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Editoriale

Se cade la maschera

Silvio Berlusconi

Silvio Berlusconi

L’atto simbolico dell’espulsione di Silvio Berlusconi dalle istituzioni parlamentari alla fine si è compiuto. L’aula del senato ha mostrato, in diretta televisiva, le ultime difese delle truppe dei fedelissimi: senatori che denunciavano il sacrificio del leader, senatrici vestite a lutto, non contro l’immagine femminile sfigurata dall’epopea del bunga-bunga, bensì contro il rito democratico che a metà pomeriggio ha scritto la parola fine alla carriera istituzionale di Berlusconi.
Tra uno Scilipoti che farfugliava di democrazia e un Giovanardi che involontariamente infieriva su se stesso parlando del paese di Maramaldo, si è giunti a un risultato dignitoso contro i timori di un salvataggio in extremis. Il parlamento ha reagito decorosamente, ha votato in modo palese e il Pd ha tenuto le posizioni.
Naturalmente ci congediamo dal decaduto, non dalla decadenza del paese. Ma aver dimostrato, per una volta, che la legge è uguale per tutti, che il corpo del “sovrano” è soggetto alle sentenze e alla Costituzione, rende altrettanto evidente che, insieme al velo dell’intoccabilità del re, sono cadute altrettanto fragorosamente le maschere degli avversari. Sulla politica, sui partiti, sull’informazione pesa ora la responsabilità, con i fatti, i comportamenti e le scelte di cambiare l’agenda.
Da oggi Forza Italia è un partito come gli altri, una forza di opposizione guidata da un pregiudicato che paragona i magistrati alle Br, stretta tra il populismo grillino e l’anima governativa del gruppo ciellino. Vedremo se il mondo politico e quello dell’informazione (due facce della stessa malattia) intenderanno prenderne atto o preferiranno continuare come prima. I politici a farsi schermo dell’antiberlusconismo per non assumersi la responsabilità di parlare un’altra lingua, e l’informazione a mostrarsi Berlusconi-dipendente per non tagliare il cordone ombelicale che ha tenuto insieme servo e padrone, conflitto d’interessi e giustizialismo.
Tutti sappiamo quanto profondo è il danno subito da un paese che per decenni si è piegato ai diktat dell’uomo forte, quanto larga la compenetrazione tra il movimento della destra arcoriana e la società che a lui si riferisce. Ma l’acutezza della crisi e gli anticorpi che tuttavia il ventennio ha prodotto ci spingono, più che a ripetere la diagnosi, all’urgenza della cura.

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