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Italia

Mirella Parachini: «Aborto, è doppia emergenza. Si agevoli il farmaco a domicilio»

Intervista. Parla la ginecologa radicale Mirella Parachini: «Il ministro e i governatori tutelino sanità e salute delle donne, come altri Paesi». «Pur di ridurre il numero di accessi in corsia, in modo da abbassare il rischio contagio, alcuni ospedali scelgono le tecniche chirurgiche anziché farmacologiche»

Manifestazione a difesa della legge 194

Manifestazione a difesa della legge 194

C’è un’emergenza nell’emergenza, grave soprattutto nelle regioni del Nord Italia più colpite dall’epidemia di Covid-19, e riguarda le donne che non riescono ad accedere in sicurezza ai servizi di Interruzione volontaria di gravidanza (Ivg). La radicale Mirella Parachini, ginecologa dell’ospedale San Filippo Neri e del Centro per la Salute della Donna Sant’Anna di Roma, cofondatrice di Amica (Medici italiani contraccezione e aborto) e vicesegretario dell’Associazione Luca Coscioni, lancia un appello al ministro della Salute Roberto Speranza e ai governatori delle Regioni affinché agevolino l’aborto farmacologico a casa e la telemedicina, come è accaduto in altri Paesi europei.

La ginecologa Mirella Parachini, vicesegretario dell’Associazione Luca Coscioni

Oltre ad essere ai limiti delle proprie capacità, gli ospedali rischiano di diventare focolai del Covid 19, quindi tutti gli interventi non urgenti sono rinviati. Ma cosa succede con gli aborti?

Le Interruzioni volontarie di gravidanza sono considerate «urgenze differibili», quindi a differenza delle «urgenze non differibili», cioè che non possono essere rinviate, in questo periodo di emergenza sanitaria, sono soggette alla disponibilità delle struttura ospedaliere. Ci sono diverse strategie, un po’ a macchia di leopardo: una è quella adottata a Milano dove alcuni ospedali attualmente convertiti ad hub per il Coronavirus, come ad esempio il «Luigi Sacco», naturalmente non offrono questo servizio. Altri, come il Niguarda, invece lo hanno interrotto. Secondo i miei colleghi lombardi che ho appena sentito, a Milano sarebbe rimasta solo la clinica Mangiagalli, che soccorre mediamente circa 1200 donne l’anno, ma al momento è overbooked. Quindi sembrerebbe davvero esserci un’emergenza nell’emergenza in Lombardia anche perché, pur volendo, le donne non possono neppure pensare di rivolgersi alle regioni vicine.

E a Roma, cosa succede?
La mia Asl, Roma 1, ha spostato le Ivg dal San Filippo Neri, che è diventato un hub Covid-19, al Centro Sant’Anna dove per fortuna abbiamo dei tempi di attesa ragionevoli. Nulla a che vedere con la drammaticità che si vive a Milano. C’è però un problema serio: pur di ridurre il numero di accessi in ospedale, in modo da abbassare al massimo il rischio contagio, alcuni ospedali preferiscono scegliere le tecniche chirurgiche anziché quelle farmacologiche. Perché con la chirurgia tutto si risolve in un solo ricovero, mentre con i farmaci la paziente – secondo la legge italiana – è costretta teoricamente ad un ricovero di tre giorni e comunque a tre accessi in ospedale. E qui si vede bene la modalità di ragionamento di chi ci amministra. Perché, a parità di situazione, in Inghilterra in Francia e in Nord Irlanda in questi giorni hanno preso immediati provvedimenti a riguardo. Il governo Uk sta discutendo addirittura se legiferare per stabilire che «temporaneamente» le donne che si prenotano per l’Ivg medica possono prendere a casa entrambi i farmaci abortivi, sia la Ru486 (mifepristone) che la prostaglandina. Le pazienti verranno poi seguite tramite la telemedicina che ormai da diverso tempo fa parte della letteratura scientifica nel campo dell’aborto farmacologico. Va detto però che il ministero della Salute inglese ha smentito al momento qualunque modifica legislativa. In Francia invece, dove il secondo farmaco già lo danno a casa, il Collegio nazionale dei ginecologi ed ostetrici francesi raccomanda di favorire, ai tempi del Coronavirus, l’espletamento dell’intera procedura farmacologia a casa. E in Italia? Si ricorre alla chirurgia.

Le nostre società scientifiche non si sono pronunciate in materia?
Non ancora, e infatti la nostra rete di operatori «Pro Choice» ha deciso di scrivere all’Aogoi e alla Sigo, le due associazioni più importanti di categoria dei ginecologi e degli ostetrici italiani, per sollecitare il dibattito sulla base di queste emergenze. D’altronde, la stessa legge 194, stilata 42 anni fa e con relatori democristiani, già metteva in conto la possibilità di fornire il servizio nei poliambulatori collegati funzionalmente con gli ospedali.

E al ministro Speranza cosa chiedete?
A lui reiteriamo la richiesta fatta nel 2017 alla ministra Lorenzin di agevolare l’aborto farmacologico in regime ambulatoriale. Al ministro della Salute e ai governatori ci appelliamo perché prendano in considerazione, come hanno fatto altri Paesi, le soluzioni più pratiche sia dal punto di vista sanitario che dal punto di vista della salute delle donne.