closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Editoriale

L’errore di rotta contro i corrotti

Tanto tuonò che piovve. Renzi ha finalmente alzato la voce sulla corruzione: in sintesi, sanzioni più pesanti e prescrizione più lunga. Certo non può far male, ma da qui a dire che siano provvedimenti decisivi, o anche solo efficaci, ce ne corre. Il punto debole è nel guardare esclusivamente alla repressione, che viene a valle di un danno già prodotto, e colpisce solo la parte di esso che diventa visibile. È l’antibiotico quando la febbre è già alta. Invece, è opinione largamente diffusa tra chi studia o combatte il fenomeno in prima linea, che la chiave principale di risposta sia nella prevenzione.

Cosa si possa fare per la pubblica amministrazione abbiamo su queste pagine già scritto, e non vogliamo ripeterci. Ma nella corruzione l’amministrazione si lega strettamente alla politica. E curare l’una lasciando al proprio destino l’altra produrrebbe solo illusioni. La prevenzione nella pubblica amministrazione deve andare di pari passo con la prevenzione nella politica. La domanda allora è: come si previene la corruzione in politica? Anche qui la via della repressione è più chiaramente visibile. Non è certo la prima volta che importanti organizzazioni locali di partito vengono commissariate. Ma i risultati non sono stati eclatanti. Capi e capetti hanno mantenuto i propri feudi, e le truppe cammellate a difesa. Hanno serenamente attraversato ordalie primariali, elezioni di delegati e di organi dirigenti locali e nazionali, candidature, tutto rigorosamente diviso per quota secondo i rapporti di forza. Il punto è che per l’osservatore esterno un commissario si colloca a metà tra Robespierre e Napoleone. Visto dall’interno, è largamente ostaggio dei ras locali, che gli prestano al più omaggi verbali defilandosi mentre si placa la tempesta.

Auspichiamo per Orfini ogni successo. Certo non gli auguriamo la fine di quei commissari PD che abbiamo visto cadere sul campo in tempi e luoghi diversi. Scopre ora che un cattivo uso delle primarie o delle preferenze può aprire la strada alla corruzione. E c’era bisogno del terremoto romano per saperlo? Non abbiamo già assistito nelle ordalie primariali a casi di disfacimento putrescente di organizzazioni di partito un tempo forti e orgogliose? Non abbiamo visto le truppe cammellate al servizio di questo o quel capotribù? Non abbiamo già capito che le primarie possono solo aumentare i costi della politica? Quanto alle preferenze, si sussurra che un seggio in consiglio regionale o persino in un consiglio comunale di grande città arrivi a costare al candidato centinaia di migliaia di euro. Vero o falso? E le iniziative di finanziamento che si moltiplicano – cene, feste e quant’altro – sono simposi di anime belle, o terreno di coltura per la domanda e l’offerta di cui la corruzione si alimenta?

Tutto quel che vediamo accadere non si cura solo comminando galera, incandidabilità o espulsioni a singoli politici corrotti. Questo, beninteso, va fatto, e senza esitazione. Ma – rimanendo le condizioni immutate – se ci si limita con sentenze esemplari o commissari di ferro a togliere di mezzo i corrotti, altri verranno a prenderne il posto. Bisogna invece creare un ambiente complessivamente sfavorevole al venire in essere di fenomeni corruttivi. Potenziare gli anticorpi.

Il problema si coglie in tutta la sua portata considerando che oggi – e invero da anni – le scelte vanno in direzione opposta a quella necessaria. Un senato non elettivo, imbottito del ceto politico più corrotto che ci sia, indebolisce la lotta alla corruzione. Come la indeboliscono modelli istituzionali e leggi elettorali ipermaggioritarie che tagliano drasticamente rappresentanza e voci di dissenso e critica, rendono il parlamento servo dell’esecutivo, mettono la mordacchia all’opposizione. La indebolisce una lista bloccata – in tutto o in parte – che toglie la scelta agli elettori e apre la via alle spartizioni interne ai partiti. Parimenti e per gli stessi motivi la indebolisce il diffondersi di leggi elettorali ipermaggioritarie a livello regionale. La indebolisce il ricorso a modelli elettivi di secondo grado, e basta a tale proposito guardare alle tendenze spartitorie e clientelari manifestate da ultimo nelle elezioni metropolitane. La indebolisce il ricorso a primarie – in specie se aperte – che sono tali anzitutto verso le degenerazioni correntizie e non solo. La indebolisce il sostanziale azzeramento del finanziamento pubblico della politica, che apre la porta a contribuzioni spesso discutibili, quando non inconfessabili e pericolose.

Per contrastare efficacemente la corruzione in politica sarebbe oggi indispensabile un disegno strategico e strutturato. Sistema elettorale, istituzioni, soggetti politici, diritti dei cittadini e dei militanti sono tessere di un mosaico complesso in cui tutto si tiene. Fin qui è stata presa la strada sbagliata, e certo non va nel senso giusto chi disperde un patrimonio di centinaia di migliaia di tessere, come è accaduto per il Pd. Regole e scelte politiche vanno riconsiderate in funzione degli obiettivi, e tra questi la lotta alla corruzione deve avere il primo posto. Compito forse difficile, ma non impossibile per lo statista pensoso della res publica. Sempre che riesca a distinguerla dal proprio destino.