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Editoriale

Vietato contestare il prof

Un gruppo, nemmeno tanto numeroso, di un centro sociale bolognese contesta la lezione del professor Angelo Panebianco, intellettuale di idee conservatrici, firma all’occhiello del Corriere della Sera. Una protesta rumorosa perché i contestatori, come in un flash mob, fanno ascoltare le registrazioni dei rumori di guerra al professore, il quale è convinto che prima o poi le armi in Libia bisogna prenderle. E siccome al prof non piace essere interrotto, abbandona l’aula.

Niente di drammatico, dunque. E invece come una sola penna, il tribunale dei giornali insorge e condanna – senza appello – l’oltraggioso comportamento dei “pericolosi estremisti”. Moraleggiando sull’atto violento, sulla lesa maestà, sul diritto inalienabile del prof a tenere la lezione.

Ma chi esprime giudizi così tranchant su questa marginalissima vicenda, ha memoria corta.

Perché negli anni Settanta dello scorso secolo, gli interventi rumorosi alle lezioni dei “baroni” universitari erano prassi quotidiana, quasi un dovere politico. Certo, a volte si trattava di interventi molto forti – qualcuno ricorda quando ai professori Renzo De Felice e Rosario Romeo, alla facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza, veniva impedito più volte di fare lezione. Succedeva anche a Economia e Commercio dove insegnava Amintore Fanfani, e a Scienze Politiche, con Aldo Moro.

Eppure a volte queste irruzioni erano anche occasione di discussione e di confronto, al quale i professori più aperti non si sottraevano.

Come Alberto Asor Rosa, con intelligente partecipazione, come Lucio Colletti, con distacco e ironia, come il professor Guido Calogero, che aveva un martelletto di legno con cui richiamava al silenzio gli studenti più turbolenti e che poi regalò proprio a loro per svolgere le assemblee con minor confusione.

Non si può negare che in quella lunga fase di rivolta studentesca post-sessantotto lo scontro fosse nell’ordine delle cose. E perfino una forte contestazione contro un “barone” poteva trasformarsi in una situazione spiacevole, in alcuni casi drammatica. Tuttavia proprio il paragone con quanto accadeva allora dovrebbe far riflettere sugli eccessi del passato e sulla grande differenza con l’episodio bolognese.

Forse la società di oggi, sotto certi aspetti, è meno disposta a tollerare la trasgressione, la critica all’ordine costituito. E di fatto la protesta verso professor Panebianco diventa un insopportabile sfregio alla democrazia. Ma se non si può neppure contestare una lezione all’università, la nostra democrazia se la passa davvero maluccio. Dimenticando che chi se la passa peggio sono quei ragazzi e quelle ragazze che frequentano l’università, si laureano quando ce la fanno e sono fortunati se trovano un lavoro precario.

Naturalmente se l’episodio dovesse ripetersi, sarebbe un accanimento, non accettabile, verso Panebianco. Tuttavia ci permettiamo di dare un suggerimento al professore: la prossima volta – se ci sarà – chieda ai contestatori cosa vogliono, e li ascolti. Forse sarà un vantaggio per tutti.

razzismo panebianco intellighenzia

  • http://www.prezzon1.com/ Massy Biagio

    Se un ‘compagno’ ha sbagliato, ha sbagliato, stop.
    Non è perchè è un ‘compagno’, allora ha sbagliato di meno.
    Quando questo entrerà nella t..
    A no, questo è impossibile che entri nella testa di chi si occupa di politica in italia,
    attaccato com’è a parole vecchie e che dovrebbero essere relegate alla storia, quali fascismo e comunismo.

  • Simone

    A parte che l’episodio era già una ripetizione, in quanto il giorno prima erano avvenuti identici fatti: quello che la società odierna non tollera più è solo l’imposizione del messaggio con la forza. Vuoi contestare panebianco? Lo aspetti con uno striscione all’uscita dell’Università. Se irrompi nella sua lezione, imponendo agli studenti le tue quattro scemenze da liceale, sei tu che non hai rispetto degli altri, delle loro opinioni e del loro diritto a seguire una lezione nel luogo preposto a seguire lezioni (e per il quale gli studenti pagano anche le tasse).
    Se gli attivisti fossero stati gente di casa pound e il professore un editorialista del manifesto, la Rangeri avrebbe scritto la stessa cosa? O avrebbe parlato di fascismo e intimidazione al povero prof?
    Dai, su. Non si giustificano queste buffonate (nemmeno chiamandole libertà di contestazione) solo perché i ragazzi sono di sinistra.

  • Kobayashi

    Il sito del manifesto manca crudelmente di commenti, salvo alcune eccezioni, quando certi articoli attirano l’attenzione di lettori di destra (Luigi, Procopio di Cesarea e relative superfetazioni). In tal caso ci è dato leggere delle lezioncine fatte di buon senso e di evidenze.
    Guai ad interrompere l’espressione del Panebianco-pensiero (anche perché “gli studenti pagano le tasse”!).

    Allora io mi permetto di dire qui, che è uno spazio di libertà, che Panebianco è un cialtrone: uno che nel 2006 ha fatto più o meno esplicitamente l’elogio della tortura ed è incapace d’affrontare una contestazione, ha dei grossi problemi etici e intellettuali.

    Ricordo che uno dei centri d’interesse pluridecennale del prof. Panebianco è “il rapporto fra determinismo e libertà, fra i condizionamenti, sociali o istituzionali, che incombono sugli individui e la loro possibilità di fare scelte autonome”.

    Panebianco non capisce nemmeno quello che pretende d’insegnare.
    Il determinato è lui (e quelli che lo sostengono qui e altrove con commenti terra-terra), i liberi quelli che osano fargli una pernacchia.

    I baroni esistono in una società di servi.

  • Max lo scettico

    Perbacco, ma siamo in pieno delitto di lesa maestà!
    In prigione, in prigione, e che gli serva da lezione.