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Editoriale

Le ambizioni di un principiante alla cultura

Non sarà «piove, governo ladro», ma è sicuro che il governo c’entra lo stesso, assieme alle piogge dei giorni scorsi. Neanche le più antiche pietre d’Italia devono aver gradito la sostituzione di uno dei pochi ministri del dicastero Letta che il proprio incarico l’aveva preso sul serio. Rimosso Bray, che quanto a «fare» molto ne aveva fatto, e ancor più seminato, pietre e muri millenari hanno cominciato a buttarsi per terra, letteralmente.

A Pompei con uno stillicidio quotidiano di cui non aveva goduto neanche un altro «ministro per caso», l’insuperabile Bondi; ma anche la Rocca di Volterra ha cominciato a crepitare in più punti, così come le Mura Aureliane nella capitale, il cui sfacelo non fa più notizia, se non fosse per il traffico costretto a «esecrabili» deviazioni.

L’arrivo del ministro Franceschini al Collegio Romano, come titolare della cultura, è la prova provata della casualità assoluta del governo Renzi. Avendo attraversato tutte le possibili posizioni e correnti e schieramenti dentro il Pd, era giustamente candidato a tutti i possibili ministeri, dagli interni alla giustizia, dalla cultura a chissà cos’altro. La roulette accaparratoria dei giovani e delle giovani titolari renziani di ministero, gli ha lasciato la cultura. E lui dev’essere stato contento: in fondo ha pubblicato pure tre romanzi (anche se non ha prodotto stuporosi versi, come il suddetto poeta Bondi): meno di Faletti, ma quanti Fabio Volo. E davanti ai crolli a raffica di monumenti millenari, ha indetto una bella riunione, che dovrebbe tempestivamente tenersi proprio oggi.

Sembra il racconto di antiche guerre pacioccone di Attalo su una antica Unità, ma così va il mondo, anche per il frenetico e compulsivo governo Renzi. Resta il mistero del ministero – avrebbe detto Augusto Frassineti – attribuitogli; ma deve esserci una forte affinità elettiva, quasi di tipo genetico. Non c’è bisogno di essere pettegoli o gossipari per collegare la sua ad altre ascese. Poco più di un anno fa, l’attuale ministro della cultura si applicò furiosamente agli sms, per raccomandare agli elettori romani una sua candidata di fiducia al Campidoglio, Michela Di Biase. Quando i giornali scoprirono la furia messaggistica, Franceschini candidamente ammise che si trattava della sua compagna, di cui riteneva molto valido il lavoro culturale svolto in un municipio di Roma sud. Parole profetiche: Di Biase presiede ora la commissione consiliare cultura di Roma Capitale. E magari sarà anche imbarazzata ora di quello sprint a sms. Ma questo non le toglie l’iniziativa. Nelle settimane scorse ha riunito la commissione per valutare con i responsabili di Romaeuropa il futuro di quella fondazione. Come se il prosciugarsi dei contributi non sia un problema generale che vale per tutti, e la decisione di riprendersi il Palladium non sia venuta e decisa, piuttosto che dalla politica, dal suo legittimo proprietario, l’università Roma Tre. Tutta politica, in tempi veltroniani, era stata l’iscrizione di un contributo ordinario, ovvero fisso a bilancio, per la stessa fondazione. Con qualche vago sapore di conflitto d’interesse, che notoriamente per il Pd è un esclusività berlusconiana.

E ora Di Biase rischia addirittura l’en plein. Compaiono in rete infatti lanci e articoli che attaccano duramente l’assessore Barca, data in uscita dalla giunta Marino al prossimo rimpasto per le sue scelte ritenute poco all’altezza. Peccato che nessuno abbia avuto da ridire su scelte davvero low level, come quelle del cda del Teatro di Roma, per fare solo un esempio. La notizia vera è sulla più probabile candidata a prenderne il posto: Michela Di Biase. Col rischio che ci sia troppa cultura in una famiglia sola…

Ma la cultura deve davvero sembrare alla politica una facile e «prestigiosa» terra di conquista, a prescindere da capacità, preparazione e equilibrio di ogni candidato. La prova viene ancora dallo stesso ministero al Collegio Romano. L’ordalia sottogretariale ha tolto ogni velo di pudore ai nostri governanti. Il sottosegretario calabrese esperto e garante di informazione ha messo tre giorni a dimettersi, ma non batton colpo gli altri inquisiti che non dovrebbero sedere sulle seggiolette sottoministeriali. E alla cultura, grande sorpresa (e grandi risate in giro, per chi casualmente si fosse trovato a Cagliari venerdì scorso, giorno delle nomine) è arrivata Francesca Barracciu. Era stata fatta ritirare a forza dalla corsa a governatore della Sardegna, e per fortuna: i sardi non l’avrebbero votata come hanno fatto invece per Pigliaru che ha riportato a sinistra il governo dell’isola. Nonostante lei fosse stata già lanciata da Ballarò, sempre promotore di cause di santificazione sbagliate, tipo Polverini. L’esponente politica sarda è inquisita dalla magistratura per aver giustificato rimborsi per diverse decine di migliaia di euro come fossero stati spesi in benzina. In una regione che notoriamente non dispone neanche di una che una autostrada…

Questa strana congiunzione astrale sul ministero della cultura ha un che di sinistro (oltre che di sinistra, certo). Magari si prepara un commissariamento che costringa il renitente Baricco a gestire il ministero (magari assieme a Farinetti, come girava voce quando il Valle fu occupato). Il problema è che, impipandosi della politica, le pietre millenarie, a differenza delle Stelle di Cronin, non stanno a guardare. E preferiscono suicidarsi, beate loro.