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Internazionale

L’uso politico della morte di Li

Cina. Su Weibo la notizia del decesso ha ispirato inusuali rivendicazioni di libertà di parola

Lo scorso 30 dicembre, sul web cinese è cominciato a circolare un comunicato della Commissione sanitaria di Wuhan dai toni sospetti: “una polmonite virale di origini sconosciute” si stava diffondendo in città. “Unità di lavoro e individui non autorizzati” erano invitati a non trasmettere alcuna informazione a riguardo. Nonostante gli avvertimenti, lo stesso giorno, la notizia del contagio è stata rilanciata su WeChat da alcuni medici. Otto di loro sono stati convocati dalla polizia per aver diffuso rumors e costretti in misura variabile a sottoscrivere un’autocritica impegnandosi a interrompere le “attività illegali”. Tra loro c’era anche Li Wenliang, oculista dell’Ospedale Centrale di Wuhan, tra i primi ad aver condiviso la notizia in una chat di gruppo, pregando i colleghi di non renderla pubblica. Il messaggio è stato in seguito propagato in rete privo di una correzione aggiuntiva: non si sarebbe trattato di Sars, come ipotizzato inizialmente, bensì di una sindrome respiratoria simile contratta da alcune persone a inizio dicembre e segnalata alle autorità sanitarie il 27 del mese da Zhang Jixian, medico dello Hubei Hospital of Integrated Traditional Chinese and Western Medicine.

Il 7 febbraio, lo stesso giorno in cui Zhang veniva celebrata dal governo provinciale per essere stata “la prima persona a diagnosticare e rendere nota l’epidemia”, Li moriva in un letto di ospedale a 34 anni della stessa malattia che aveva cercato di combattere. Mentre solo pochi sanno chi sia Zhang Jixian, il giovane oculista – che prima di soccombere all’infezione ha raccontato le pressioni politiche subite alla stampa cinese e internazionale – è diventato l’emblema della battaglia contro il virus e il simbolo dell’inettitudine del governo locale che ha più o meno scientemente sminuito i rischi di una trasmissibilità da uomo a uomo, confermata pubblicamente solo il 20 gennaio.

Sul Twitter cinese Weibo, la notizia del decesso ha totalizzato centinaia di milioni di visualizzazioni, ispirando inusuali inni alla libertà di espressione e raccogliendo l’ammirazione delle autorità sanitarie. In un raro mea culpa, l’emittente statale CCTV ha affermato che la storia di Li “riflette le carenze del nostro controllo e della risposta all’epidemia”. Ma, anziché spingere la leadership comunista verso una maggiore apertura, a Zhongananhai, il Cremlino cinese, la morte del 34enne è stata strumentalizzata per fini politici. Ovvero per riaffermare la colpevolezza dell’amministrazione provinciale, come conferma l’apertura di un’indagine sul decesso presieduta dalla potentissima Commissione nazionale di supervisione e – ancora prima della morte – la richiesta di una sua riabilitazione politica da parte della Corte suprema del popolo, il massimo organo giudiziario cinese controllato dal partito.

Come sottolinea su East Asia Forum Joyce Y M Nip, docente di comunicazione presso l’Università di Sydney, la figura di Li è stata cooptata dalla propaganda centrale in una campagna concertata volta a esaltare gli sforzi dei medici in prima linea, raffigurati dai media statali come veri e propri martiri della patria, con il volto segnato dalle mascherine e stremati dal troppo lavoro, in alcuni casi fino a perdere la vita. “Sacrificare la propria piccola famiglia per la ‘grande famiglia’ e anteporre il paese agli interessi personali è sempre stata una caratteristica spirituale della nazione cinese e un elemento di forte legame”, spiegava giorni fa la portavoce del ministero degli Esteri. Ma l’apologia di Li – menzionato nella lista ufficiale degli “eroi” comparsa sulla CCTV – funge anche da contrappeso alla retorica sfoggiata a livello provinciale, dove il “membro del partito Zhang Jixian” – non Li – è stato celebrato per aver deciso di richiamare l’attenzione sul virus attraverso canali ufficiali anziché umiliare le autorità ricorrendo ai social.

In questo delicato regolamento dei conti tra centro e periferia, parteggiare per un’icona della libertà di parola comporta rischi evidenti. Tradendo un malcelato nervosismo, la notizia del decesso è stata annunciata dalla stampa statale, smentita e poi riconfermata solo alcune ore dopo. Al contempo, il progressivo sconfinamento delle critiche fino ai vertici del potere ha innescato una repentina stretta della censura e un ridimensionamento della figura di Li.

Analizzando il concetto di “whistleblower”, giorni fa il Global Times spiegava che il 34enne non solo non può essere considerato come tale a causa della scarsa rigorosità dimostrata nel rivelare il contagio. Ma la sua celebrazione rischia persino di amplificare una “narrazione occidentale” tesa a istigare “movimenti sociali anti-Cina” come a Hong Kong. Segno che in futuro, una volta servito allo scopo, l’oculista di Wuhan potrebbe finire nell’oblio alla stregua di Jiang Yanyong, il medico che scoperchiò la Sars rimosso dai registri ufficiali dell’epoca e relegato ai domiciliari per aver chiesto una redenzione politica delle proteste di piazza Tian’anmen.

D’altronde, enfatizzare il sacrificio del personale ospedaliero non solo riaccende i riflettori sulla scarsa tutela assicurata ai medici, una categoria sottopagata e soggetta alle frequenti aggressioni di pazienti e famigliari. Riporta anche a galla carenze del sistema sanitario cinese che precedono l’attuale crisi e le polemiche sull’insufficienza delle risorse. Pechino promette nuove riforme. Intanto, secondo stime del Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie, sono oltre 3000 gli operatori sanitari infettati dal virus. Almeno sette di loro non ce l’hanno fatta.