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Politica

Sileri: «Più tamponi, ma con criterio. Le App serviranno nel ‘dopo’»

Il viceministro alla Sanità (M5s). Il primo politico contagiato ora è guarito: proteggere i medici, da lì passa la sicurezza di tutti. I piani pandemici c’erano, ma questo virus è particolare. La sanità pubblica sarà rafforzata. Il governo aveva iniziato a farlo, ma i tagli sono venuti anche dalle Regioni

Pierpaolo Sileri, viceministro alla Sanità

Pierpaolo Sileri, viceministro alla Sanità

È tornato subito al lavoro perché è guarito dal virus, il viceministro alla sanità Pierpaolo Silieri, primo politico in Italia ad essere contagiato. Chirurgo, spiega che quando parte l’infezione «essere fortunati significa potersi isolare, avere gli spazi per farlo, per proteggere chi lavora con te, la propria famiglia e i contatti anche casuali avuti nelle ultime due settimane. L’auto-isolamento, con il tracing dei contatti, è una delle prime armi per combattere il virus».

Il governo di fatto consente un allargamento dell’uso del tampone. Cosa vi ha convinto?

La seconda arma è quella di mappare meglio la diffusione del contagio con l’uso dei tamponi. Se per contenere la diffusione servono più tamponi, è il momento di farlo: per questa ragione ho proposto i tamponi anche per gli asintomatici provenienti da zone focolaio, che sono stati a contatto con soggetti positivi. È già nel novero delle azioni da seguire: tamponi ai più esposti, sanitari, farmacisti, forze di polizia, giornalisti e tutti quelli che lavorano a contatto con il pubblico. Ma deve essere fatto in maniera intelligente sulla guida anamnestica: l’obiettivo è circoscrivere il contagio.

È anche questa vostra precendente scelta ad aver di fatto ‘falsato’ i dati ufficiali, come ammesso da Borrelli?

Sulla questione dei dati ufficiali va fatta luce e nelle prossime ore mi aspetto che accada. Rispetto al fattore tampone, attenzione però: aumentare il numero dei tamponi senza un criterio preciso non ci restituisce un dato perfetto. La resa del tampone è massima quando si fanno screening orientati alla ricerca del Covid sulle persone esposte. Più si va a macchia di leopardo, pensando di coprire tutta Italia, più si fa un lavoro inutile. Il capo della Protezione Civile invece si riferiva al fatto che verosimilmente ci sono contagiati con scarsi sintomi o senza non sanno di aver contratto il virus. Per esemplificare: la Lombardia è una delle regioni che ha fatto più test, ma ora registra un aumento di contagi dopo un cauto ottimismo.

Il fenomeno degli operatori sanitari contagiati ha dimensioni preoccupanti, strazianti. In queste ore quali sono le scelte concrete per fermarlo?

Mettere nelle condizioni di garantire un buon lavoro a tutti i sanitari è la prima cosa: se hanno strumentazione, protezione e possibilità di riposare garantiamo sicurezza a tutti. A tutti i sanitari vanno fatti i tamponi, anche ripetuti in un arco di tempo. La loro tutela si traduce in salute di ognuno di noi. Il Sars-Cov-2 ha poi avuto una diffusione nosocomiale soprattutto dove il volume dei pazienti è stato maggiore all’inizio. Protocolli, percorsi separati e strutture dedicate sono fondamentali.

Da molte parti si invocano i modelli cinese o coreano. Sono richieste realistiche o basate su suggestioni?

Come ha detto il garante della privacy non si tratta di applicare modelli pericolosi ma di farlonella misura in cui questi modelli contengono il contagio. Qualsiasi App si voglia applicare per il contact tracing, bisogna farlo nel rispetto dei diritti dei cittadini. Questo modello di screening sanitario e di tracing avrà una forte utilità nel controllo di eventuali focolai quando progressivamente si tornerà in attività. Il modello di contagio coreano è avvenuto in maniera diversa dal nostro. Con le precauzioni dovute, si possono congegnare modelli di tracciamento utili al dato che ci interessa e rispettosi dei dati sensibili; con i quali i cittadini si sentano parte attiva.

Nell’invio delle delegazioni dei medici, quella cinese, quella russa, c’è più l’avvio di una collaborazione solidale sul piano scientifico o più una scelta geopolitica?

Si tratta di una collaborazione concreta da un punto di vista scientifico e di solidarietà tra. Riceviamo richieste d’aiuto da molti Paesi, di supporto scientifico. È usuale tra ricercatori anche in tempi non pandemia.

Da alcuni territori oggi arriva forte la presa d’atto che la sanità del territorio è stata troppo penalizzata. Il ministero farà sentire la sua voce dopo?

Lo sta già facendo da mesi e, se mi permette, anche dal governo precedente, con l’avvio di un’inversione di tendenza sulle risorse da destinare al servizio sanitario nazionale. Non basta ancora, ma è anche vero che la sanità è di competenza regionale e nel tempo, oltre i fondi per la sanità a livello nazionale, sono stati svuotati di funzioni e di attività molte strutture territoriali, proprio per mano delle Regioni. Con l’emergenza Coronavirus saremo indotti a ricostruire un sistema sanitario nazionale più efficace nel dare supporto e guida alle Regioni.

All’Italia mancava un piano di emergenza per le pandemie?

I piani pandemici esistono e il Ministero ha sempre lavorato anche per epidemie precedenti. Questa nuova pandemia è molto particolare nel suo genere in termini di diffusione e quindi conseguenze cliniche ed economiche. Tutti i paesi coinvolti attuano procedure mutuate dai paesi come la Cina, ed ora dal nostro.

Dopo il virus avremo una strategia per i contagi di ‘ritorno’?

La Cina in queste ore ha chiuso alcuni voli in ingresso, dal 28 marzo, per evitare il contagio di ritorno. Non so se sarà necessario anche per l’Italia e l’Europa. È presto per determinare la strategia. È più urgente ora abbassare il contagio. Solo questo ci consentirà di costruire un post-pandemia più funzionale.


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