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Editoriale

Renzi, lo scolaro dell’austerità

Quando si pretende di non essersi sottoposti ad alcun «esame» è ben strano, poi, vantarsi di essere stati promossi. Eppure non si parla d’altro che di via libera e semafori verdi, di incoraggiamenti e aperture di credito (politico,beninteso), di fiducia e di apprezzamenti. Pochi eventi si prestano al dilagare della retorica più vacua quanto gli incontri tra capi di stato. Una cortina fumogena dietro la quale può celarsi di tutto, compreso, assai frequentemente, il nulla. Che però deve essere abilmente confezionato per poi servirlo come si deve alle rispettive opinioni pubbliche. E chi sosterrà mai che all’austerità non debba essere affiancata la crescita? Niente meno che un «asse italo-francese» si sarebbe coagulato intorno a questa solenne banalità. Che le regole «decise da tutti» debbano essere rispettate da tutti sarebbe poi il fondamentale, «impressionante» punto di incontro tra Roma e Berlino. E così, la simpatica benevolenza della «donna più potente del mondo», si trasforma in una medaglia da appuntare sul petto del «più giovane premier che l’Italia abbia mai avuto». Fatto sta che Angela Merkel non è affatto la «zarina d’Europa», ma semplicemente la portavoce di una costellazione di interessi nazionali e sovranazionali oggi vincenti. E Matteo Renzi, un politico che, sia pure in posizione meno competitiva, si adagia pienamente in questa costellazione. Si ha un bel declamare retoricamente che i vincoli imposti dalla rendita finanziaria sono dettati in realtà da una nobile (e patriottica) «responsabilità verso i nostri figli», ma l’ultimo rapporto Ocse sta lì a ricordarci che indigenza e distruzione di risorse attanagliano il presente senza predisporre alcun futuro, emarginano i figli senza garantire i nipoti. Che all’interno dell’Unione europea e della moneta unica debba conservarsi, malgrado le numerose vittime che dissemina sulla sua strada, un regime di aspra concorrenza tra gli stati membri è la premessa che nessuno deve permettersi di mettere in discussione. E infatti nessuno lo fa.

L’Unione europea e la moneta unica vanno salvaguardate, ma a patto di mantenere intatti i rapporti di forza e le posizioni di privilegio che oggi dettano le politiche continentali. Nondimeno diversi elementi suggeriscono di addolcire i tratti più ruvidi dell’ideologia disciplinare europea. In primo luogo le molte nuove sul fronte orientale, laddove gli interessi di Berlino (e in subordine quelli del resto d’Europa) non sembrano affatto coincidere con quelli americani e abbisognano quindi di una più coesa politica comune. In secondo luogo la prevedibile avanzata delle forze euroscettiche e antieuropee, tanto nei ricchi paesi del nord quanto in quelli stangolati dalla crisi dell’area mediterranea, alle prossime elezioni per il parlamento di Strasburgo. Sebbene, conti e proiezioni alla mano, le forze nazionaliste , spesso divise e incompatibili tra loro, non saranno in grado di ostacolare seriamente la maggioranza liberista filoeuropea, il loro successo potrà essere ampiamente speso sui diversi scenari nazionali. Ed è un insuccesso elettorale a casa propria ciò che Renzi, come del resto molti altri, teme più di ogni altra cosa. L’Europa deve dunque essere dipinta come un quadro favorevole alla propria politica domestica e non come una dimensione che dovrebbe trascenderla, come un terreno proprio di azione politica. Così il discorso si riduce miserevolmente a quel che Berlino consentirebbe di fare all’Italia e quel che no, con buona pace di qualunque idea dell’Europa a venire. L’immagine da trasmettere è questa anche se poi si è solo chiacchierato di calcio.