closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Editoriale

Sulla memoria avvoltoi a Est dopo l’89

Europa e populismi. La questione epocale dell’esodo drammatico dei migranti, da crisi economico- ambientali e dalle guerre, ha provocato, per «reazione», la nascita di un fronte, il Gruppo di Visegrad, identitario sovranista che vede l’Ue come nuova Urss, e che ha eretto una nuova Cortina di ferro di respingimenti, negazione dell’accoglienza, nazionalismi xenofobi e razzismo

A fine 2018 e in apertura del nuovo anno, tre avvenimenti sembrano parlarsi in modo inequivocabile. Quasi in segreto è stata rimossa negli ultimi giorni di dicembre dalla piazza del parlamento di Budapest la statua di Imre Nagy, il leader comunista che fu alla guida della rivolta ungherese del 1956 repressa nel sangue dall’intervento armato dell’Urss; solo pochi giorni fa Matteo Salvini, il leader populista-razzista italiano, dopo avere ricevuto a Milano in pompa magna l’attuale leader magiaro sovranista identitario Viktor Orbán, ha iniziato a volare come un avvoltoio a Varsavia, nella Polonia di Kaczynski, avviando il suo tour elettorale per la costruzione di una coalizione elettorale in vista delle prossime elezioni europee, trovando per ora simpatie e connivenze ma anche sospetti sulla linea filo-Putin del leghista.

Ultimo, ma non in ordine d’importanza, il concerto indetto a Verona per mercoledì 16 dei gruppi nazirock (che si richiamano alla Xa Mas), nel nome di Jan Palach – il giovane che si immolò con il fuoco su Piazza Venceslao a Praga il 16 gennaio del 1969, cinquanta anni fa. Tra queste tre notizie c’è una correlazione strettissima. E riguarda la cancellazione della memoria che ad Est, con grande concorso dell’Occidente europeo ed americano.
Ormai, dai movimenti reazionari si è passati a regimi a presidio della revisione della storia.

In particolare gli esponenti del governo di Viktor Orbán hanno bollato Nagy come «un comunista dei peggiori» raccontando la bugia di essere stato collaboratore del Kgb stalinista, mentre nella memoria storica degli ungheresi Nagy, condannato a morte e giustiziato nel 1958, è un martire. E al posto della statua sarà ricostruito un monumento già consacrato alle vittime del «terrore rosso» del 1919: cioè la Repubblica dei Consigli di Bela Kun.

Mentre sotto silenzio è passata la rimozione nel 2017 del busto del grande filosofo marxista György Lukács e la chiusura nel 2016 del suo prezioso Archivio. Il cambio fa parte della lotta culturale ed identitaria del governo Orbán contro i valori del liberalismo e della sinistra ungherese. Il fatto è che parlare dell’Ungheria vuol dire oggi affrontare il ventre molle della costruzione comunitaria europea. Nella cornice del conflitto aperto sui destini dell’Unione europea tra paesi del sud e del nord dopo la crisi di prospettive emersa con l’esplodere della crisi finanziaria del capitalismo internazionale negli Stati uniti e da lì esportata nel Vecchio Continente.

Mentre, sullo sfondo, riecheggiano gli scontri armati nell’Ucraina d’estrema destra quale nuova edizione della Guerra fredda alimentata dall’unica reale costruzione occidentale, l’Alleanza atlantica, contro il peso politico ed economico della rinata Russia nazionalista (nonché della Cina). Ventre molle, perché le risposte che il potere ungherese dà alla crisi e alle domande europee che emergono sembra esprimere tutto l’intero e inconcluso processo geopolitico dei nostri giorni.

C’è una Europa delle società dell’Est che da più d’ un quarto di secolo è interna, e subalterna, ai processi politici ed economici del neoliberismo di mercato, al quale è addivenuta attraverso la trasformazione in oligarchie private e privatizzanti del ruolo degli ex controllori di Stato del sistema sedicente «socialista». Così come da un quarto di secolo, deriva della precedente subalternità sovietica, è diventata il baluardo militare della Nato, avendo perdipiù partecipato – come l’Ungheria e la Polonia – a tutte le guerre sporche delle coalizioni occidentali, dai Balcani all’Iraq, al Caucaso.

È una sequenza di paesi che stenta ad avere una fisionomia, che cerca una nuova identità per imporre normative istituzionali di adeguamento alle diseguaglianze del neoliberismo; e dove la destra al potere rimette mano al ruolo dello Stato e avvia la riduzione degli spazi delle istituzioni della giustizia, dell’informazione e della stessa democrazia borghese rappresentativa in profonda crisi di rappresentanza popolare. E che si avvantaggia dell’ azzeramento della storia per fondare una legittimità nazionalistica dentro e contro quella che dovrebbe essere un’Europa sovranazionale. Con in più la convinzione a est di far parte di una Europa di serie B che aspetta il riscatto antagonista.

La questione epocale dell’esodo drammatico dei migranti, da crisi economico- ambientali e dalle guerre, ha provocato, per «reazione», la nascita di un fronte, il Gruppo di Visegrad, identitario sovranista che vede l’Ue come nuova Urss, e che ha eretto una nuova Cortina di ferro di respingimenti, negazione dell’accoglienza, nazionalismi xenofobi e razzismo. E dove è rinato l’antisemitismo e la caccia ai Rom. Con governi sostenuti spesso da forze che si richiamano a partiti fascisti precedenti la Seconda guerra mondiale (come Jobbik e Guardia ungherese che esaltano le Croci frecciate filonaziste).

Per fare questo va cancellata la stagione dei più importanti eventi di lotta socialista e democratica avviati a Est: la Primavera di Praga del ’68 – nella Cecoslovacchia ancora sovranazionale – e le lotte operaie degli anni Settanta e Ottanta in Polonia e perfino la stessa Solidarnosc, il sindacato operaio d’impronta cattolica. Per questo si è avviata da tempo una campagna anticomunista – l’anticomunismo, ricordava Lucio Lombardo Radice in un dimenticato saggio sull’argomento, è un’arma politica fondamentale della contemporaneità.

Eppure le “Lustrace” (epurazioni) sono iniziate nella nuova Praga di Vaclav Havel, con il rischio tragicomico di equiparare centinaia di miglia di comunisti della Primavera ai normalizzatori al servizio di Mosca. E proseguono ora in Polonia dove il Partito comunista viene messo fuorilegge e dove viene bollato di essere «comunista» nientemeno che Lech Walesa il leader di Solidarnosc. Per questo a Praga – mentre in Slovacchia è ancora difficile azzerare lo “slovacco” Alexander Dubcek – la Primavera ’68 viene quasi dimenticata e il martire Jan Palach non ha mai ricevuto una celebrazione di Stato, tantomeno dall’ex socialdemocratico ora ipernazionalista presidente Zeman e dall’ex comunista ortodosso anti-Primavera, Babis a capo del governo ceco. Mai.

Non solo quest’anno, come ha denunciato in un importante editoriale Polo Mieli sul Corriere della Sera. Sono sempre stati i giovani praghesi dell’Università Carlo IV a ricordarlo.

E lo faranno anche nei prossimi giorni contro la sola idea che dei nazisti possano celebrare – come già fece la destra europea guidata da Berlusconi – Jan Palach. Il giovane che, imitando i bonzi di Saigon che denunciavano la guerra americana in Vietnam, si diede fuoco per protesta contro la «solitudine di Praga» – (fondativa della storia de il manifesto) precipitata nella normalizzazione del «quisling» Husak protetto dai tank russi.

E dopo tante parole,

passiamo ai fatti.