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Editoriale

Una casetta bianca

Obama e Renzi alla Casa Bianca

Ci sarà tempo, dopo l’8 novembre, per rimpiangere la presidenza Obama, e non solo se, malauguratamente dovesse essere Donald Trump a occuparne la scrivania della sala ovale. Ma oggi, dopo l’ultima cena alla Casa Bianca con Renzi, e tripudio di agnolotti, pacche sulle spalle e sorrisi tra leader e first lady, Obama ha indossato la giacca dell’amico amerikano, e noi quella della colonia.

Obama ha detto che il Sì al referendum sulla riforma costituzionale «può aiutare l’Italia a procedere verso un’economia più vibrante, verso un sistema più efficiente». Non solo. Il presidente degli Stati uniti ha voluto sottolineare che se, sfortunatamente, Renzi il referendum dovesse perderlo, «secondo me dovrebbe restare in politica». L’endorsement a stelle e strisce metterà le ali ai piedi del nostro presidente del consiglio, atteso a rapporto dai vertici di Bruxelles sui conti pubblici.

Non che in Europa gli siano mancati gli sponsor, da Merkel a Hollande a Moscovici, o che abbia da temere da chi, Osce, Fmi, JPMorgan, Fitch, governa la finanza internazionale. Ma certo il pieno, fragoroso sostegno americano, sul nostro mercato elettorale è un carico da novanta. Del resto già l’ambasciatore Usa in Italia aveva annunciato il convinto appoggio d’Oltreoceano.

Certo, quando Alcide De Gasperi, dopo la guerra, andò negli Stati uniti con il cappello in mano a ringraziare per gli aiuti del Piano Marshall, erano altri tempi.

Ma il vizietto di considerarci il fedele alleato da usare nel teatro europeo, e in quelli infiammati dalle guerre americane, non cambia. Forse, però, sono cambiati gli italiani, che hanno ben assaggiato i frutti avvelenati della grande crisi provocata proprio da chi oggi ci regala il suo Sì alla riforma costituzionale.

Non avrebbe potuto scegliere giornata peggiore, Obama, per rallegrarsi delle riforme renziane. I dati sul fallimento del Jobs act, sulla ripresa dei licenziamenti, sul ritorno delle finte partite Iva, sui centri della Caritas frequentati più dai giovani italiani del Sud che dagli immigrati, ci tengono svegli anche di notte.

Questa mobilitazione internazionale a favore della rottamazione costituzionale dimostra, se ce ne fosse bisogno, l’importanza del voto del 4 dicembre.

E forse non esagerava Rino Formica quando, in una recente intervista al nostro giornale, spiegava che il referendum e la battaglia tra il No e il Sì sarà importante come quella tra monarchia e repubblica.

  • aramix

    FACCIAMO ATTENZIONE :
    proponetevi in massa come scrutatori….prevedo molti tentativi di brogli per il 4 dicembre.
    Il partito dei furbetti fiorentini è ormai avezzo a queste metodi, vedasi le primarie in molte regioni, i voti dei cinesi per Sala a Milano, ecc…..

  • RossoVeneziano

    Esatto, un referendum epocale. Se vincete voi, ci teniamo il bicameralismo perfetto a vita, con conseguente sistema consociativo in cui nessuno vince e tutti si spartiscono il potere. Se vinciamo noi entriamo nella terza repubblica, nella modernità.

  • Giovanni Berti

    La Direzione del Manifesto, per molti anni, ha costruito la propria linea editoriale e politica su tre versanti: l’ avversione berlusconiana (Ida Dominijanni ci spiegava che Lario e D’Addario – proprio loro – abbattendone il potere maschile, avrebbero disarcionato l’ ex cavaliere); il feeling con Nichi: per Daniela Preziosi – col vento delle “Fabbriche di Nichi” – Vendola sarebbe potuto diventare presidente del consiglio. So che sembra incredibile.
    Infine il ricongiungimento sentimentale ed ideale con l’ altra parte dell’ oceano Atlantico: non più solo Mohamed Ali, Elia Kazan, Quentin Tarantino, Sixto Rodriguez. A cena con una coppia di intellettuali liberal (americani, elettori democratici), Marco D’ Eramo si agita: Barak Obama ci salverà, salverà il mondo. Gli ospiti liberal, ovviamente, non sono per nulla persuasi dall’ estasi dell’ editorialista di un giornale comunista europeo. Gente saggia.
    E quell’ endorsement – come direbbe lui – avrebbe informato la linea del quotidiano per molto tempo.
    Cara Norma, oggi hai ragione. Però qualche elettore, di sinistra, grazie anche a te e a D’ Eramo, il 4 dicembre voterà per Obama. Voterà – come dice Formica – per la monarchia.

  • Dilario

    “Se malauguratamente vincesse Trump”… Ingenua affermazione davvero. L’opinione diffusa nella minoranza che si reca ancora alle urne negli Stati Uniti è di votare il candidato meno odiato per dispetto al più detestato. La Billary della dinastia clintoniana, mentitrice industriale, rappresentante dell’alta finanza, un falco nelle mani dell’apparato industriale militare, è stata scelta dai poteri forti e designata vincitrice ben prima della primarie. Primarie legalmente truccate dai super delegati ed illegalmente manovrate come dimostrato dalla corrispondenza in seno al partito.
    Trump dal canto suo ha cavalcato il malcontento creato dalle incredibili diseguaglianze innervate – ed in crescita – nel tessuto sociale americano. Non si vedono affatto nelle case americane cartelli di propagande per la lady Clinton, se ne vedono moltissimi di Trump nelle stamberghe che sorgono ovunque numerose nelle periferie e nelle zone degradate dove un tempo fioriva la classe media. La realtà vissuta sta cambiando radicalmente i rapporti delle classi per effetto dell’automazione di conseguenza il lavoro umano a basso costo anche se specializzato non serve quasi più sia nella produzione che nei servizi. Ovvio che Trump perderà, ha contro tutti i media, il potere finanziario e militare.
    La signora Rangeri invece farebbe cosa gradita se si aggiornasse sugli ultimi saggi e libri scritti sull’automazione e sull’intelligenza artificiale con i drammatici conseguenze sociali. Questo giornale dovrebbe porsi in testa alle drammatiche inedite problematiche emergenti, non guardare indietro o gingillarsi con sterili polemiche verso le macchiette folcloristiche al potere in Italia.