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Editoriale

Caro Viale, l’Expo sarà verde e sostenibile

La polemica . 50 ettari di parco, il 54% del sito destinato a verde, 200mila, benvenuti, posti di lavoro

Ho letto l’articolo di Guido Viale su Expo e siccome il suo giudizio è costruito anche su informazioni inesatte, credo sia mio dovere correggerle e spiegare le scelte della mia amministrazione. Ogni opinione, naturalmente, è lecita; però dire che Expò sarà una colata di cemento, mentre l’eredità di Expo sarà un parco di quasi 50 ettari, uno dei più grandi d’Europa, non ha niente a che vedere con il legittimo dissenso.Parto anch’io dalla campagna elettorale per ricordare che nel programma della coalizione, voluto da tutti i partiti che mi sostenevano – da Prc a Sel al Pd – non c’era scritto da nessuna parte che Milano avrebbe abbandonato l’Expo.

Anzi, c’era scritto che si trattava di un appuntamento irrinunciabile. Certo, tutti, a cominciare da me, promettevano un Expo ben diversa da quella descritta nell’articolo di Guido Viale e questa promessa è stata mantenuta.

Expo non sarà semplicemente un’esposizione universale; sarà una vetrina di contenuti. Come a Kyoto si sono gettate le basi per combattere i cambiamenti climatici, a Milano in occasione di Expo, quando avremo qui 140 Paesi, getteremo le basi di una nuova e più sana politica alimentare che lotti contro la fame nel mondo, gli sprechi alimentari, l’accaparramento dei terreni agricoli dei paesi poveri, che sia per l’acqua bene comune, per la sostenibilità della catena alimentare.

Leggo equivoci anche sul dopo Expo. Su quelle aree – che non abbiamo scelto noi – non ci sarà nessuna speculazione edilizia o finanziaria. Il 54 per cento del sito sarà destinato a verde e la restante parte ad un grande progetto, scelto attraverso un bando trasparente e aperto a tutti, che abbia anche una utilità pubblica. Lascito di Expo sarà anche una storica e bellissima cascina milanese, la Cascina Triulza, ristrutturata dopo anni proprio per questa occasione. Sarà la sede del volontariato, della cooperazione internazionale, delle Ong, dell’associazionismo sociale. Un sede permanente, definitiva, che rimarrà anche dopo il 2015. E la Darsena, il vecchio porto di Milano, sarà riaperto dopo decenni di abbandono.

In momenti difficili come questi, confesso che non trovo per niente da snobbare nemmeno la possibilità di avere oltre 200 mila posti di lavoro. O gli effetti positivi sul Pil e sull’occupazione che continueranno fino al 2020, generati da un indotto che sarà di dieci miliardi di euro.

Comunque, anche per me, sono i contenuti l’aspetto più importante. E in questo abbiamo avuto fortuna: l’Expo, per una questione di reputazione internazionale, avremmo dovuto farla comunque, a meno di non fare davanti mondo la figura di una repubblica delle banane, però farla sul tema della nutrizione ci consente di avere un peso su un tema fondamentale. E su questo, forse a Viale è sfuggito, stiamo lavorando con le migliori intelligenze, a partire proprio da Carlin Petrini che con Slow Food avrà un ruolo decisivo sui temi cardine dell’Esposizione.

Credo che Viale giudichi la città in base a degli stereotipi: vero che il Salone del Mobile è un momento magnifico. Ma, caro Guido, c’è anche altro: Book City riempie la città di eventi legati alla lettura e avresti dovuto essere con noi la settimana scorsa, quando il progetto Piano City ha acceso la città di oltre trecento concerti in ogni angolo di Milano. Tutte iniziative legate ad ‘Expo in città’. Avresti visto – e non è un’esagerazione – persone felici, come saranno felici le persone che lunedì saranno in Piazza Duomo per ascoltare gratuitamente la Filarmonica della Scala.

Diciamo che il modello–salone, nell’accezione di coinvolgere il maggior numero di persone possibili, di toccare con iniziative ogni zona della città, di fare cultura diffusa, è il nostro modello. E così sarà, naturalmente, per Expo, quando Milano sarà una città ancora più accogliente, allegra, aperta. Pronta a ricevere tante persone che arrivano da tutto il mondo, non certo per scambiare affari, ma per scambiare conoscenza e immaginare un futuro migliore per tutti.

Capisco che nessuno sia profeta in patria, però per uscire da un certo pessimismo cosmico, suggerisco di dare una scorsa ai giornali stranieri: ieri eravamo su Le Monde, apprezzati per avere vinto un premio importante dell’Ocse, primi tra tutte le città europee. Una sorta di ‘Oscar’ per quanto abbiamo fatto e stiamo facendo per la mobilità sostenibile. Siamo stati chiamati a far parte dei C-40, le città leader nelle politiche ambientali. Ci chiedono il know how per la raccolta differenziata visto che siamo insieme a Vienna al livello più alto tra le grandi città d’Europa. Insomma, non mi sembra affatto che abbiamo perso un’occasione. Piuttosto, l’occasione, abbiamo saputo coglierla, ora dobbiamo coltivarla insieme a tutte le forze sane del Paese. Altro che cemento…

  • Marco Gioanola

    Sul 54% destinato a verde, vedremo. Ci risentiamo tra un paio d’anni, augurandoci che accada davvero. Per il resto, la colata di cemento è sotto gli occhi di tutti: basta farsi un giro in tangenziale dalle parti di Fiera-Certosa. Possiamo senz’altro addentrarci in mille distinguo, ma ciò che vede il sottoscritto cittadino automobilista forzato è l’enorme cantiere dell’expo (pensare che io, beata innocenza, pensavo che per fare un Expo bastasse la Fiera nuova, che non è mica piccola); il nuovo megaponte che non si capisce cosa dovrebbe collegare a cosa e fa da sberleffo a chi se ne sta perennemente in coda all’uscita per Viale Certosa (ma sbloccare quel tratto non è mica una Grande Opera, quindi lasciamolo lì!); gli enormi palazzi sorti al posto dei malcapitati campi tra la tangenziale e Molino Dorino (vuoi mica lasciare un pezzo di campagna lì a far niente, preda di insediamenti rom!); la speculazione edilizia nel sito della Fiera vecchia coi suoi grattacieli sitilàif che rimarranno vuoti per chissà quanto; la Dubai dei poveri di Porta Nuova (altri miliardi di metri cubi che non si capisce bene chi dovrebbe andare ad abitare – e sorvoliamo sul Bosco di Gioia, o sulla torre Galfa, che ormai sono storia vecchia); lo scempio edilizio in zona Bisceglie che si è anche avuto il coraggio di chiamare PARCO dei Fontanili; e via discorrendo, solo per citare le aree che conosco personalmente. La colata di cemento c’è, eccome. Possiamo concentrarci sul cantiere dell’Expo e sul suo splendido 54% da destinare a verde, oppure possiamo alzare la testa, guardarci intorno, e vedere che fine sta facendo il territorio di Milano. Sarà, ma io di inversioni di marcia proprio non ne ho viste; anzi, m’è sembrato un “avanti tutta”.

  • Max lo scettico

    Posso capire l’irritazione di Pisapia, ma capisco molto di più Marco Gioanola.
    Forse Viale parla per stereotipi e sta a lui, se vuole, apportare una risposta.
    Ma a me quello che non và giù, forse perché sono refrattario alle grandi città e alla presunta modernità, è questo parlare per percentuali, per indici.
    Il 54% di cosa? E il restante 46% cos’è? Cemento? Asfalto? Acciaio? Tensostrutture? E a quanti milioni di metri cubi corrispondono?
    Non ce l’ho con Pisapia, che contrariamente a tanti, continuo a stimare, perché appunto cambiare la locomotiva quando il treno è in corsa non è cosa facile, ma piuttosto con questo modo di ragionare per cifre, indici, grafici e percentuali, che non dicono l’umano, la sua percezione, il suo disagio e anche la sua sofferenza.
    Anche se poi c’è il 54% di qualcosa che dovrebbe renderlo felice.
    Ecco, io ad un mondo raccontato così non ci credo: è una mistificazione.
    Con tutta la stima che posso avere per Giuliano.

  • ابن بطوطة

    Senza polemica, per curiosità e un po’ fuori tema, da che punto a che punto deve andare quotidianamente come “automobilista forzato”? Glielo chiedo per esercitarmi a cercare alternative più economiche dell’auto, che ci sono anche a Milano, e perchè nel suo intervento non ha pensato a suggerire la costruzione di queste alternative laddove mancassero.

  • Marco Gioanola

    Il problema sono proprio le alternative. Consideriamo di dover andare a lavorare in “centro” a Milano da qualche paese vicino a Magenta. Le opzioni di trasporto pubblico sono: a) rare linee di autobus con fermate nei paesi, che quindi per questo ci mettono venti minuti solo ad arrivare all’autostrada, per poi rimanere imbottigliati comunque alla barriera: un’ora di calvario per arrivare a Lotto o Molino Dorino, che vuol dire spesso un’altro venti-trenta minuti per raggiungere l’ufficio; b) autobus autostradali, da raggiungere quindi in auto, per poi fare la stessa fine di cui sopra; c) treni locali, superaffollati (viaggio in piedi quasi assicurato) e sempre in ritardo (seguire TrenordVictims si twitter per farsi due risate). Tutte soluzioni, si noti bene, che funzionano in qualche modo solo per i pendolari mattina-sera, e che costringono comunque nel 90% dei casi a farsi anche qualche pezzo in metro o tram (suggerirei alla Giunta Comunale di farsi un mesetto a prendere la metro a Molino Dorino la mattina alle 8.30 – in alternativa basta seguire ATMVictims su Twitter)). Se uno deve andare -per lavoro, eh, mica a divertirsi- a Milano che so, alle 11 di mattina o alle 2 di pomeriggio, l’auto è una scelta obbligata, e l’uscita per Viale Certosa rimane una lotteria a ogni ora del giorno. Ho provato anche combinazioni deliranti tipo autobus+metro+carsharing (dovevo andare in zona Lorenteggio), e ve le raccomando giusto se avete due-tre ore da buttare e voglia di sentirvi in gita. Aggiungiamo che sulla A4 ci sono i lavori in corso da dieci anni, e che il cantiere al Portello che promette di evitare la delirante svolta a sinistra verso Monte Ceneri è anch’esso aperto da un paio d’anni minimo. Ah, a proposito di Portello, dimenticavo di citare, tra gli scempi urbanistici di Milano, oltre all’eterno cantiere intorno al grattacielo del “World Trade Center” (senso del ridicolo, questo sconosciuto), anche il ridicolo e inutile ziggurat sorto davanti ai già orrendi palazzi della Vittoria assicurazioni, ora affiancati da altri imprescindibili palazzoni in costruzione. Pisapia parla di spazi verdi, ma lì non c’è un albero manco a pagarlo. A Milano c’è già afa a Maggio. I sindaci delle grandi metropoli fanno bene a temere l’avvento delle Città Metropolitane… i pendolari non li puoi mica abbindolare coi Piano City.