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Editoriale

Angelo Mai, se l’autogestione diventa reato

È finito risucchiato in un groviglio giudiziario da cui non sarà facile riemergere. Uno spinoso garbuglio alimentato da furori questurini e sciatterie amministrative, che purtroppo sta privando la cultura italiana di uno dei suoi più avanzati centri di produzione. Stiamo parlando dell’Angelo Mai di Roma, uno dei più prestigiosi laboratori artistici a scala nazionale e internazionale, chiuso il 9 marzo scorso su ordine della magistratura, e tuttora sotto sequestro. La procura ha infatti respinto il ricorso del Comune di Roma, proprietario dello stabile, che ne chiedeva la riacquisizione.

Un rifiuto che intende riaffermare la consistenza delle ipotesi di reato, tanto gravose quanto ingannevoli, oltre a delineare imbarazzanti accuse verso l’amministrazione comunale, a cui si rimproverano «palesi ed evidenti inadempienze».
Secondo i giudici romani, l’Angelo Mai sarebbe così una pericolosa centrale di diffuse malversazioni (tra cui perfino l’associazione per delinquere), nel cui ambito si consumerebbero abusi e illeciti vari, comprese reiterate occupazioni di edifici abbandonati. Siamo di fronte a un episodio sconcertante, che interpreta le lotte sociali e la cultura indipendente come reato, come colpa. Che confonde l’autogoverno con l’illegalità. E che pertanto, nell’angustia delle norme, nella rigidità delle procedure giudiziarie, finisce per reprimere e liquidare le nuove forme con cui si cerca di soddisfare quei bisogni sociali che le amministrazioni pubbliche negano o tralasciano.

Perché proprio di questo si tratta. Nella cronica mancanza di un’offerta alloggiativa pubblica, di spazi culturali, di opportunità produttive, è fisiologico, è inevitabile autogestirsi i bisogni e conquistarsi in proprio quei diritti che restano inevasi. Se la politica è manchevole, o addirittura rinunciataria, è impossibile restare indifferenti, non si possono accettare ingiustizie e deprivazioni. Il vuoto della politica istituzionale genera altre politiche, che la legge ritiene spesso illecite, sgrammaticate, avventate, ma che non per questo sono da considerare ingiuste.

Se in tutto il paese si diffondono esperienze comunitarie autogovernate, che producono economie, culture, servizi, che diventano centri di accoglienza solidale, riferimento sociale di tante e tante persone, occasioni d’incontro, generatrici di piacere e gradimento (se non di godimento), ci si dovrà infine interrogare sulle ragioni che determinano tutto questo. E la ragione principale è che, al di là delle leggi, delle convenzioni, delle consuetudini, al di là dei pruriti benpensanti, a una condizione di bisogno corrisponde un movimento in grado di soddisfarlo. E più è acuto il bisogno, più intenso è il movimento.

È una dinamica irrefrenabile. A cui sarebbe bene non limitarsi a rispondere con strumenti «ordinari» come sono quelli giuridici. Ma tant’è, nel nostro paese, nelle nostre città siamo di fronte a un’arcigna ottusità: ai confini dell’idiozia.
Basterebbe allargare lo sguardo per accorgersi di come questo tipo di esperienze vengano non solo incoraggiate, ma anche favorite e perfino finanziate. Sarebbe sufficiente farsi un giretto a Berlino, in Francia, in Spagna o negli stessi Stati uniti, per rendersi conto di quanta considerazione e sostegno godano i centri culturali indipendenti. Centri culturali attivati e gestiti in felice autonomia da artisti e operatori assolutamente analoghi a quelli che, per esempio, animano l’Angelo Mai o il Teatro Valle a Roma, l’asilo Filangieri a Napoli, Macao a Milano, il Distretto 42 a Pisa. E ciò accade perché chi amministra le grandi città europee ha ben capito quanto prestigio, quanto magnetismo generino queste attività; e quanto sia importante accogliere l’inquietudine intellettuale, coltivare il talento creativo, nutrire la ricerca artistica.

Qui da noi, se va bene ci si staglia in un’ipocrita indifferenza, se va male si manda la polizia a sgomberare. E però ci si appassiona allo spasimo, fino a litigare in maniera furibonda, su chi debba dirigere quel teatro stabile e gestire quel museo, o di quanti e quali debbano far parte di consigli d’amministrazione e direzioni artistiche. È davvero avvilente assistere nelle nostre città d’arte, le più invidiate al mondo, a una politica culturale che si riduce a inconcludenti pantomime, che esibisce una galleria di politici tromboni trombati o che, più modernamente, si affida a un managerialismo tecnocratico ed economicista.
Pensate che la factory di Andy Wharol avesse la canna fumaria regolamentare o che lo scantinato di Amburgo dove si esibivano i Beatles avesse l’uscita di sicurezza? O che i sottoscala dove suonavano Tenco e De Andrè o Jannacci e Gaber pagassero la Siae? O che i teatrini dove cominciarono a recitare Giorgio Strehler o Carmelo Bene, Peppe Barra o Ascanio Celestini avessero gli impianti elettrici in regola? O che Amedeo Modigliani dipingesse in un ambiente salubre e certificato?

  • Max lo scettico

    Bravo Medici. Ma qui non solo l’autogestione diventa reato, ma anche il semplice fatto di voler sfuggire agli spazi commercializzati, videosorvegliati, sponsorizzati, sonorizzati, diventa un grave atto di dissidenza.