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Editoriale

La sindrome crispina

Matteo Renzi

È un fenomeno ricorrente nella storia d’Italia. Il paese è complesso. È articolato territorialmente e socialmente. Ha una storia complicata, che ha lasciato strascichi imponenti, che l’unificazione non poteva cancellare. Col tempo si sono prodotte articolazioni ulteriori e da sempre è stato problematico il funzionamento delle istituzioni che solitamente reggono le società moderne. Cioè quello che possiamo sinteticamente indicare come il governo rappresentativo.

Laborioso fu il funzionamento del parlamentarismo postunitario, fino al suo collasso che condusse al fascismo. E laborioso è stato il funzionamento della democrazia dei partiti, istituita nel dopoguerra. Sicuramente non priva di costi, tale laboriosità ha dato origine a una lunga sequela di tentativi di drastica semplificazione, magari evocando felici modelli stranieri.

Quel che si dimentica è che ogni paese ha i suoi problemi. Che il pluralismo è ovunque difficile da governare. E che sono a dir poco caricaturali talune rappresentazioni idilliache della storia inglese, francese, tedesca, americana, di cui si compiace la polemica politica, ma che gli studiosi seri rifiutano (ma ci sono pure quelli non seri che attivamente partecipano alla polemica politica!). Sta di fatto che ciclicamente in Italia compare qualche attore politico che nutre l’ambizione di ridisegnare la forma di governo e di redimere d’un colpo il paese dei suoi difetti.

Tra i suddetti tentativi, oggi diremmo di “riformare”, il primo effettuato su vasta scala fu quello di Francesco Crispi. Il quale negli anni ’80 del XIX secolo, preso Bismarck a modello e condotta un’intensa campagna nazionalistica, nutrita di velleità coloniali, immaginò di introdurre un regime di cancellierato, mettendo in ombra la sua ben più apprezzabile ambizione di promuovere vaste riforme sociali anche di segno democratico.
Il tentativo, com’è noto, finì malissimo, tra scandali, sanguinosi eccessi repressivi e la sconfitta di Adua, segnando in negativo la figura di uno dei protagonisti del Risorgimento. Se però Crispi fallì, stabilì in compenso un precedente, dato che la sindrome crispina si è più volte ripresentata: a fine XIX secolo, al momento dell’ingresso dell’Italia nel primo conflitto mondiale, col fascismo.

Allora l’involuzione autoritaria ebbe pieno successo. Questo è forse il più vero bipartitismo italiano: governo rappresentativo macchinoso da un canto, sindrome crispina dall’altro.

In realtà, le forzature antidemocratiche vantano un solo successo: il fascismo, che riuscì a rimuovere il governo rappresentativo per un lungo ventennio, con conseguenze a dir poco tragiche. Che non sono tuttavia bastate a guarire una volta per tutte la sindrome crispina. Nella vicenda repubblicana essa è riapparsa più volte: ai tempi di De Lorenzo, con le mene della P2, ovviamente col craxismo.

Anzi, da Craxi in poi la sindrome crispina non ha dato più tregua alla democrazia repubblicana. Ci ha riprovato in particolare e con discreto zelo Berlusconi, trovando però un ostacolo insormontabile nelle istituzioni di garanzia, nella corte costituzionale, nella presidenza della Repubblica, nei partiti di opposizione, perfino nella sue propensioni affaristiche, che hanno reso quanto meno sgangherata la sua azione in tutti i campi.

Adesso è venuto il tempo di Renzi, il quale, vantando un illusorio 40 per cento di consensi elettorali (non ha votato nemmeno il 60 per cento), cerca un diversivo ai dati deprimenti sulla crescita e sull’occupazione. A tal fine vuole a ogni costo liberarsi del Senato e adottare una legge elettorale che, con il suo indecente premio di maggioranza a chi arriva al 37 per cento e le sue non meno indecenti soglie di accesso, non ha eguali in alcuna democrazia degna di questo nome. Tutto ciò con la complicità del leader – dimezzato e squalificato da una condanna penale – dell’opposizione e il silenzio, tramortito, di gran parte del suo stesso partito. Torna dunque la sindrome crispina, mentre sul Quirinale, finora attentissimo ai destini del paese e alla buona salute della democrazia, aleggia il fantasma di Vittorio Emanuele III.

  • mario

    Salve
    e grato di poter commentare.
    Condivido la denuncia che le proposte su Senato e premio di maggioranza di Renzi (e Napolitano) sono tese ad assicurare una qualche legittimità costituzionale (anche se di una costituzione stravolta) a una parte politica che intende governare per il prossimo lustro o due, senza probabilmente averne i voti (meglio: utilizzando il fatto compiuto per costruirsi consenso)
    Non so quanto sia utile rintracciarne le origini in Crispi. Molto più appropriato, e storicamente vicino, l’esperienza della insostituibilità governativa della DC durante la guerra fredda.
    Errato, fondamentalmente errato, mi sembra l’inserimento di B. nella linea bonapartista Crispi-Mussolini, dacchè B. – a dare a Cesare quel che è di Cesare – ha giocato (non saprei dire se per calcolo, una qualche sua sottocultura yankee, o condizioni storiche date) una partita obiettivamente bipolare, evitando di fatto di proporsi come leader di un blocco centrista che evitasse scontri elettorali 51 a 49. La vera responsabilità nel caos politico italiano è di chi il bipolarismo ha logorato e infine affossato.

    La direzione è quindi non quella fascio-crispina, ma classicamente degasperiana: blocco catto-centrale, +Roma -Milano, legge truffa per metterlo in sicurezza, e -per quanto attualmente abbastanza tacito- l’aiuto vaticano.

    Quel che si deve anche dire, è che la situazione è davvero molto critica.
    A Dx, il liberal-populista B. aveva (finalmente!) coagulato il partito degli atlantici e degli anticomunisti (quello che avrebbero voluto creare Pacciardi e Martino sr. negli anni ’50 ), ma quel partito non riesce a gestire il passaggio generazionale (B. finisce quando le primarie per la sua successione falliscono con bizzarri personaggi alla Samorì, nonchè quando non capisce che Francia a GranBretagna lo (e ci) fanno fuori dalla Libia).
    A Sx, si doveva compiere la definitiva esclusione del ceto politico formatosi nel PCI, e purtroppo – come il fallimento Bersani ha dimostrato – questa ha lasciato dietro un elettorato di Sx confuso e politicamente analfabeta.
    Se si aggiunge che nel corso degli ultimi 10-15 anni il sistema dei meccanismi elettorali è stato così cialtronescamente pervertito da permettere quasi la vittoria di Grillo (Domanda: se Grillo avesse superato Bersani, siamo tutti d’accordo che la Corte Costituzionale avrebbe trovato il modo di annullare le elezioni, o almeno il premio di maggioranza, anticipando di qualche mese la sua sentenza?), allora, nonostante la mia antipatia per la biografia dell’attuale Presidente della Repubblica, il golpismo ultra-soft del Quirinale ha qualche ragione.

    Un retropensiero: esisteva sicuramente nella cultura politica del PCI l’idea di tenersi fuori, ma di condizionare aiutando – più o meno
    sottobanco – quella parte dei cattolici che li preferivano ai socialisti anticomunisti. Non riesco a capire se una parte dei reduci
    PCI pensasse di relazionarsi con Renzi similmente, ma se si, si sono illusi. Renzi è ben consapevole di aver fatto quello che non era
    riuscito a Craxi, il sorpasso a Sinistra, e sta giocando duramente la carte dell’OPA definitiva su quel che rimane delle strutture del PCI
    (eliminazione dei quadri intermedi nell’italia centrale facendo fuori le Provincie, del nobiliarato facendo fuori il Senato, primarie sottratte all’apparato, dimezzamento degli esoneri sindacali dall’impiego pubblico, ecc.). Per me, che vedo la storia del PCI come sempre condizionata dal rapporto privilegiato con il PCUS, questo era -finita l’URSS- inevitabile e anche welcome. (La questione storica è semmai se
    sarebbe stato meglio se quel che riesce a Renzi fosse riuscito a Craxi.)Quando, in questi giorni, ascolto qualche ex-PCI avanzare preoccupazioni che le riforme siano di intralcio alla crescita, di fatto sento solo il vecchio stile paternalistico dell’esigere un ruolo di
    condizionamento.

    contro commenti welcome
    m.

  • aramix

    L’ articolista dimentica che la sindrome crispina è di ritorno nello stesso PD, con la raccolta di firme false per la lista Chiamparino in piemonte.
    Ci volevano degli altri ladri ( la Lega), per smascherare i propri simili…….
    e pensare che quelli di SEL vorrebbero confluire……
    Anche il trasformismo era uno degli aspetti della politica crispina

  • Michele Anunziata

    Di cosa si discute nel Truman Show Manifesto? Aria fritta. Cosa gliene viene la cittadino, inteso come vivente di questo Paese? Nulla ché ha altro cui pensare, come riuscire a combinare letteralmente pranzo e cena avendo già “dismesso” colazione e merenda. Trasformismo, ma va? Togliatti che libera tutti, manco fosse un gioco, i precedenti fascisti? Il Migliore, certo. E le larghe intese propedeutiche le attuali? Era Pecchioli Belinguer o l’ala migliorista alias Giorgio Napolitano del Pci? Fa certo caldo al netto delle “bombe” d’acqua della geoingegneria che pure i muri sanno, quindi, cosa di meglio che perdere tempo in discussioni già disoneste? La decrescita o la desertificazione della popolazione e territorio va da sé e risorse, non solo BasilicataTecchesasse d’Italia, e posti di lavoro, mica può interessare. Infatti, meglio trastullarsi in onanismo a tutto spiano mentre seimilioditalianivivonosolocongliocchemancoquellipiù, s’immagina che scritto così risvegli negli anal+isti che la misura è colma. Come mai l’ottimate Padoan tace: affila i denti dopo l’Argentina per la correzione della bilancia fuori di soli dieci miliardi di euro? E del job act a Settembre, certe riparazioni autunnali, posso entrare nel carnet di discussioni? Certo che no meglio giocare con la “storia”. E se scappa (?!) l’assalto ai forni con a latere Bava Beccaris, sarà il Manzoni o la drammatica realtà?
    Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur, no? Una costante millenaria! Evviva.