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Editoriale

Non c’è ripresa senza spesa

Il ministro dell'economia Pier carlo Padoan

La circospezione con cui Janet Yellen ha proceduto al primo rialzo dal 2006 dei tassi d’interesse americani, per un modestissimo 0,25%, si spiega con i dubbi da tempo aleggianti ai piani alti della Fed sulla possibilità che i paesi occidentali siano entrati in una fase di secular stagnation, ora ammessa come «non peregrina» anche dal ministro Padoan. Se così fosse, però, tutto ciò che c’è per favorire la ripresa economica nella legge di stabilità in corso di approvazione sarebbe poco più che un palliativo e si rivelerebbe necessario un rovesciamento di paradigma, mettendo gli investimenti pubblici e la creazione di lavoro addizionale radicalmente al centro di politiche straordinarie quanto straordinaria è la situazione odierna, in una logica da grande Piano per il lavoro.

L’espressione secular stagnation – con la quale si argomentò che la depressione degli Anni 30, ben più che una severa crisi ciclica, costituiva il sintomo dell’esaurimento di una dinamica di lungo periodo – fu coniata nel 1938 da Alvin Hansen, per il quale essa era semplicemente un altro modo di definire l’equilibrio di sottoccupazione individuato da Keynes. Da tale interpretazione Hansen derivò la convinzione che non bastassero misure controcicliche (compreso l’abbassamento delle tasse) per stabilizzare l’occupazione ma fossero necessari grandi progetti collettivi, come l’elettrificazione di aree rurali, il risanamento di quartieri degradati, la conservazione e la tutela delle risorse naturali, al fine di identificare nuove opportunità di investimento e di restituire dinamismo al sistema economico. Egli, quindi, sottolineò l’importanza degli investimenti pubblici per imprimere impulsi dinamici all’economia e realizzare la piena occupazione, per il cui conseguimento riteneva necessari nuove invenzioni, la scoperta di nuovi territori e risorse, l’incremento della popolazione di cui, invece, denunziava il declino. Alcuni aspetti delle previsioni di Hansen furono smentite dallo sviluppo dei decenni successivi, ma le sue preoccupazioni contenevano elementi profetici, in ordine in particolare alla problematicità del motore fondamentale di crescita e di sviluppo del capitalismo, il processo di investimento. Non a caso alcuni economisti come Michael Kalecki e Paolo Sylos Labini fin dall’immediato dopoguerra avevano cercato di superare l’aspetto debole dell’impostazione di Hansen, spostando l’accento dalla caduta della propensione al consumo al rallentamento degli investimenti, dovuto al comportamento delle grandi imprese oligopolistiche, e più di un’eco della preoccupazione per quella che già a metà degli Anni 70 del Novecento appariva una renitenza strutturale del capitalismo all’investimento compariva nel Piano Meidner della socialdemocrazia svedese.

Sulla questione degli investimenti, del resto, lo stesso Keynes ci ha lasciato alcuni tra i suoi più penetranti insights. L’influenza che lo Stato deve esercitare sulla propensione a consumare e sull’investimento privato non sarà sufficiente a contrastare una tendenza al ristagno che Keynes considera intrinseca al capitalismo: ad essa si può rimediare soltanto con una «socializzazione dell’investimento» di natura pubblica, spinta fino a ripristinare il pieno utilizzo di capitale e lavoro, realizzato il quale gli interessi privati possono tornare ad essere considerati in grado di guidare l’allocazione ottimale delle risorse. Minsky è più radicale, è rimasto irreversibilmente segnato dalla rivoluzionaria esperienza del New Deal, coglie un limite più profondo e più persistente del processo di investimento capitalistico, che collega all’assetto della finanza e all’instabilità strutturale del capitalismo, tuttavia in modo originale: «L’instabilità non è dovuta a una tendenza intrinseca del sistema a stagnare o ad entrare in depressione, ma a una tendenza ad esplodere, a cui solo successivamente segue la depressione». Per fare fronte a queste problematiche strutturali nel funzionamento del capitalismo è necessario, secondo Minsky, estendere la categoria keynesiana della socializzazione dell’«investimento» alla «banca» e all’«occupazione» facendo dello Stato l’employer of last resort.

Oggi, nell’aggiornare l’analisi di Hansen, Summers riecheggia la «socializzazione» di Keynes rivendicando una «politicizzazione» dell’investimento e attribuendo la carenza odierna di domanda aggregata a un eccesso del risparmio desiderato rispetto all’investimento desiderato, a sua volta dovuto alla fortissima pressione a rientrare dal loro indebitamento (deleveraging) avvertita da tutti gli operatori privati (famiglie e imprese), i quali pertanto si tengono ben lontani dall’investimento. Krugman insiste sul fatto che i due cicli precedenti quello corrente si sono concretizzati nelle più grandi «bolle» da debito e da incremento dei prezzi degli asset nella storia dell’umanità e che in futuro non potremo in nessun caso tornare ai precedenti livelli di indebitamento per finanziare gli investimenti, i quali, quindi, sono destinati inesorabilmente a cadere. Thomas Palley, nell’analizzare un’economia che, «autocannibalizzandosi» attraverso la sperequazione disegualitaria dei redditi e l’indebitamento, ha necessità di grandi bolle speculative per crescere, il cui passo logico successivo, in assenza di un rovesciamento di paradigma, è la stagnazione, la considera il prodotto della politica economica neoliberistica, che è messa specificamente a fuoco, e di cui è rivendicato un rovesciamento attraverso il ripristino di un quadro strutturale keynesiano, raccomandante la ricostruzione di meccanismi di generazione del lavoro, del reddito e della domanda attraverso politiche che includano il rafforzamento del potere di negoziazione sindacale, la riforma della globalizzazione, il controllo delle corporations e dei mercati finanziari.
In una drastica svalutazione di tutte le soluzioni supply-side – quali benefici fiscali, accentuazione della flessibilità dei mercati del lavoro, liberalizzazioni e privatizzazioni – gli autori richiamati vedono in grado di sopperire alle gravi prospettive indicate soltanto un operatore pubblico animato dalla volontà di procedere a massicci investimenti propri, a partire dalle infrastrutture, tanto più che i capitali necessari, dati i bassi tassi di interessi, possono essere presi a prestito a costi assai poco elevati. In effetti, ovunque nel mondo la scarsità di investimenti si configura oggi come la questione centrale e la deflazione in cui l’Europa è ancora immersa aggiunge forza a questa constatazione. Le tesi avanzate negli Anni 30 da Hansen si confermano drammaticamente attuali: sono necessari grandi progetti collettivi, dalla riqualificazione dei territori al risanamento urbano, dallo sviluppo delle nuove reti alla rigenerazione ambientale, alla estensione del welfare state. In questo contesto la creazione di lavoro nuovo è il cimento decisivo con cui misurarsi e la creatività istituzionale del New Deal può esserne la fonte ispiratrice. È sconcertante, invece, che ai governanti europei – e italiani! – la scelta della riduzione della pressione fiscale sembri l’unica possibile e non si affacci nemmeno l’opzione di operare con un intervento pubblico diretto di spesa volto a rilanciare gli investimenti e per questa via l’occupazione, posto che tutte le fonti segnalano la forza maggiormente espansiva, a parità di risorse impiegate, di programmi di spesa rispetto a programmi di semplice riduzione delle imposte.

  • Dario La Grotta

    E’ ovvio che sotto questo punto di vista i parametri del fiscal compact sono del tutto irrazionali. La teoria economica vorrebbe infatti che il bilancio pubblico agisse in senso anticiclico, dovrebbe essere cioè in avanzo nelle fasi di espansione e in deficit nelle fasi di recessione. Una critica facile ad un paradosso altrettanto evidente.
    Il fatto è che le motivazioni dell’austerità seguono semplicemente in una diversa razionalità: l’unico obiettivo che si persegue è quello della stabilizzazione del tasso di cambio reale con i paesi dell’eurozona (vedi politica del cambio forte), il cui continuo apprezzamento in questi ultimi 10 anni è stato la causa della perdita di competitività e dell’accumularsi dell’immenso stock di debito estero pubblico e privato. Guarda caso l’unico indicatore positivo dovuto a questa politica è il saldo delle partite correnti che è tornato in pareggio dopo un decennio di deficit strutturale.
    Ovviamente i costi sono stati tremendi in termini di PIL, disoccupazione, consumi, produzione industriale, investimenti, etc.
    Quello che voglio dire è che è inutile continuare a propugnare un masturbatorio new deal in Italia, perché non c’è nessun modo di fare deficit spending senza che si perdano i risultati ottenuti in termini di saldo delle partite correnti e tasso di cambio reale.
    Quello che sarebbe veramente utile è invece rendere simmetrico l’onere delle politiche di aggiustamento, che attualmente grava soltanto sui paesi in crisi. Sono cioè i paesi che hanno una posizione finanziaria netta positiva (Germania, Belgio, Olanda, etc), sono LORO che dovrebbero aumentare la spesa pubblica e l’inflazione, in modo da darci una boccata di ossigeno e permetterci di recuperare in modo meno traumatico, magari con una leggera crescita del PIL, il differenziale che si è cumulato in 15 anni di permanenza nell’euro.
    E’una questione di coordinamento delle politiche fiscali a livello europeo. Ma ciò non avviene.
    A voi le ovvie considerazioni su questa triste Europa.