closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Editoriale

L’equivalenza impossibile

Certe volte la memoria serve per dimenticare. Se uno cambia la scritta sul cancello di Auschwitz e ci mette la P2 al posto di «Arbeit», non è una citazione, è una parodia. Come minimo, è una mancanza di rispetto. In realtà, è molto di più: la pretesa iperbolica che i due termini siano intercambiabili ottiene il risultato non di accentuare l’importanza dell’elemento nuovo ma di sminuire il senso di quello vecchio. Davvero Shoah e P2 si equivalgono? Oppure, ricordarsi a sproposito della Shoah per le beghe di casa nostra non sarà un modo per non guardarla in faccia.

Per parlare d’altro fingendo di parlarne. Sull’unicità della Shoah dovrebbe non essere necessario tornare. È una tragedia unica, per le dimensioni e soprattutto per il senso: un massacro ordinato per far sparire dalla faccia un popolo intero, e milioni di individui rei di essere solo quello che erano. Per decenni, abbiamo addirittura avuto paura di guardarla negli occhi e non ne abbiamo voluto parlare; poi, (anche a forza di giornate della memoria), ne abbiamo fatto un termine del discorso ordinario. Ogni nuovo cattivo è «un nuovo Hitler», da Saddam a Milosevic, da Gheddafi ad Ahmadi Nejad fino (lo ha detto Hillary Clinton) a Putin. Non è una cosa innocente: come ha dimostrato un sondaggio del Washington Post, «Evocare Hitler rende gli americani più disponibili all’intervento in Ucraina».
L’effetto di queste iperboli strumentali, tuttavia, non è di accentuare il nostro disgusto per dei dittatori criminali, che se lo meritano da soli, ma di sminuire e banalizzare il disgusto per Hitler. Tutte le similitudini funzionano in due direzioni. Cioè, se Gheddafi è un Hitler, allora Hitler non era che un Gheddafi qualsiasi . E se il nazismo è una riforma sanitaria, be’, quasi quasi… L’unico modo per prendere per buoni questi vaneggiamenti è di dimenticarsi che cosa era davvero Hitler, trasformare il nazismo e la Shoah in significanti vuoti, usati per designare qualsiasi cosa, e quindi niente. Sheryll Nuxoll, senatrice dell’Idaho, è solo una fra i tanti ideologi di destra secondo cui la riforma sanitaria di Obama è «just like Hitler», e i cittadini saranno ridotti «come gli ebrei caricati sui treni verso i campi di concentramento». La cosiddetta legge di Godwin, ovvero «Legge delle analogie col razzismo», afferma che «più dura una discussione online, più alta è la probabilità che qualcuno confronti qualcosa o qualcuno a Hitler o al nazismo» (e naturalmente è online anche questa, come la maggior parte delle sparate di Grillo).
Oltre all’offesa alla memoria delle vittime, al senso delle proporzioni e alla materialità della storia, la sparata grillina infatti ottiene anche il risultato di svuotare il suo stesso messaggio. Come sempre, la retorica del grillismo consiste nel mescolare cose sensate a sparate assurde, e nell’alzare i toni in modo da rendersi inaudibile. Un esito dell’improvvida sparata di Grillo è anche quello di involgarire giuste preoccupazioni per il destino del nostro paese. Anche gente seria come Zagrebelski e Rodotà avverte che corriamo il rischio di una deriva autoritaria; ma paragonarla al nazismo significa solo gonfiare oltre misura, riempire di aria (fritta), la percezione dei rischi reali che corriamo e indebolire i loro solidi argomenti.
Un’ultima notazione. È vero quello che dice Grillo: Napolitano (che non sempre ha ragione) è vecchio. Beppe Grillo è del 1948. Combina l’ingiustificato giovanilismo dei rottamatori con l’età pensionabile. Auguri.