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Europa

Sui rifugiati sbarcati a Lesbo lo spettro della deportazione

Reportage. Chi ce l’ha fatta a superare i blocchi della polizia greca vive accampato. Atene chiude 500 persone al porto, Frontex pattuglia. Dal campo di Moria arriva un po’ di cibo

Due donne si scambiano delle masserizie attraverso la barriera del porto di Lesbo

Due donne si scambiano delle masserizie attraverso la barriera del porto di Lesbo

«È vero che non possiamo chiedere asilo e che ci porteranno in Turchia?», è la domanda che tutti i nuovi arrivati a Lesbo ti fanno non appena ti avvicini a loro per parlare. La paura di essere riportati indietro è tanta così come l’idea di avere perso l’occasione giusta, quella per entrare in Europa.

Eymen è il primo a farci la domanda, il primo a essere spaventato. Ha venti anni, di cui i primi dieci vissuti ad Aleppo e i restanti tra Turchia e Grecia. Quando è iniziata la guerra la sua famiglia ha provato a restare e ad aspettare che finisse ma lui è stato ferito a un braccio dall’esplosione di una granata.

«Siamo riusciti ad andare via con i risparmi di famiglia, siamo andati a Istanbul dove però la vita è molto cara, soprattutto con lo stipendio di una persona illegale. Non puoi smettere di lavorare nemmeno un giorno altrimenti non puoi pagare la casa, fare la spesa e tutto il resto».

Nel 2016 Eymen è arrivato a Samos con il padre, l’altra isola greca vicino alle coste turche e successivamente sono stati portati a Salonicco. Per un po’ sono riusciti a lavorare e a mantenere il resto della famiglia rimasta in Turchia.

«Volevamo stare tutti insieme in Europa, essere una famiglia normale. Un giorno però da Salonicco sono andato ad Alexandroupolis per incontrare un amico, mi ha fermato la polizia ed ero senza documenti, li avevo dimenticati a casa. Mi hanno ammanettato, bendato e portato oltre il confine con la Turchia».

I respingimenti, o sarebbe meglio dire deportazioni, sul confine est greco sono un fenomeno quasi all’ordine del giorno. Lo abbiamo visto anche la scorsa settimana con diversi ragazzi siriani picchiati e rimandati indietro proprio dalla polizia greca.

«Quando ho sentito alla tv che Erdogan aveva aperto i confini ho pensato di aver dormito male, di avere le allucinazioni. Quando però un mio amico, anche lui siriano, mi ha chiamato per dirmi di partire con lui ho capito che avrei potuto finalmente riabbracciare mio padre».

La frontiera di terra, quella che corre lungo il fiume Evros, è stata subito chiusa dalla polizia greca e l’esercito ha blindato tutto il fiume, fino alla sua foce. «Sono tornato indietro dopo 24 ore in cui la polizia turca ci spingeva verso il confine e quella greca rispondeva con i lacrimogeni. Ho capito che non saremmo mai passati e ho pensato di riprovare via mare, anche se è più pericoloso».

Eymen e altre 41 persone sono accampati da una settimana in un praticello davanti una chiesa che affaccia sul mare nella zona della riserva naturale di Agios Dimitros, a due passi da Skala Sikamineas, nel nord di Lesbo. Afghanistan, Siria, Togo e Uganda sono i paesi d’origine delle 42 persone. Donne, bambini e anziani dormono nelle tende, gli uomini sotto la piccola tettoia all’ingresso della chiesa.

A pattugliare l’area una macchina di Frontex, l’agenzia di controllo delle frontiere, dove si alternano la polizia greca a quella romena. Solo l’Unhcr dà supporto con due tende, riso e tè. Un contesto difficile per il vento freddo e l’umidità ma sicuramente migliore del campo di Moria, dove ancora oggi si registrano oltre 20mila persone a fronte di 3mila posti.

Le condizioni di vita e quelle sanitarie sono insostenibili e intanto sull’isola si già registrato il primo caso di coronavirus: una turista greca che ha visitato Israele e l’Egitto nelle scorse settimane e già messa in isolamento nell’ospedale di Mytilene.

«Se dovesse arrivare qua il virus si propagherebbe in un attimo, le tende sono sovraffollate e la doccia è un lontano ricordo», racconta Ayubu, arrivato un anno fa dal Burundi e ancora in attesa della risposta per l’asilo politico.

Nel caos tipico di Moria, quello tra vicoletti interni al campo, i buchi nella rete di recinzione, tra i tanti banchetti di verdura e le piccole baracche adibite a barbiere, delle persone si organizzano per raccogliere del cibo e portarlo ai nuovi arrivati che sono chiusi nel porto: «Da una settimana sono là, con poco cibo e pochissima acqua. Non possono muoversi e non conoscono il proprio destino», dice quasi urlando, come uno sfogo di rabbia, una donna nigeriana di nome Sema.

Le persone a cui portano il cibo sono circa 500 e le autorità greche le hanno recluse nel porto di Mitylene, facendo arrivare una nave militare non attrezzata all’accoglienza. Di giorno sono nel piazzale antistante, circondati dalla rete e dal filo spinato, di notte ammassati nella nave.

«È vero che non possiamo chiedere asilo e che ci porteranno in Turchia?», chiedono tutti quelli che si avvicinano alla rete. Arrivano Sema e il resto della delegazione, hanno qualche busta di cibo, la passano sopra al filo spinato mentre da lontano una guardia greca urla di allontanarsi dalla rete, come in carcere. «Siamo rifugiati, non criminali», rispondono alcuni dopo essere riusciti a prendere le buste.