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Editoriale

Se ritorna la realtà

Sergio Mattarella, discorso di fine anno 2015

Nell’ultimo dell’anno 2015, a rivolgere i tradizionali auguri ai 10 milioni di italiani riuniti davanti alla tv, non c’era un presidente della Repubblica sul punto di dare le dimissioni, affaticato da un inedito secondo mandato, ma un capo dello Stato al primo anno di presidenza. Che al suo esordio a reti unificate non solo ha evidenziato un forte distacco da quel clima di eccezionalità, ma anche un modo diverso di rivolgersi ai cittadini.

Perché dopo i tanti cerimoniali molto tradizionali, con i presidenti della Repubblica dietro la scrivania, Sergio Mattarella è entrato nelle nostre case seduto in salotto, con una grande stella di natale accanto. Se il mezzo è il messaggio, anche il modo di proporlo lo è.

E Mattarella ha applicato una tecnica mediatica di avvicinamento: il medium era cucito su misura per il suo discorso, semplice, per fortuna breve, ma soprattutto di verità.

Come quella sul lavoro che non c’è, per i giovani, come per chi ha una certa età, per le donne, per il Mezzogiorno, anche se «l’occupazione è tornata a crescere». Parole vere su un paese ferito da «diseguaglianze e discriminazioni», anche se «l’Italia va migliorando».

Parole chiare contro un’evasione fiscale che vale «7 punti di Pil», facendo capire che più che abbassare le tasse alle imprese e ai proprietari di case, sarebbe il momento di trovare il modo di farle pagare a tutti. E parole di attualità sull’inquinamento e sulle cure necessarie per difendere un bene comune come l’ambiente, «che a molti e a lungo è parso solo un problema teorico».

E non potevano mancare le parole sulle guerre e sulle migrazioni, che nessuna «barriera» potrà allontanare, sul dovere dell’accoglienza, su quel 70% «di bambini immigrati che hanno come miglior amico un bambino italiano»; sulle famiglie degli immigrati che «versano nelle casse dello Stato più di quanto non ne ricevano».

Probabilmente se andassimo a rileggere i discorsi presidenziali degli anni e persino dei decenni passati, ritroveremmo, purtroppo, la stessa agenda: disoccupazione, Mezzogiorno, corruzione…

Perché non solo non siamo fuori dalla grande crisi, ma non siamo mai usciti da un’arretratezza economica, civile, morale che affonda le sue radici nella nostra storia.

Eppure con il discorso di Mattarella, a pochi giorni di distanza da quello di Renzi, non sono arrivati agli italiani né gli squilli di tromba, né i trionfalismi del presidente del Consiglio, né le slide sulle magnifiche e progressive sorti del governo: si sono invece aperte le porte ad alcune riflessioni, considerazioni sui problemi che abbiamo di fronte ogni giorno e sugli strumenti più utili per risolverli (diritti, civiltà, onestà, bene comune).

E’ un’altra, diversa, cultura politica rispetto a quella renziana. E Mattarella, se non altro, nel suo ruolo istituzionale, e almeno nella sera dell’ultimo dell’anno, ci ha risparmiati dall’overdose della propaganda.

Non c’era enfasi ma sobrietà nel suo discorso politico, che può essere sempre utile per stare con i piedi per terra e per tornare a quella realtà che ciascuno di noi vive e conosce.