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Editoriale

Un premier che marcia spedito verso l’800

È evidente che, con i decreti attuativi della famigerata carta di espropriazione dei diritti denominato Jobs Act, la Costituzione non è più la stessa. La prima parte, quella dei valori fondamentali, anche se non ancora toccata in modo esplicito, è indebolita dalla legislazione più recente, vera pistola puntata contro il residuale diritto del lavoro. Frutto della seconda costituzionalizzazione, lo Statuto del 1970 era il compendio di una congiuntura storica irripetibile che presentava condizioni politiche più favorevoli al mondo del lavoro. L’articolo 18 era in fondo il simbolo della relativa potenza accumulata dal lavoro, rispetto al dominio assoluto del capitale, e la dimostrazione dei frutti positivi scaturiti dalla congiunzione di conflitto sociale e grande manovra politica.

Ad essere colpito dalla furia restauratrice del governo Renzi è anzitutto il potere del lavoro e di conseguenza i diritti dei singoli dipendenti si spengono come degli astratti postulati morali. Il segno di classe della riforma strutturale varata dal governo l’ha colto bene l’Ocse che, in uno sperticato elogio delle misure renziane, le ha santificate come l’eden resuscitato della bella volontà di potenza dell’impresa. Nel documento l’Ocse spiega le ragioni del suo innamoramento totale: «accrescendo la prevedibilità la norma riduce i costi reali dei licenziamenti, anche quando sono giudicati illegittimi dai tribunali e incoraggia le imprese». Sono felici soltanto perché il governo ha reso meno costosa la facoltà licenziare.

Quest’assalto normativo alla civiltà del lavoro, con la riduzione del costo del licenziamento, secondo l’Ocse, è una divina benedizione che accrescerà la produttività perché, eliminando del tutto la possibilità del reintegro per l’esclusione dall’impiego per motivi illegittimi, e riducendo anche l’importo dell’indennizzo dovuto a chi viene gettato sul lastrico, il Jobs Act sollecita il risveglio immediato degli spiriti animali del capitalismo. Senza la sbrigativa libertà di licenziare, il capitale non riesce più a investire, a innovare, a competere. E quindi, il piano della nichilistica espropriazione del lavoro, continua ad essere perseguito come la variante più allettante per rilanciare l’accumulazione in un paese che si accasa definitivamente nelle periferie del capitalismo globale e che per il suo de te fabula narratur guarda ormai all’Albania.

La filosofia del renzismo si compie nel segno di una integrale decostituzionalizzazione del lavoro. E la sua genuina essenza ideologica è contenuta nella celebre formula sulla libertà dell’imprenditore di licenziare come segno di una grande innovazione destinata a fare epoca. La nuova legislazione, in effetti, è il cuore delle stravolte riforme post-moderne, quelle capovolte costruzioni giuridiche che sopprimono tutele e piccole libertà dal bisogno e assegnano proprio al soggetto già economicamente più forte il diritto di schiacciare il contraente più debole della relazione lavorativa.

Le condizioni sociali della modernità sono basate geneticamente sul differenziale di potere tra capitale e lavoro. E il diritto del lavoro, nato dallo scontro politico della società di massa, cercava di correggere con gli interventi della legislazione gli squilibri sociali più macroscopici conferendo poteri correttivi al lavoro come potenza sociale collettiva. Ora il diritto muta di segno. E’ costruito il diritto del più forte, cioè è scolpito anche sulla norma il potere legale sanzionatorio del capitale sul lavoro. Quando all’impresa si concede il diritto di licenziare il dipendente anche per un solo giorno ingiustificato di assenza, le si consegna un’arma di coercizione sproporzionata rispetto all’entità dell’illecito. E’ la pura forza dell’avere che succhia l’essere della persona che lavora, nel silenzio della cornice pubblica. Ma Rousseau spiegava che il diritto del più forte non è mai diritto. E quello scritto da Renzi è infatti la pura e semplice sanzione ufficiale e formale del dominio di fatto dell’impresa sulla forza lavoro ridotta a variabile inanimata.

Ad dominio del capitale, scritto già a chiare lettere nelle oggettive leggi dell’economia e confermato nelle anonime regolarità imposte dalla divisione sociale del lavoro, si aggiunge anche la norma di stampo classista che annichilisce la relativa autonomia conquistata nel Novecento dalla legislazione pubblica nel correggere le asimmetrie del rapporto sociale con norme dettate dal senso civile e morale di un’epoca democratica. Il giudice deve ammainare gli strumenti romantici con i quali inseguiva il miraggio della costituzionalizzazione dei rapporti di lavoro. Sebbene con strumenti coercitivi scarichi, perché privi di sanzione effettiva verso l’impresa inadempiente, il giudice del lavoro aveva introdotto la legge e il contratto a più stretto collegamento con l’essere del lavoratore. La bocca del giudice, nell’accertare la adeguata proporzione tra fatto e sanzione, ora si chiude dinanzi alla soverchiante potenza dell’avere, del capitale, che fa ciò che crede della forza lavoro, con il modico prezzo di una indennità.

Si disegna una individualizzazione crescente delle relazioni economiche imponendo un secco rapporto a due, da una parte sta il potere d’impresa che regna incontrastato e dall’altra il lavoro, soggetto ancor più precario appeso alla decisione d’azienda sui tempi, sui costi delle ristrutturazioni, sull’opportunità di un demensionamento di ruolo nel posto di lavoro. Lo scambio indecente tra un (solo) nominativo contratto a tempo indeterminato e un effettivo potere di licenziare senza giusta causa cambia in profondità i rapporti di forza dentro i luoghi di lavoro. Il sindacato è invitato a uscire dalla fabbrica o dall’ufficio, non essendo più rilevante il potere delle organizzazioni nel trattare le condizioni delle ristrutturazioni, degli esuberi, dei tempi, delle mobilità, dei licenziamenti collettivi.
Lo spiegava bene Spinoza: quando un soggetto cede un potere, non ha più le chiavi per rivendicare i suoi diritti. Non esistono infatti diritti fruibili senza una potenza collettiva che li sorregge. E l’attacco del governo è, con qualche perversa sistematicità, indirizzato contro le condizioni (sociali e sindacali) della potenza del lavoro. Strattonato dalle strategie d’impresa che lo rendevano una variabile sempre più precaria, il lavoro viene ora reso liquido anche dalla norma giuridica. Il pubblico si adagia alle esigenze funzionali dell’impresa privata e costruisce un diritto con moduli, tempi, risarcimenti monetari richiesti dal capitale. Con il suo turbo governo Renzi procede a passi di gambero verso l’Ottocento. Nella sua fabbrica entra solo il cartello che intima alla manodopera di perdere ogni speranza di riscatto e di non disturbare il padrone che dà l’opportunità di lavoro, e quindi va santificato.

Nel regime giuridico duale, cioè con la competizione innestata dalla norma diseguale che differenzia tra vecchi e nuovi assunti servendosi di profili discriminatori, l’impresa spera di ottenere maggiori potenziali di ricatto sul lavoro diviso e sotto minaccia in virtù di nuovi poteri dispositivi e sanzionatori. Con il suo Pier delle Vigne, la comandante dei vigili urbani di Firenze nominata sul campo capo dell’ufficio legislativo di palazzo Chigi, Renzi ha davvero posto fine al costituzionalismo della repubblica. Già sepolti i suoi soggetti politici (i partiti ideologici di massa), ora sono spenti anche i suoi soggetti sociali, il lavoro come sovrano della costituzione economica. E’ cominciata un’altra epoca nel segno della destra economica, cioè con lo sfacciato potere dell’impresa, con la sua giurisdizione privata spietata e senza contropartite. Il lavoro è sconfitto, ma non vinto.

  • Francesco

    La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza. E l’Italia è fondata sul lavoro.

  • Carlo Rossi

    Quando inizieremo DAVVERO a bloccare il paese e cacciare a CALCI il bugiardo di Firenze???

  • Riccardo

    Intervengo per evidenziare un aspetto di questa riforma che non risulta da nessuna, NESSUNA, dichiarazione di sindacalisti in interviste dei TG ad ampia diffusione: essendo l’obiettivo di questa riforma accontentare gli imprenditori (Renzi in una sede Confindustria dichiarò, rivolto agli imprenditori: “Dovete dirmelo voi che riforme vanno fatte”), si è reso libero il mercato del lavoro, il lavoratore risponderà solo alle leggi del mercato: concorrenza, competizione. Quindi, contratti a tempo indeterminato con possibilità di licenziamento a discrezione del padrone (non contratti a tempo determinato che l’imprenditore deve rinnovare per un tot di volte, se il lavoratore gli serve, e poi deve assumere a tempo indeterminato senza possibilità di licenziarlo più). Arrivo al punto taciuto da TUTTI: i lavoratori anziani obsoleti, che non risponderanno alle esigenze del mercato di forza, energia e competenza, saranno esclusi dal mercato del lavoro. Si può dire che il nazismo alla lunga stia vincendo… con buona pace di tutti gli imbecilli che hanno messo nel mazzo delle ideologie da condannare, fascismo, nazismo e… comunismo.

  • Massimo D’Agostino

    E’ un bell’articolo, però si potrà giudicare il mondo del lavoro solo quando chi scrive, e cioè il giornalista, sarà uscito dalla schiavitù che esiste già da troppi anni. Che l’azienda oggi sia un mostro e non un soggetto giuridico lo dimostra, anzi, proprio il settore letterario, in cui al primo posto starebbero i diritti d’autore, mentre solo dopo, molto dopo, verrebbero le esigenze delle aziende. Quante volte abbiamo visto sulle tv nazionali dei programmi molto famosi cambiare conduttore? E’ giusto questo? Nel mio caso non era giusto, perché ero l’ideatore e realizzatore, con mezzi aziendali televisivi, del primo contenitore domenicale sulla serie B estera. Mi è stato scippato, e solo l’ordine del Piemonte ha alzato la voce per difendere questo principio: il programma è del giornalista, non dell’azienda, come l’imprenditore sosteneva. Con questo sistema, che mette al centro dell’attenzione le aziende, gli articoli, gli approfondimenti e i programmi radio-tv perderanno consistenza, stritolati dalle esigenze di spazio, tempo e bilancio aziendale. Così anche le guerre del Medio Oriente saranno sempre meno umane e sempre più un collage di video presi da internet, senza magari un’analisi delle fonti, e commentati in studio con lo speakerato del giornalista. Il prodotto lo vedete voi stessi: dalla Libia, dalla Siria e dall’Irak è scomparsa la vita del 2015 per far riapparire la paura dell’anno mille. Così è se vi pare.

  • Massimo D’Agostino

    Vorrei dire anche un’altra cosa, perché immagino che leggeranno i miei post anche i sindacalisti della FNSI e quindi del SIGIM, con cui ebbi degli scambi di vedute molto duri. Per questi signori la soluzione ai problemi del precariato dei giornalisti, specialmente quelli locali, è quella di dimostrare che ci fossero i presupposti perché il giornalista fosse inquadrato come articolo 1 del CNLG. Quindi, chiedere risarcimenti per un periodo pregresso non andato ancora in prescrizione. Purtroppo, facendo una mia indagine presso l’ispettorato del lavoro, ho scoperto che questi pur buoni propositi del Sigim, come della Stampa Subalpina, a cui immagino sia iscritta la vostra giornalista Giuliana Sgrena, che mi è stato detto sia di Domodossola, sono destinati a non portare risultati. Nelle Marche dall’avvocato il Sigim manco ti ci faceva avvicinare. Sollevava sospetti sui contratti, ma non voleva risolverli nell’immediato, di fatto invitando i collaboratori ad inserirsi nelle redazioni e sperare nella tanto agognata causa. Qui sono riuscito a parlare con l’avvocato Raffone di Torino dei giornalisti piemontesi, il quale mi ha subito proposto di fare causa all’emittente televisiva novarese per la mancata assunzione. Perché in effetti qui i presupposti c’erano, ma nelle Marche no. Il criterio con cui un giudice stabilisce la mancata applicazione dell’articolo 1 – hanno detto all’ispettorato del lavoro – consiste nella dimostrazione che l’azienda editoriale con i suoi documenti manifestasse, di fatto, una necessità di avere il collaboratore come assunto con vincoli di orario e gerarchici. Questi documenti c’erano solo in Piemonte, come ad esempio il mio nome scritto nel sito tra i componenti della redazione del VCO/Suisse e l’uso dei mezzi aziendali. Ma ne mancavano altri, come il mio nome nel piano ferie (che era stato stabilito dal caporedattore, ma senza prove cartacee) oppure un documento attestante i turni giornalieri, con il nome del collaboratore tra gli articoli 1. Quindi aveva ragione Raffone, anche se la causa è sempre piena di incognite. Ma nel mio caso c’erano spesso i presupposti anche e soprattutto per l’articolo 2 del CNLG (collaboratore fisso per rubriche) e qui nessuno ha fatto mai niente, eppure come pubblicista mi spetterebbe di diritto! Io ritengo che un giornale, o un telegiornale, non lo si faccia solo con “gli articoli 1”. “Gli articoli 1” hanno in mano le pagine del giornale, una parte del timone, quindi un grande potere. Ma raramente possono uscire a seguire gli eventi. E’ qui che il sistema giornalistico rischia di saltare: nel non voler considerare il collaboratore una parte importante del giornale, ma un “servo della gleba”, come sentivo dire da giornalisti affermati nelle Marche. I pochi assunti al desk, in pratica, creano degli spazi, ma poi a riempirli chi ci va? E quali stimoli può avere, in questa situazione imbarazzante, il cronista? Guardate che è un problema serio, questo. Io sono disposto a dare alla redazione del Manifesto il mio numero di telefono ed essere utile per fare qualcosa. Ma a patto che non diventi il capro espiatorio o un personaggio da copertina.

  • mamauro

    Condivido l’articolo; aggiungo solo qualche considerazione:
    Le condizioni di lavoro così come la condizioni sociali nel loro complesso sono regolate da rapporti di forza.

    Il capitale ha potuto piegare la classe lavoratrice mettendo in campo il più grande esercito industriale di riserva ,con una massa mai vista prima.
    Ha saputo utilizzare le forze di sinistra come l’utile idiota che non ostacolava o condivideva l’uso di mano d’opera affamata, ondivaga.
    Mentre la sinistra non si opponeva per motivi ideologici o forse non sapeva delle intenzioni dei predatori; I predatori invece senza remore attuavano
    il progetto liberista ”del rapporto diretto”, non mediato dalla legge ma basato dalla necessità di uno dei contraenti di non porre condizioni (Do ut facias)
    Dopo aver demolito le ultime istanze di democrazia nella fabbrica è stato facile dimostrare che i lavoratori non erano più in grado di intendere e di volere;
    ed il loro silenzio è stato bollato, dai pensatori più o meno di centro, come consenso al ”liberismo”, e il loro voto di protesta è stato bollato dagli intellettuali sinistra come razzismo.
    Sempre In linea con gli obbiettivi padronali, il grande tradimento storico, della sedicente sinistra democratica che ha preparato il terreno fertile della servitù
    di classe; avvallando tutte le leggi che hanno reso precari e ricattabili i lavoratori fino a spegnerne la voce, la volontà di lotta e partecipazione alla vita politica.
    Il jobs act. non è che l’ultimo atto della serie. La stessa ”sedicente” sinistra pseudo-democratica ha votato con la destra la legge Fornero che obbliga tutti i lavoratori, anche dopo 40 anni di contribuzione continuativa, a consegnare un surplus di vita in anni lavorativi alla casta politico-economico-imprenditoriale.
    Dalle fabbriche e soprattutto dai giovani lavoratori precari e ricattabili non uscirà per molto tempo la voce della lotta democratica, la voce della rivendicazione
    dei diritti, che da sempre hanno rappresentato il livello di dignità per l’intera società.
    Oggi più che mai i lavoratori per uscire dallo stato di servitù hanno bisogno non tanto di un sindacato o di un partito ideologicamente schierato, hanno soprattutto bisogno di intellettuali che sappiano unire, collegare le forze in campo, per dare vita ad un processo evolutivo condiviso dalle forze presenti
    nella realtà politica. Le parole d’ordine utili alla classe dei lavoratori sono ancora confuse nella nebbia ideologica ma già chiaramente espresse nelle piazze
    dai movimenti reali che si sono sviluppati in Italia,Grecia e Spagna.

    Un cordiale saluto

  • Ul05m

    Chapeau!
    Amaro, veritiero e meraviglioso articolo.
    La politica di questa ultra-destra basata
    sullo “spencerismo” è una politica ossimorica:
    precarizzazione-modernizzante.
    Un saluto