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Editoriale

«Modello Kosovo», il drone del silenzio

«Modello Kosovo». Serbia-Albania, altro che partita di calcio. Parliamo di crimini Uck. Per l’inchiesta Ue, Nato e Onu sono complici di «violazione dei diritti umani»

La protesta degli ultras serbi

Sfottere i vinti è sempre stato l’attività preferita dei vincitori. Peggio se dietro c’è una guerra e un «dopoguerra» sanguinosi.

Quel che è accaduto martedì sera nello stadio di Belgrado, durante la partita Uefa tra Albania e Serbia, ha dell’incredibile quanto ad arroganza. I tifosi della nazionale albanese, al seguito di una delegazione ufficiale guidata dal fratello del premier albanese Edi Rama – lo stesso che poche settimane fa rassicurava l’allegro Renzi che «dopo la guerra della Nato tutto è tranquillo» – hanno pensato bene di mettere in scena una esplicita provocazione.

Hanno fatto volare fin dentro il campo, mentre le squadre giocavano, un drone con tanto di bandiera dello «Stato del Kosovo» che altro non è che la stessa bandiera dell’Albania, con la scritta «Kosovo libero», nel tripudio dei tifosi albanesi sugli spalti. Nemmeno pochi, anche perché nella cosiddetta «nazionalistica» capitale serba vive e lavora una nutrita comunità albanese. Se qualcuno voleva in concreto vedere che cosa significa «gettare benzina sul fuoco», è stato subito accontentato. Il gesto ha acceso gli animi in campo, con i giocatori serbi impegnati a raccogliere i resti del drone e a strappare l’improprio vessillo, sugli spalti si scatenava furiosa la reazione della gran parte degli spettatori serbi. Che, è giusto sottolineralo, sull’argomento Kosovo la pensano tutti allo stesso modo – che è la regione fondativa della cultura, della nazione e della religione della Serbia – e non hanno certo bisogno di essere rappresentati su questo dall’ultrà Ivan Bogdanov «il terribile». La Serbia poi, con la metà degli Stati dell’Onu, non riconosce il Kosovo come Stato, fatto che spacca il Consiglio di sicurezza e divide la stessa Ue. Risultato: partita sospesa, scontri tra giocatori e team, e rituale inchiesta Uefa. Con un ridicolo ritorno a Tirana dei giocatori della nazionale accolti come «eroi della patria» con tanto di vittimologia, al punto che gli albanesi si aspettano che la Serbia, anche stavolta, venga punita con l’attribuzione della vittoria sul campo all’Albania. E c’è vento di scontro diplomatico Serbia-Albania con proteste davanti all’ambasciata serba di Tirana (foto reuters).

Tra le cause dello scontro tutt’altro che sportivo, è stata individuata la scelta Uefa di far giocare due nazionali non proprio amiche, nonostante i passi di riavvicinamento tra i due paesi. Insomma la Uefa non sapeva come in realtà stanno davvero le cose. E come stanno davvero le cose, visto che il vero drone sulla vicenda del Kosovo sembra essere proprio il silenzio della comunità internazionale sui risultati reali della guerra «umanitaria» del marzo 1999, solo 15 anni fa? Per intenderci quella di 78 giorni di bombardamenti aerei su tutta l’ex Jugoslavia da parte della Nato senza il parere dell’Onu, che hanno portato nel 2008 all’indipendenza unilaterale del Kosovo dalla Serbia, con tanto di proclamazione dell’ennesima nazione etnica balcanica, grande meno del Molise?

Proviamo a dire come stanno davvero le cose con una notizia illuminante. Agli inizi di agosto è stato reso pubblico il rapporto della Special Investigative Task Force (Sitf) istituita dall’Unione europea per indagare sulle accuse contenute nel rapporto dell’inviato del Consiglio d’Europa Dick Marty del 2010. Il risultato del’indagine ufficiale durata tre anni è allarmante: il rapporteur Dick Marty aveva ragione, dalla violazione dei diritti umani alla contropulizia etnica a danno delle minoranze serbe e rom, e perfino sul traffico di organi gestito dalla leadership dell’Uck.

Il rapporto, illustrato da Clint Williamson a capo dell’inchiesta Sitf, conclude che «quanto accaduto all’indomani del conflitto… fu un attacco brutale… diretto contro quasi tutti i serbi che volevano restare in Kosovo, i rom kosovari e gli albanesi che si opponevano ad alcune fazioni dell’Uck che questi crimini hanno prodotto una effettiva pulizia etnica di gran parte della comunità serba e rom a sud del fiume Ibar; che i crimini in questione furono commessi in ’modo organizzato’, sotto la direzione di comandanti Uck; e che, oltre a costituire crimini di guerra, gli attacchi furono sufficientemente ’diffusi’ e ’sistematici’ da giustificare l’accusa per “crimini contro l’umanità”. Parliamo di più di mille persone uccise, di centinaia di desaparecidos, di case e monasteri dinamitati. E il rapporto conferma che dal 1999 i magistrati dell’amministrazione Unmik, quelli kosovari e qualcuno della missione Eulex, hanno sistematicamente ignorato tali crimini, nonostante fossero stati subito denunciati.

Ma l’atto d’accusa più grave è che questi «crimini contro l’umanità» siano stati commessi in presenza di decine di migliaia di soldati della Nato, entrata in Kosovo già nel giugno del 1999, per effetto degli accordi di pace di Kumanovo (assunti nella Risoluzione Onu 1244, ora violata) che prevedevano l’ingresso delle truppe atlantiche ma riconoscendo la sovranità di Belgrado sul Kosovo. È atteso il processo che deve istituire l’Ue, in caso contrario sarà l’Onu a farlo – come sollecita da tempo Carla Del Ponte. Ecco dunque il risultato della guerra «modello Kosovo», che tanto piace a Renzi e Mogherini, cresciuti a pane e «guerre umanitarie» di Massimo D’Alema e Giorgio Napolitano. A proposito, adesso sui risultati di questa commissione d’inchiesta Ue, che fa, che dice la presidenza italiana dell’Ue e la ministra Mogherini? Abbatteranno il drone del silenzio?