closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Editoriale

A sinistra un avvertimento e una speranza

Elezioni in Sardegna. Sono tutti numeri ancora ballerini, tuttavia sul territorio si cominciano a unire le forze nel faticoso e difficile percorso di risalita

Sulle elezioni in Sardegna i sondaggi della vigilia non ne hanno azzeccata una. Nessun testa a testa tra centrodestra e centrosinistra ma la vittoria larga di Salvini e compagni con un sonoro 48%, e la dignitosa sconfitta del centrosinistra con il 33%.

La profondità del crollo dei 5Stelle ha dato poi il colpo di grazia a exit poll che pronosticavano un risultato pentastellato poco sotto il 20%. Invece siamo al 9% per la lista e all’11% per il bibliotecario candidato presidente. Uno sprofondo rispetto al 42% delle politiche 2018, un primo passo nel consiglio regionale rispetto al 2014 quando non c’erano liste grilline (né leghiste).

Tutto considerato, i titoli dei giornali più che registrare la sonora batosta hanno già celebrato il funerale del M5S: moribondi, ecatombe, naufragio, crollo, schianto.

La terza notazione preliminare riguarda l’aumento dell’affluenza che supera il 50%: la protesta dei pastori non ha provocato nessuno sciopero del voto.

Per certi versi questa consultazione amministrativa sembra ricalcare quella in Abruzzo. Perché Salvini traina tutto il centrodestra (anche se con minor forza rispetto ai voti abruzzesi) e perché il centrosinistra tenta di dare prove di esistenza in vita: le liste attorno al giovane sindaco Zedda superano il 20% e il Pd, che perde due punti sulle politiche e quasi dimezza sul 2014, sfiora il 13%. Zedda non appartiene al Partito Democratico ma a quell’area composita che va da Leu (4%) a Sardegna in comune, a Campo progressista fino a Progetto comunista (lo 0,4%) .

Sono tutti numeri ancora ballerini, tuttavia sul territorio si cominciano a unire le forze nel faticoso e difficile percorso di risalita. Nel voto si leggono una speranza e un avvertimento. Se si dovessero replicare modelli precedenti (in Abruzzo come in Sardegna), se il Pd che cambia segretario non cambia anche le politiche (dalla Tav alle riforme del mercato del lavoro) allora questa ripresa di fiato avrà un vita breve e nessuna respirazione bocca a bocca potrà resuscitare una prospettiva di alternativa all’attuale blocco delle destre.

Finito di leggere?

Comincia a rompere.