Cécile Kyenge. Il ragionamento di Panebianco conta su una solida tradizione: quella che considera gli esseri umani come merci sul mercato. Così come il petrolio, il grano o la tecnologia avanzata che grandemente ci difetta, gli esseri umani debbono essere importati secondo necessità e al miglior prezzo, rispettando un preciso calcolo costi/benefici. Qualcosa che assomiglia a una versione liberoscambista e salariata della Tratta. Il problema è però che queste donne e questi uomini non vogliono essere considerati come merci portate al mercato e seguiranno, a dispetto di qualsiasi dispositivo selettivamente repressivo, la via della propria salvezza o del proprio benessere. Non sono pochi e sono il prodotto di giganteschi squilibri globali.

Cosìcché, pur lasciando da parte ogni considerazione di ordine morale, la ricetta bottegaia della “convenienza” non è solo meschina ma anche del tutto irrealistica. Qualcuno crede davvero che il governicchio di un paese marginale come l’Italia, piantato per di più in mezzo al Mediterraneo, possa invertire con qualche disegno di legge ottusamente coerente poderosi processi storici e il mutare inevitabile della composizione delle popolazioni dell’Europa? Che la sua convenienza la spunti su quella di ben più solidi agenti globali? Pazienza, il mestiere degli opinionisti non è far capire come stanno le cose, ma assecondare, come i capipopolo, quello che vorrebbero essere l’umore della gente. Salvo il rischio di venirne sonoramente smentiti.