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Editoriale

Marcia trionfale e secessionista

Elezioni in Abruzzo. La botta per Di Maio e compagni è stata così forte che a parte la scaramantica reazione del presidente del consiglio («non cambia nulla»), nessun leader nazionale abbozza qualche spiegazione sulla debacle costruita con tanta masochistica perseveranza. Quasi che la quiete annunci tempesta

Seppure il voto locale di domenica non può essere sovrapposto a un voto politico nazionale, però dice, a un anno dal terremoto del 4 marzo, che c’è chi il consenso lo raddoppia e chi invece lo dimezza.

La Lega che in Abruzzo si avvicina al 30% anticipa quel che ci aspetta quando andremo al seggio per le prossime elezioni europee e per quelle politiche che verranno. Il famoso contratto di governo per i 5Stelle si rivela una dolorosa ghigliottina elettorale. In Abruzzo è andata così, con un partito che cannibalizza l’altro. Facilitato nel compito perché senza l’arma del ballottaggio e senza liste civiche i pentastellati crollano.

Forse gli abruzzesi che amano Salvini sperano di agganciarsi al treno delle regioni del Nord, un’illusione di cui si pentiranno presto, a cominciare dalla legge sul «regionalismo differenziato» che diventerà operativa con il passaggio prima in consiglio dei ministri (in agenda questa settimana) e poi in parlamento.
Salvini sfrutta il buon vento (è riuscito a essere protagonista anche delle serate sanremesi), e chiede di rispettare la tabella della sua marcia trionfale, una musica che per i 5Stelle suona come una marcia funebre.

E’ pronto a festeggiare l’escalation con la legge per la secessione, in apparenza solo una maggiore autonomia regionale, in sostanza lo svuotamento della Costituzione perché sottrae al parlamento il controllo del patto fiscale.

Il Capitano della destra italiana vuole archiviare subito anche la pratica dell’acqua pubblica e chiudere in bellezza con la legittima difesa. Tre mosse contro l’alleato-concorrente e poi saranno le elezioni politiche a fargli dare scacco matto mandando a palazzo Chigi la Lega e il centrodestra. La botta per Di Maio e compagni è stata così forte che a parte la scaramantica reazione del presidente del consiglio («non cambia nulla»), nessun leader nazionale abbozza qualche spiegazione sulla débâcle costruita con tanta masochistica perseveranza. Quasi che la quiete annunci tempesta.

Tra i due litiganti non si può dire che il Pd goda, ma è vero che con il risultato del 31% il centrosinistra guidato dal candidato-presidente Legnini prende una boccata d’ossigeno (che probabilmente ne annuncia un’altra quando, con un centrosinistra allargato, il prossimo 24 febbraio voterà la Sardegna).

Il Pd in realtà subisce un’altra emorragia (40mila voti rispetto alle politiche del 2018 e 100mila rispetto alle amministrative del 2014), scendendo ancora fino all’11%. Tuttavia gli elettori della lista-Legnini (il 5%), uomo del Pd, vanno calcolati. Maestro delle alleanze trasversali, orgoglioso di aver guadagnato voti anche dai delusi della destra, è riuscito a mettere insieme le membra sparse della sinistra. Almeno quella parte della sinistra che non è andata a ingrossare il partito del popolo astensionista, ancora in crescita nonostante l’abbuffata di liste civiche.

Forse la tendenza-Legnini, insieme alla campagna per le primarie e alla fine dell’esodo verso i pentastellati potranno portare a un riequilibrio del peso elettorale tra Pd e 5Stelle, con un auspicabile rimescolamento delle carte nei rispettivi partiti.