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Editoriale

A Davos la crisi delle élite

Forum economico mondiale. Nonostante l’ottimismo crescente dei capitani di impresa, bocciate le politiche dei leader del pianeta, fragili ed incapaci di osare

Il cantante degli U2 Bono con Brian Moynihan (Bank of America) a Davos

Continueranno fino a sabato a Davos, nella località sciistica svizzera, i lavori del Forum economico mondiale. 2.500 banchieri e dirigenti di impresa, con politici e qualche star, si sono dati il compito modesto di «Rimodellare il mondo: conseguenze per società, politica ed economia». L’obiettivo è quello di dire al mondo che la crisi è finita e quindi si può finalmente discutere di quale crescita e sviluppo c’è bisogno per cambiare la società. Un ottimismo forse esagerato, che sin dalle prime battute degli incontri è stato messo in discussione. Sono state proprio figure di primo piano del gotha della finanza mondiale a smorzare gli entusiasmi: dal capo della Ubs svizzera, Axel Webber, che ha invitato a non stare tranquilli per la crisi europea, agli stessi organizzatori del forum che, nonostante l’ottimismo crescente dei capitani di impresa bocciano, le politiche economiche dei leader del pianeta come poco efficaci e i leader stessi perché fragili ed incapaci di osare.

In diversi concordano che per rilanciare l’economia mondiale ben poco potranno fare le realtà emergenti nel suo insieme e la ripresa dovrà passare per forza per le «vecchie» potenze. Non a caso ad aprire il vertice è stato il premier giapponese Abe, che ha rilanciato la sua cura da cavallo espansiva per l’economia del paese, da due decenni afflitto da stagnazione economica e deflazione. Un monito forte per i paesi europei, che rischiano la mancata ripresa e una deflazione sul modello giapponese. Sul banco degli imputati l’Italia, anche se il ministro Saccomanni ha palesato anche a Davos un poco giustificato ottimismo. Da più parti si chiede che l’Europa, oltre al consolidamento fiscale – l’austerità – faccia di più in termini di riforme strutturali, a partire da maggiore flessibilità nel mondo del lavoro, vista come unica solizione per far fronte alla disoccupazione dilagante. Nel frattempo le speranze sono tutte negli Stati Uniti,anche se in concomitanza con l’apertura del Forum inattese nuvole nere si sono addensate su Washington. La richiesta urgente rivolta al Congresso dal segretario del Tesoro Usa di innalzare il tetto del debito pubblico ancora una volta, fa capire la distanza dalla fine della crisi. Certamente decidere quanto debito si vuole avere, fuori dal giogo dei parametri europei, è un gran vantaggio, ma in molti si chiedono perché si ripresenta così presto l’urgenza che aveva portato ad uno stallo l’intera amministrazione federale lo scorso ottobre, addirittura con un mese di anticipo rispetto a quanto programmato. La ripresa Usa potrebbe essere solo virtuale e non reggere mai, se l’indebitamento pubblico e le politiche espansive monetarie della Fed non continueranno.

Il 2014 sarà anno di elezioni, sia in Europa sia, di «mezzo termine», negli Usa. Forse è questo che preoccupa Davos: si teme che la vera sfiducia nei confronti delle elite globali si trasformi in opposizione all’austerità e alle riforme strutturali. La ripresa senza nuovi posti di lavoro che si profila nel 2014 – una situazione «orribile« per l’Europa, per l’economista Ken Rogoff – rischia di pregiudicare il futuro e aumentare la conflittualità sociale, proprio quando i livelli di disuguaglianza hanno raggiunto il picco. E a Davos è stato ricordato che 85 paperoni più ricchi del pianeta possiedono una ricchezza pari a quella della metà più povera di ben 3,5 miliardi di persone. Una situazione esplosiva, che preoccupa al pari dei conflitti militari.

Per la prima volta l’emergenza siriana irrompe al Forum, come i timori per l’escalation tra Cina e Giappone, l’instabilità in Ucraina, ed i conflitti nella regione africana. Martin Wolf del Financial Times – neoliberista pentito – ha introdotto l’evento di Davos con un parallelo storico di quelli forti: il 2014 sarà il centesimo anniversario dello scoppio della prima guerra mondiale. Come nel 1914, oggi le elite economiche e politiche stanno fallendo nel dare una risposta alla crisi strutturale che si presenta, perché ancora invasate di un’ideologia (liberista) fallimentare. La storia ci dice che questi fallimenti possono generare mostri. Wolf però non si chiede cosa esiste oggi oltre queste elite fallimentari e quali contro-poteri potrebbero evitare i disastri della storia.