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Editoriale

La soluzione pubblica

«Nel XXI secolo, non meno che nei due secoli precedenti, un paese che non possegga una grande industria manifatturiera, l’industria in senso stretto, rischia di diventare una sorta di colonia, subordinata alle esigenze economiche, sociali e politiche di altri paesi che tale industria posseggono».

Era il 2003 quando Luciano Gallino iniziava così un agile libretto sul declino dell’Italia industriale, passando in rassegna il ridimensionamento della capacità produttiva in settori in cui l’Italia aveva avuto un posto di primo piano. A 11 anni di distanza, complice certo la crisi economica, il quadro industriale del paese non è cambiato e nessuna delle opportunità di rilancio è stata colta laddove esistevano risorse umane e tecnologiche per farlo.
Il fatto è che in Italia si è rinunciato da tempo a definire un piano di rilancio del sistema industriale, anche in questi anni in cui il crollo degli investimenti privati (e pubblici) ne rivelerebbe l’estremo bisogno.

L’esperienza delle partecipazione statali e la gestione spesso corrotta dei fondi pubblici ha inevitabilmente finito per condizionare, anche a sinistra, il dibattito sull’utilità di forme di intervento pubblico a sostegno dell’industria. Altrove nel mondo, dopo un ventennio di politiche neoliberiste, il ritorno sulla scena della politica industriale ha accompagnato la promozione di piani di sviluppo dell’industria con un forte coinvolgimento dei governi.

Secondo Mariana Mazzucato, è necessario «imporre una nuova narrativa e una nuova terminologia per descrivere il ruolo dello Stato» nell’economia. Nel suo libro sullo Stato imprenditore (o «innovatore» come recita il titolo dell’edizione italiana), Mazzucato ricorda come dietro le tecnologie più innovative si possa ritrovare l’azione pioneristica dello Stato, a guidare con considerevoli investimenti in programmi di ricerca di base e applicata gli sforzi innovativi d’impresa. Uno Stato che è chiamato a catalizzare gli investimenti del settore privato in aree ad alto rischio in cui i privati non sarebbero disposti ad investire. Con la consapevolezza che non tutti gli investimenti avranno successo e parte dei progetti saranno destinati al fallimento. Per fare questo, lo Stato avrebbe bisogno di sviluppare le migliori competenze, anziché ridurre drasticamente la sua sfera di influenza.

Non sarebbe dunque necessario ridurre il suo peso, quanto ripensare lo Stato come attrattore delle migliori esperienze e competenze. Proprio in Italia varrebbe la pena provare a farlo, individuando nel contempo forme nuove di controllo democratico degli investimenti.

Anche l’Europa dovrebbe fare la sua parte, promuovendo piani industriali concreti volti ad uno sviluppo più equilibrato del sistema industriale europeo. Tenendo ben presente che il dibattito sul futuro industriale di un paese è legato inscindibilmente alla qualità del lavoro che quel paese potrà permettersi nel futuro.