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Editoriale

Politici sul ballatoio

Un marziano, che per sua fortuna non atterra mai, assisterebbe, in questa fase della nostra vita politica, a scene di ordinaria schifezza. Vedrebbe di che stoffa è fatto il linguaggio della classe dirigente, e quanto ha lavorato il filo nero dell’arretratezza, tessuto per vent’anni dall’egemonia sottoculturale del berlusconismo. Assisterebbe allo spettacolo indecente del ballatoio alimentato dall’imbuto televisivo e dagli affluenti della rete. Esemplare la battuta “grillina” durante la ridicola diretta tv sullo streaming dell’incontro tra Bersani e i 5 Stelle («sembra di essere a Ballarò»).

Due magistrati, tra i più impegnati nella lotta alla mafia, platealmente si scambiano accuse di inaffidabilità e carrierismo, lanciandosi guanti di sfida con le telecamere usate come padrini. Ministri di cruciale rilievo, in diretta televisiva, si beccano sui banchi del governo mettendo in ridicolo quel poco che resta del credito internazionale del nostro paese. Un popolare assessore alla cultura usa un linguaggio da osteria all’indirizzo del parlamento definito un lupanare abitato da “troie” (i telegiornali replicano l’epiteto in omaggio al diritto di cronaca). Un comico-leader pretende di insegnare come si cambia la politica mentre spara il turpiloquio di giornata definendo “puttanieri” i segretari di partito, Bersani e Berlusconi per lui pari sono. Infine quei poliziotti osceni che intimoriscono la madre di Aldrovandi a cui dedichiamo l’apertura del nostro giornale.

Naturalmente i protagonisti di un simile “dibattito” nazionale sono tutti uomini, e le modalità della comunicazione che intrattengono tra loro e con la pubblica opinione replicano lo stile dei galli nel pollaio della magistratura, del governo, dei partiti, delle piazze.

Si esibiscono di fronte a un paese sfasciato, mimano una virilità infantile che non diventa mai adulta, rovesciano nelle case dei cittadini una permanente, adrenalinica aggressività che, a sentir certi rivoluzionari, dovrebbe addirittura portarci il dono del cambiamento a suon di «vaffa» e «merda».
Il fascismo contemporaneo alimentato dalla crisi economica corre sul vocabolario del rancore, soffia sull’hyde-park corner degli sfogatoi tv. E possiamo solo immaginare la musica di una prossima campagna elettorale gestita da questi direttori d’orchestra.

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