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Editoriale

Un cambiamento concreto

Emergenza sociale. La situazione è grave, c’è bisogno di misure chiare e coraggiose

Per i movimenti accampati sotto la Porta Pia è un risultato per nulla trascurabile, incontrare oggi il ministro delle infrastrutture Maurizio Lupi. Da molti anni, non si ricorda un così positivo, esplicito riconoscimento delle rivendicazioni e delle lotte per i diritti sociali. E si capirà presto, stasera stessa, se ci si limiterà al suo senso politico o se si aprirà anche qualche spiraglio concreto di cambiamento. Poiché oltre al bisogno di una casa, la manifestazione di sabato si è caratterizzata e ha più in generale chiesto una significativa inversione delle scelte del governo Letta.

Risorse per l’edilizia pubblica e non speculazione urbanistica, reddito e lavoro e non precarietà e sfruttamento, valorizzazione dell’ambiente e non consumo dei territori, scuola e sanità e non cacciabombardieri e sommergibili, trasporti locali e non alta velocità, utilizzo sociale e culturale del patrimonio pubblico e non alienazioni immobiliari, difesa dei beni comuni e non privatizzazioni, risorse per il welfare e non dismissioni nella rete di salvaguardia sociale.

Il messaggio dei tanti movimenti che si sono ritrovati a Roma sabato scorso è chiaro: basta con le politiche causa di povertà sempre più estese, e invece rilancio di programmi d’investimento che incontrino e raccolgano le esigenze popolari.

All’opposto di quanto disposto dalle centrali politiche europee, a loro volta imbeccate dalle banche centrali, a loro volta sostenute dalle consorterie del capitalismo finanziario internazionale. Sembrerà sproporzionato, ma è lo sfrattato di periferia, l’operaio di provincia, il valligiano alpino, il contadino di pianura, il pescatore d’altura che oggi rappresentano l’unico intralcio, l’unico attrito a questa catena di comando che tutto decide e tutto controlla.
Ne consegue che per il ministro Lupi sarà oggi difficile discostarsi da posizioni diverse da quelle che gli consentono di esercitare la sua responsabilità ministeriale. Proverà a dire che sì, è vero, ci sono problemi, il paese è in difficoltà, ma il governo non può allontanarsi dai suoi impegni comunitari sul debito, e pertanto non ha disponibilità finanziarie sufficienti per soddisfare tutti i bisogni che la crisi produce. Al massimo, potrà impegnarsi a emendare la legge di stabilità, riservando qualcosina ai Comuni affinché li usino per l’emergenza abitativa. E non a caso, nell’incontro di oggi, è prevista la presenza di alcuni sindaci che cercheranno di portare all’incasso qualche milioncino per i loro stremati bilanci. Dovrebbero alzare la voce, rovesciare i tavoli, pretendere risorse per i loro territori: e invece, povere anime querule e smarrite, si aggirano frustrati con la speranza di spigolare qua e là.

Eppure potrebbero agire diversamente e con molta più efficacia, se solo recuperassero quell’autorevolezza costituzionale che si chiama autonomia locale, da tempo malinconicamente evaporata e ulteriormente compressa dalle manomissioni istituzionali che il parlamento si accinge a varare. Certo, dovrebbero scuotersi e riappropriarsi di quell’impronta popolare che la loro funzione permette. Dovrebbero insomma uscire dalla pigra subalternità in cui si auto-relegano, smarcarsi dagli indirizzi sovraordinati di governo e parlamento e cominciare a disobbedire. Rifiutandosi, per esempio, di vendere il proprio patrimonio immobiliare e fondiario e finalizzarlo verso usi sociali. Utilizzando i fondi per l’assistenza alloggiativa non per pagare canoni stratosferici ma per realizzare edilizia pubblica. Ripubblicizzando le aziende di servizio attualmente segmentate tra azionisti speculatori e gestori esosi e inefficienti. Rilanciando lo sviluppo locale attraverso appalti e affidamenti che favoriscano le nuove economie giovanili, la cooperazione, il no-profit. Rafforzando la rete dell’assistenza comunale concedendo spazi pubblici all’autogestione, in cambio di servizi sociali, di progetti culturali, di nuovi lavori.

Tutte queste cose potrebbero farle, i sindaci. Ma non le fanno. Si limitano a gestire quel poco che il potere centrale (ancora) distribuisce. E a spargere di lai le ricorrenti interviste che generosamente rilasciano.
Il ministro Lupi ci scuserà se nei suoi confronti, come anche nei confronti del governo di cui fa parte, non nutriamo particolare fiducia, ritenendo più adatti i sindaci a trovare qualche soluzione ai bisogni abitativi. Soluzione che peraltro è alla loro immediata portata. Sparse per città e paesi, sono centinaia di migliaia le case vuote, lasciate spesso in un triste degrado. Interi edifici abbandonati solo per la perversa convenienza dei proprietari. Ebbene, in presenza di un’emergenza sociale comprovata (e in alcune metropoli è più che palese), l’ordinamento giuridico italiano consente a sindaci e prefetti di ricorrere alla requisizione di quei volumi abitativi cronicamente inutilizzati. Affinché vengano provvisoriamente assegnati alle famiglie che hanno maturato il diritto all’alloggio popolare, in attesa di vederselo finalmente riconosciuto. Alcune esperienze a Roma hanno dimostrato che si può fare, confortate peraltro da una sentenza assolutoria della Corte di Cassazione.

Si tratta di una misura estrema, certo. Com’è tuttavia estrema la condizione abitativa nel nostro paese.

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